La mandibola del leone

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

fontanaleoneCortesemente invitato dal caro Enzo, dovrei curare sul “Bollettino” un angolo, riservandolo alla cultura e all’arte della nostra città. Una città ricca di memorie, di storia, di personaggi illustri, distintisi nella letteratura, nell’arte, nelle scienze, nell’amministrazione civica, nella beneficenza, nella rettitudine, nella coerenza, quasi sempre ripagata con umiliazioni e, perfino, con la vita… Ebbene, questa volta l’articolo non lo scrivo, perché sono depresso e sfiduciato. Dopo aver scattato qualche foto, mi sono seduto su una panchina della “villetta” ed ho contemplato, con tristezza e sconcerto, l’ennesimo atto d’inciviltà di balordo vandalismo, uno sfregio inqualificabile, consumato a tutta la città ed ai suoi monumenti, i simboli tangibili della cultura di generazioni, che con amore li hanno custoditi e, con senso di responsabilità, consegnati ai posteri. In mezzo secolo, ho visto tante cose, crude e cotte; eppure, altrettante volte mi sono ribellato, ho protestato, mi sono indignato. Come quando hanno preso di mira la villa comunale, i palazzi privati e pubblici, i giardini, il decoro del centro, la viabilità, le strade, la toponomastica, il cimitero…e l’elenco potrebbe continuare. Quando, invece, vedo che ad un leone della fontana di piazza Mazzini (già un rudere penoso e moribondo, che da anni non ha né manutenzione né acqua) è saltata la mandibola, con ogni probabilità, con un botto di S.Silvestro, messo in bocca, ahimè, non ho parole. Non ho la voglia di ricordare a me stesso che, nel 1827, il sindaco Girolamo Gallozzi e tutti i notabili dell’epoca si presero il pensiero di chiamare qui artisti, come Angelo Solari, Giuseppe Patturelli e le maestranze della seconda scuola vanvitelliana, per abbellire la più grande e popolare piazza, allora del Mercato. Tutti costoro, compresa la cittadinanza, orgogliosa di ammirare con gioia una vera opera d’arte, avrebbero mai pensato che, dopo due secoli, qualche farabutto avesse infierito, con un becera e blasfema bravata, colpendo vilmente un povero leone, già morto? Serve chiedersi chi sia stato il responsabile, un giovinastro nostrano o forestiero o extracomunitario, la vigilanza pubblica e privata, l’amministrazione comunale, alla quale per compito costituzionale spetta tutelare i beni della città? Cercarlo, punirlo? E chi ci dovrebbe pensare, se è vero che le forze dell’ordine sono insufficienti e che i magistrati non curant minora? Tutto sommato, per tanti uomini “importanti” e comuni, è stato un danno insignificante. Eppure, quel gesto mette a nudo un’amara verità: la nostra città è terra di nessuno, specie di sera e specie nel centro storico; è il prodotto di un’incuria pluridecennale, riprovevole ed irresponsabile, della spaventosa desolazione, dell’incapacità della famiglia e della scuola, delle istituzioni, di trasmettere ai giovani valori positivi, come la conoscenza, l’interesse, la cultura, il rispetto del patrimonio cittadino. Così, anno per anno, la nostra città se ne cade a pezzi e rischia di caderci addosso; soprattutto, essa diventerà una squallida, scialba ed anonima propaggine dell’hinterland partenopeo.