L’Accademia d’Italia, un vanto del fascismo

Posted on 13 dicembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

I programmi culturali del primo fascismo (1923-26), ideati soprattutto da Benito Mussolini e da Giovanni Gentile, ruotavano intorno al principio della cosiddetta “educazione integrale”, elemento fondamentale dello stato etico. In quest’ottica pedagogica, pertanto, rientrarono la riforma scolastica concepita ed attuata da Gentile e da Benedetto Croce (1923), l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla (1926), l’Opera Nazionale Maternità Infanzia (1927), finalizzate alla preparazione teorico-pratica della fanciullezza e dell’adolescenza, la proliferazione di organizzazioni ginnastiche e sportive, l’utilizzo della radio e del cinema (gli odierni cd. mass-media) e così dicendo. Ai livelli e gradi inferiori (scuole elementari e tecniche) si registrano l’introduzione del testo scolastico unico, edito dal “Littorio”, l’addestramento fisico e l’indottrinamento rigoroso ed ortodosso sulla base del nazionalismo alquanto esasperato e del culto della personalità del “duce”, non sempre voluto da Mussolini, ma da gerarchi troppo zelanti e perfino servili, magari i primi pronti ad abbandonarlo nel momento della difficoltà.

1929, discorso inaugurale di T.Tittoni

Nell’ambito dell’alta cultura, liceale (poco invariato dalla riforma) ed universitaria (del tutto invariata, tranne l’introduzione dell’obbligo del giuramento di fedeltà per i cattedratici, che in massa aderirono, tranne una decina in tutta l’Italia), si annovera l’istituzione dell’Accademia d’Italia una significativa realizzazione culturale che diede lustro alla nostra nazione in Europa.

 

Mascagni,Marinetti,Giordano,Piacentini,Fermi

Perché ci si chiede (oziosamente) quale sia stata la molla che indusse la maggior parte degli intellettuali ad aderire al fascismo? Così posta la domanda, viziata, la risposta, è scontata, secondo le elucubrazioni antifasciste di maniera e di comodo, semplicistica od antistorica. È utile chiedersi perché l’acqua gela a zero gradi? Caso mai, bisognerebbe cercare di capire il fenomeno (fisico, intendo), se c’è l’acqua pulita, dove e come  la temperatura scende a zero gradi, perché si conserva, a che serve il ghiaccio, ecc. Contestualizzare, insomma, rende più agevole capire i fatti. Sembra troppo riduttivo spiegare che i più illustri intellettuali, aderendo al fascismo, si aspettavano onori, ricompense, prebende, mentre solo pochi  “non si piegarono” alla costrizione morale e (meno inverosimile) fisica. Mussolini, un maestro elementare e, per lo più, autodidatta, fu considerato erroneamente un uomo di scarsa o mediocre cultura. È un giudizio anzi grossolano ed infondato. Mussolini, per tutta la vita lesse, si informò, studiò, si documentò,  si consultò con esperti;  in ogni caso, capiva il valore della cultura in uno stato totalitario ed etico, ma non per questo assoldava o comprava intellettuali in vendita. Se egli amava lusingare i dotti più o meno vicini all’ideologia, alla prassi, ai programmi, ai metodi, all’organizzazione e funzionalità del governo, è evidente che cercava in qualunque modo il consenso, politica ben nota e collaudata sin dai tempi di Pericle e di Augusto; ma, è bene ribadire che egli non rifiutava la collaborazione di storici, filosofi,  letterati di tendenza liberale e laica, come Luigi Einaudi     Luigi Russo, Arturo Codignola, Adolfo Omodeo, Guido Calogero,  Antonio Banfi  e lo stesso Benedetto Croce.

 

Villa Farnesina, sede dell'Accademia

Come sede, fu scelto lo storico e prezioso palazzo della Farnesina, costruito nel 1511 da Baldassare Peruzzi ed affrescato da Raffaello Sanzio e da Sebastiano del Piombo per Agostino Chigi di Siena, poi acquistato (1580) da Alessandro Farnese, da cui prese il nome. Il primo presidente dell’Accademia fu il politologo ed ambasciatore cav. Tommaso Tittoni, già presidente del Senato; inizialmente, i membri furono trenta, poi si raddoppiarono nel giro di alcuni anni, dieci componenti ogni anno nominati dal capo del governo, dietro proposta dei probiviri accademici. Poi, la presidenza passò a Guglielmo Marconi, quindi a Gabriele D’Annunzio, infine a Luigi Federzoni, che verosimilmente accentuò l’aspetto politico dell’istituzione, con l’obbligo di salutare romanamente. Nel 1941, infatti,  Federzoni scrisse a Mussolini per “affermare che l’Accademia dovesse essere fascista e che nessuno potesse svolgere attività contraria al fascismo, evitando che si abbassasse la misura dei valori di questa importante istituzione del regime”.

Nel periodo repubblicano di Salò, l’Accademia ebbe sede a Firenze e la sua presidenza fu affidata a Giovanni Gentile; assassinato il filosofo siciliano da partigiani comunisti nel 1944, essa fu trasportata a Bergamo e poi a Tramezzo nel Comasco, quando fu presidente il fiorentino Giotto Dainelli, esimio geografo geologo, che nell’agosto 1944 scrisse al colonnello Francesco Barracu per chiedere quattro mitragliatrici per dotare gli agenti di custodia della sede. Erano così ridotte, miserevoli e precarie le condizioni della cultura e della civiltà nel trionfo dell’aberrazione e dello sconvolgimento delle menti e degli animi per effetto della guerra civile.

Così finì l’Accademia d’Italia. In essa era confluita l’Accademia dei Lincei, che alla fine del 1944 si ricostituì autonoma. Tra gli accademici figurarono, oltre ai presidenti già nominati, i musicisti Pietro Mascagni e Lorenzo Perosi (musica sacra), l’orientalista Giuseppe Tucci, gli scrittori Giuseppe Prezzolini, Antonio Beltramelli, Massimo Bontempelli, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Ojetti, Ardengo Soffici, Alfredo Panzini, il drammaturgo e romanziere Luigi Pirandello,  i pittori Carlo Carrà, Giorgio De Chirico e G.Aristide Sartorio, lo storico Gioacchino Volpe, lo scienziato Enrico Fermi, il poeta Salvatore Di Giacomo,  il grecista Ettore Romagnoli, l’architetto Marcello Piacentini. La rivista ufficiale fu “Educazione politica”, cambiata successivamente in “Educazione fascista” ed infine in  “Civiltà fascista”.