150 anni fa: la battaglia del Volturno

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

G.Fattori, Lo scontro a Porta CapuaIl teatro della battaglia

 

 

 

 

 

 

Appena giunto a Napoli (7 settembre 1860), Giuseppe Garibaldi, assicuratosi l’appoggio morale e materiale delle città campane, il duce si affrettò a mettere in atto il suo piano d’attacco a Capua, roccaforte dei Borbone in Terra di Lavoro. Il 13 settembre, un primo manipolo di fanti, giunto da Napoli, sconfisse presso S.Maria un drappello di cavalleria borbonico. Due giorni dopo, un altro scontro si svolse presso il locale cimitero della città che, avendo aderito alla causa nazionale, era fatta segno ad un assillante cannoneggiamento da parte di una postazione ivi collocata; tredici garibaldini, inviati in missione speciale, avvistarono la postazione e, con un attacco di sorpresa, la neutralizzarono. La città di S.Maria costituiva, nel piano d’azione di Garibaldi, un punto strategico di estrema importanza. Egli, infatti, prima di attaccare Capua, intendeva impedire che i borbonici di lì tornassero a Napoli. A questo scopo doveva presidiare saldamente le uniche due strade che da Capua portavano a Napoli: quella di Afragola, che passava per Maddaloni, e quella di Aversa, che passava per S.Maria o per S.Tammaro. Fu per questo che, nonostante la posizione sfavorevole, la città divenne quartiere delle milizie garibaldine, le quali presero stanza nelle caserme cittadine, abbandonate dai borbonici, e sede di comando di piazza agli ordini del generale Alessandro Milbitz, alloggiato nel palazzo Della Valle in via S.Lorenzo. Scrisse Garibaldi nelle Memorie: “S. Maria era la più difettosa delle nostre posizioni per essere in pianura, colle poche opere di difesa da noi innalzate per prestarsi favorevole alla numerosa cavalleria nemica e alla sua artiglieria anche più numerosa e meglio servita. Essa era stata occupata in ossequio alla sua buona popolazione che, avendo avuto alcune velleità liberali, alla ritirata Borbonici era tremante all’idea di rivedere i suoi antichi padroni.” Per attuare il piano d’attacco, fu ideata una diversione alle spalle del nemico, tendente ad accerchiare Capua. Il 16 settembre, furono spediti il maggiore Michele Csudafy con trecento uomini, con l’ordine d’impadronirsi di Teano, e il maggiore G.Battista Cattabeni, con altrettanti uomini, all’assalto di Caiazzo, il caposaldo borbonico più avanzato; per distrarre l’attenzione del nemico, il generale Stefano Türr, che si trovava a S.Maria, mosse con la sua divisione verso Capua, simulando un attacco. Il piano riuscì più facilmente del previsto. Ma, la perdita di Caiazzo indusse i borbonici a tentare il tutto per tutto, timorosi di vedersi chiusa la ritirata verso Gaeta. Usciti in forze da Capua con cinquemila uomini, sotto Caiazzo impegnarono una furibonda battaglia con i novecento legionari che la difendevano, costringendoli a ritirarsi; questi, incalzati dalle truppe regie e sotto il fuoco degli stessi caiatini fedeli al re, fortemente decimati, trovarono scampo nella fuga (21 settembre). L’insuccesso di Caiazzo, per motivi opposti, affrettò la battaglia decisiva. Garibaldi, infatti, temeva che si potesse risvegliare la reazione a Napoli; Francesco II, da parte sua, era intenzionato a sfruttare il momento favorevole. La più puntuale ed attendibile ricostruzione della storica battaglia del Volturno, mi sembra, oltre a quella contenuta nella relazione di Cesare Cesari, quella proposta da Filippo Mazzoccolo, specie per quanto riguarda i fatti più minuti; a questa principalmente mi atterrò. L’esercito borbonico, comandato dal re in persona, forte di circa quarantamila uomini, ben armati ed esperti dei luoghi, aveva già pronto il suo piano tattico. Da Capua sarebbero dovute uscire tre colonne: una formata di diecimila uomini, al comando di Luigi Tabacchi e Fabio Sergardi, doveva riconquistare S.Maria e S.Tammaro e puntare su Aversa; un’altra di circa quindicimila uomini, al comando di Achille Afan de Rivera e Filippo Colonna, doveva sfondare a S.Angelo; la terza di diecimila uomini, al comando di Pietro Perrone, doveva dirigersi a Maddaloni. Su questa cittadina sarebbero piombati anche i reparti di Giovan Luca von Mechel e di Giuseppe Ruiz, usciti da Caiazzo e Dugenta: così, Capua sarebbero rimaste saldamente presidiate. Le truppe garibaldine, circa ventimila uomini, avevano nel frattempo preso posizione lungo una linea molto estesa in tre settori: la divisione Nino Bixio e le brigate Karoly Eberhard e Nicola Fabrizi sulla strada da Maddaloni a Benevento, in località Valle di Maddaloni (settore destro); la brigata Alessandro Milbitz e il reggimento Vincenzo Malenchini a S.Maria, il reggimento Errico Fardella a S.Tammaro, la brigata Pietro Spangaro, i carabinieri genovesi e l’artiglieria al comando del generale Giacomo Medici a S.Angelo (settore sinistro); la brigata Gaetano Sacchi tra Gradilli e S.Leucio, il plotone Pilade Bronzetti a Castelmorrone, la brigata Clemente Corte allo Spartimento, sulla via di Aversa, il quartier generale e le riserve al comando del generale Stefano Türr a Caserta (settore centro). Tali erano le posizioni degli schieramenti la notte del 30 settembre. Alle due del fatidico 1° ottobre, l’esercito borbonico mosse in forze da Capua nelle direzioni stabilite. Le schiere di Rivera e di Colonna assalirono i reparti di Giacomo Medici a S.Angelo. Garibaldi, immediatamente informato, accorse a S.Maria, per assicurarsi che fosse ben difesa. Ecco quanto egli scrisse: “Circa alle tre del mattino del 1° ottobre, io montavo in via ferrata a Caserta, seguito da parte del mio stato maggiore e giungevo a S.Maria prima dell’alba.” Quindi, si diresse a S.Angelo, più seriamente minacciata; a metà strada sfuggì miracolosamente ad un agguato e raggiunse gli uomini di G.Medici e di Giuseppe Avezzana. Nel frattempo, Fardella, non riuscendo a tener salda S.Tammaro, ripiegò su S.Maria, unendosi ai reparti di Milbitz in località Quattordici Ponti. Alle cinque del mattino, il primo attacco a S.Maria da parte di Tabacchi fallì, grazie al cannoneggiamento dai rialzi della strada ferrata, ed allora si spostò verso l’anfiteatro e la chiesa della Madonna delle Grazie, ma anche qui fu respinto da Milbitz. Quando von Mechel riuscì a sfondare il caposaldo di Bixio ai Ponti della Valle, le sorti della battaglia sembravano volgere decisamente dalla parte dei Borbone. Scrisse Giacinto De Sivo: “In quell’ora decima del mattino in tutta la battaglia la fortuna volgeva a’ borboniani; fuggirono i ribelli, le strade di S.Maria eran deserte, le finestre avean pannilini e già la popolazione si aggruppava con voci reazionarie e cercava arme per dar su’ fuggenti”. Ma, l’arrivo di Garibaldi a S.Angelo mutò le sorti della battaglia: fu il momento decisivo dello scontro. Egli riordinò le file, raccolse i dispersi, incoraggiò, rimproverò, incitò, spedì un dispaccio a Milbitz a S.Maria, per trasmetterlo al Quartiere Generale di Caserta, annunciando, forse con l’enfasi del momento, forse per una trovata geniale, forse per un clamoroso bluff: “Siamo vincitori su tutta la linea”. Fatto sta che, in poche ore, l’attacco del nemico fu respinto in quel settore. A mezzogiorno, il generale Rivera decise di dare un’ora di riposo alle sue truppe: fu questo il più grave errore dei borbonici che, in tal modo, diedero ai garibaldini il tempo di riorganizzarsi. Alle quattordici, si riaccese la mischia. I rinforzi, giunti da Caserta, consentirono alle truppe di Milbitz di respingere a S.Maria l’ennesimo attacco di Tabacchi, sferrato a Porta Capua. A S.Angelo i reparti di Rivera furono costretti ad arretrare. Ai Ponti della Valle Bixio, sfruttando l’esitazione del nemico, lo attacca e lo volge in fuga precipitosa. Alle diciassette, l’esercito borbonico era sconfitto su tutti i fronti; ovunque sventolava il tricolore. Rimaneva la schiera di Perrone che, inconsapevole della disfatta, all’alba del giorno seguente, marciava su Caserta con i rinforzi ricevuti da Ruiz accampato a Caiazzo. Il compito di fermarlo fu affidato a Giuseppe Sirtori, men¬tre gli altri reparti lo chiudevano ai fianchi e alle spalle. A Perrone non restò altro che arrendersi.