S.Anna di Stazzema 1944, una strage voluta

Posted on 11 dicembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

Qualche settimana fa, il Tribunale Militare della Spezia ha pronunciato la sentenza di condanna contro una decina di tedeschi, riconosciuti responsabili del barbaro eccidio di S.Anna di Stazzema nel 1944. Sentenza almeno tardiva (dopo appena sessantuno anni) e quasi inutile (essendo i condannati tutti contumaci, tra morti, novantenni, trasferiti e fuggiti), ma, ammetto, giusta ed esemplare, pervenuta dopo accurate e lunghe indagini; finalmente, le vittime ed i superstiti del paesello della Lucchesia hanno ottenuto giustizia e soddisfazione. Vengono tuttavia due dubbi leciti: se quel tribunale avesse altro da fare di più utile; se e quando siano stati processati i responsabili morali della strage e materiali dello sciacallaggio, seguito all’eccidio, a danno delle vittime.

La chiesa e il monumentino ai martiri

S.Anna di Stazzema si trova sull’appennino lucchese, sul versante della Versilia, a due ore di salita a piedi da Valdicastello, patria di G.Carducci. Dopo l’8 settembre 1943, si udiva il rombo delle bombe a S.Anna, che allora contava circa cinquecento abitanti; cominciò lo sfollamento spontaneo, si sentiva parlare di guerra civile, di fascisti e di partigiani, di rappresaglie e di rastrellamenti, ma si pensava che stessero altrove, non in quell’anfiteatro naturale, quasi raggiungibile ed incontaminato fino a quel momento, il paradiso per il bestiame al pascolo, la vita semplice e quasi idillica per la gente onesta ed operosa di quelle montagne. Eppure, nella primavera del 1944, si presentavano i primi partigiani, alcune decine. Gli abitanti, gente buona di cuore e di mente, li accolsero come sfollati, pronti ad aiutarli; invece, essi iniziarono a persiquire le abitazioni, portare via tutti i viveri, angherie continue ed intollerabili.

Giunsero a maggio gli uomini della brigata “Garibaldi”; per il momento, giravano per il paese, armati fino ai denti, però aumentavano a vista, almeno duecento. Ebbero inizio gli agguati, la caccia agli iscritti al fascio, le uccisioni nelle abitazioni, il trasferimento dei prigionieri. Quando le truppe germaniche presero a perlustrare i luoghi, fu chiaro che le ritorsioni non si sarebbero attese. Gli scontri tra partigiani e tedeschi; questi ultimi si attestarono sui monti circostanti, dove dominavano l’intera Versilia. A luglio si verificarono più volte a S.Anna scontri tra tedeschi e partigiani. Allo scopo di eliminare la presenza partigiana nello Stazzemese, fu trasferito un battaglione della 16^ divisione SS, al comando del maggiore Walter Reder.

Stringendosi il cerchio, ordinò agli abitanti di sfollare e cominciò il rastrellamento. I partigiani facevano fuoco dalle abitazioni civili contro i tedeschi; essi affermavano di rimanere lì per proteggere la popolazione civile. L’ordine ufficiale di lasciar sgomberare i civili fu fatto con un manifesto affisso sulla porta della chiesa. I partigiani strapparono il bando e ne misero un altro, invitando la popolazione a rimanere nelle loro case. Così tutti rimasero; ma, lo stesso giorno, i partigiani scomparvero d’incanto da S.Anna, essendo certi che i tedeschi avrebbero scatenato la loro furia contro i presunti combattenti clandestini.

All’alba del 12 agosto 1944, cominciò la strage; i tedeschi erano convinti di uccidere senza pietà, quali favoreggiatori dei partigiani, tutti gli abitanti di S.Anna.  Nel frattempo, i partigiani si guardavano bene dall’avvisare quei cittadini inermi; l’eccidio durò un’ora e mezza. Anche i tedeschi si resero conto, ma era troppo tardi;  risparmiarono alcune frazioni, dove qualche ufficiale germanico impedì il massacro, specie di bambini. Le vittime furono numerose: A.M.Rinonapoli riporta l’elenco dei civili massacrati a S.Anna in quel funesto giorno, 340 vittime innocenti, tra cui 65 bambini.

Dagli eventi si capì bene che fascisti e soldati della Rsi non parteciparono al rastrellamento e all’eccidio: l’infamia di S.Anna ricade esclusivamente sulla formazione germanica e sui partigiani comunisti, che fecero di tutto per provocare la rappresaglia, abbandonando la popolazione civile nelle mani dei tedeschi. Le testimonianze,  raccolte da Giorgio Pisanò, dei sopravvissuti a S.Anna sono concordi nell’attribuire ai partigiani la responsabilità morale del massacro. Lo prova ciò che, dopo due ore dal massacro, tornarono nel paese per spogliare i cadaveri dei poveretti trucidati.

Amos Moriconi, la moglie Claudia e la figlia Nova

Il fornaio Amos Moriconi di S.Anna dichiarò che si era rifugiato nel bosco, lì si rese conto di tutto quello che succedeva, tornò di corsa al paese, cercando i familiari (la moglie Claudina e la figlioletta Nova), li trovarono uccisi e pietosamente si accingeva a seppellirli. Allora, vide un partigiano milanese, soprannominato Timoscenko, che aveva le tasche piene di denaro ed oggetti; gli chiese di consegnare tutti i suoi averi trovati sui morti, in quanto confiscati. Allora impugnò la piccozza e gridò: “Vattene, se no ti spacco la testa.” Quel lestofante non reagì e si allontanò. Altri avevano fatto man bassa nelle case e spartirono il bottino. Anche Teresa Pieri, una delle superstiti,  riconobbe due partigiani, già visti a S.Anna e vide che si dividevano soldi, braccialetti, catenine, tutta roba presa ai cadaveri dei nostri cari. Tutte verità scritte da Giorgio Pisanò e non mai smentite da mezzo secolo.