L’ISTITUZIONE COMPIE DUECENTO ANNI Nel 1808 Giuseppe Bonaparte volle il Tribunale a S.Maria di Capua

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Giuseppe BonaparteIl palazzo Melzi nel 1910Stralcio del decreto 20.5.1808L’esigenza di riforme amministrative e giudiziarie nel regno si era avvertita già dal 1735, subito dopo l’avvento di Carlo di Borbone. Le critiche del tempo, mosse dallo storico Pietro Giannone, spesso viziate dal radicale anticlericalismo, erano eppure fondate: la composizione sociale del tempo (baroni, aristocrazia, clero, la borghesia, manovali, nullatenenti e disoccupati) era il terreno fertile per i conflitti d’interessi. Le classi sociali dominanti, così, alimentavano il contenzioso e gli affari prosperavano per molti: i “paglietta”, espressione deteriore dell’avvocatura, furoreggiavano, data la mole delle cause e della burocrazia. La giurisprudenza diventò la regina delle discipline, insegnata nell’università da giuristi profumatamente retribuiti: un esempio, Biagio Troise, “lettore” di diritto civile nella seconda metà del secolo percepiva lo stipendio più alto (settecento ducati annui), mentre Antonio Genovesi, “lettore” di etica, il più basso (centoventi). Il decentramento giudiziario, per scongiurare il caos, si presentava il problema prioritario. Già allora, si parlava di una divisione del regno in sette gover¬natorati, ma il provvedimento non fu attuato e, molto dopo, Giuseppe M.Galanti suggerì (1792) di ripartire il territorio in cinque circoscrizioni, col rispettivo capoluogo, e distinti apparati ammi¬nistrativi e giudiziari; anche allora i segretari di stato respinsero la proposta, giudicandola pericolosa per il governo centrale. Il governo repubblicano del 1799 (presidente Carlo Lauberg, segretario Marc A.Jullien) affrontò i provvedimenti più urgenti: abolizione della feudalità, rifor¬ma giudiziaria, amministrazione dei dipartimenti, costituzione delle municipalità. Per iniziativa dei ministri degli Interni (Francesco Conforti) e della Giustizia (Emanuele Mastellone), fu attuata l’abolizione dei privilegi feudali (legge del 25 gennaio); il 12 febbraio Melchiorre Delfico mise a punto un piano per i tribunali dipartimentali; con la legge del 18 febbraio, furono costituite due commissioni, con il compito di snellire le procedure giudiziarie. Tuttavia, quella commissione, presieduta da Mario Pagano, ai progetti di riforma trovò forti opposizioni nella feudalità e non ottenne la ratifica di Jacques E.Macdonald. All’arrivo del commissario Andrè J.Abrial, fu emanata la legge del 25 aprile (abolizione della feudalità e netta separazione del potere legislativo da quello esecutivo), ma la riforma giudiziaria fu rinviata. Dopo l’abolizione della tortura (propo¬sta da Pagano) e la soppressione della Sommaria, la sospirata legge fu approvata il 4 maggio: sostituzione dei tribunali esistenti con un nuovo sistema giudiziario (gratuità della giustizia, pubblicità delle sentenze, tutela della libertà personale e distinzione netta fra funzioni di polizia e di giudizio). Tuttavia, non andò mai in vigore: il 13 giugno il governo repubblicano capitolò. Nel problema amministrativo svolse un ruolo primario Giuseppe Zurlo, capace uomo di stato di origine molisana, ma controverso per la singolare incoerenza politica (giudice della Vicaria e ministro delle Finanze sotto Ferdinando IV, poi ministro degli Interni sotto i Bonaparte, ancora ministro nella corte borbonica). Nella prima restaurazione, nei confronti dei repubblicani, mostrò lar¬ghezza di vedute, suggerendo a Ferdinando IV di porre fine alle persecuzioni e di emanare un indulto, ma rima¬se inascoltato. Inoltre, propose una riforma fiscale ed un’altra sull’istituzione delle intendenze; infine, in quattro memorie (1801) denunciò la crisi del sistema finanziario della Sommaria e propose il decentramento dell’ammini-strazione tributaria nelle costituende intendenze ma, per il contrasto con quella Camera, si dimise e fu perfino arrestato (1804). Insomma, ogni progetto di riforma fu tenacemente osteggiato dal regime borbonico. Solo negli anni 1806-15 (decennio francese), che furono tra i più decisivi della storia del regno, il breve governo di Giuseppe Bonaparte attuò riforme destinate a durare nel tempo, a trasformare l’assetto del vecchio regime ed a perpetuarsi nelle strutture dello stato unitario. Un cenno, pertanto, meritano i ministri di quel governo che operarono in tal senso: l’alto magistrato Michelangelo Cianciulli (Giustizia), il corso Cristoforo Saliceti (Polizia), Pier Luigi Roederer (Finanze), Andrea Miot (Interni), Giuseppe Zurlo (Consiglio di stato). Superate le prime difficoltà militari e politiche, il governo del re Giuseppe emanò tre provvedimenti, che stavano alla base dello stato moderno: abolizione della feudalità (legge 2.8.1806); riforma dell’amministrazione provinciale e comunale (legge 8.8.1806); istituzione dei tribunali nelle intendenze (legge 20.5.1808). Con l’ultima, in particolare, nelle intendenze furono scelte le sedi dei tribunali di prima istanza: Napoli (Napoli), Terra di Lavoro (S.Maria di Capua), I Abruzzo Ultra (Teramo), II Abruzzo Ultra (Aquila), Abruzzo Citra (Lanciano), Capitanata (Lucera), Molise (Campobasso), Terra di Bari (Trani), Terra d’Otranto (Lecce), Basilicata (Potenza), Calabria Citra (Cosenza), Calabria Ultra (Monteleone), Principato Citra (Salerno), Principato Ultra (Avellino). Quattro erano le sedi di Corti d’Appello: Napoli, Lanciano, Altamura, Catanzaro; la Corte di Cassazione era a Napoli. Poi, con decreto 26.9.1808, Gioacchino Murat trasferì il capoluogo d’Intendenza da S.Maria a Capua, ma confermò la sede del Tribunale a S.Maria. Subito balzano due anomalie: la prima che cinque sedi (S.Maria, Lanciano, Lucera, Trani, Monteleone) furono fissate in città né prima né dopo capoluoghi di intendenza; la seconda che, sulla scorta della carta geografica del tempo, la più decentrata era S.Maria, nella quale di conseguenza, due elementi oggetti¬vi avrebbero dovuto sconsigliare un provvedimento simile. È legittimo, quindi, chiedersi perché sia stata scelta. Nell’a¬rea immediatamente a nord di Napoli spiccavano tre centri equidistanti dalla capitale: Capua, Caserta, S.Maria. La prima era una piazzaforte militare, la seconda (con la reggia, i siti reali ed il nascente bacino industriale) tendeva a riprodurre in piccolo l’ambiente della capitale, l’ultima dava tutte le garanzie di una cittadina attiva, decorosa, retta da una classe dirigente oculata, abitata da un ceto moderato (benestanti, uomini d’ordine e conservatori illuminati). Per la scelta, furono decisivi elementi storico-culturali (la fama dell’antica Capua, illustrata da uomini d’ingegno, quali Alessio S.Mazzocchi e Francesco M.Pratilli, ed oggetto d’interesse da parte di studiosi italiani e stranieri) e socio-politici (l’operosità della classe imprenditoriale; l’indole degli abitanti; l’adesione alla causa repubblicana); le relazioni inviate al ministro Miot dal sindaco Domenico Di Napoli e dall’intendente Lelio Parisi; infine, la probabile continuità della tradizione giudiziaria, sostenuta dal giurista Raffaele Perla (1887): il governatore di Capua aveva risieduto per una sessione anche a S.Maria, per reggere la curia di giustizia. Il tribunale fu inaugurato il 7 gennaio 1809 (primo Presidente della Corte Giacomo Farina e primo Procuratore del Re Nicola Nicolini) ed ospitato nel monumentale palazzo Melzi, già mensa della curia, riattato in pochi mesi dall’arch. Pietro Tramunto. Esso costituì il fulcro della crescita urbanistica, culturale ed economica, affiancata ed integrata da una serie di servizi essenziali, come la conservatoria dei registri immobiliari, l’archivio notarile, la ferrovia, il liceo, il teatro, l’ospedale, con l’afflusso di un ceto attivo (professionisti, funzionari, impiegati). Senza dubbio, la città di S.Maria fece un poderoso salto di qualità, anche perché la classe aristocratica, benestante ed imprenditoriale seppe misurarsi col nuovo ceto emergente, in un clima di sinergismo e di emulazione, che portò benefici a tutti. Nel corso di due secoli, si è consolidata un’indissolubile simbiosi tra le strutture giudiziarie e le componenti sociali della “città del foro”, felice antonomasia destinata a perdurare nel tempo .