Alessio Simmaco Mazzocchi, famoso in Europa

Posted on 26 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

In occasione del ritrovamento, nel settembre 1726, tra le rovine del­l’anfiteatro di Capua romana, di un’epigrafe mutila, l’erudito canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, a cui i decurioni del municipio di Capua nuova la sottoposero per un attento esame, ne capì subito l’importanza. L’atto ufficiale, col quale i reggenti della città gli affidarono l’incarico di decifrare ed illu­strare quell’epigrafe, reca la data del 7 aprile 1727 ed il libro, pubblicato a spese del municipio di Capua, uscì nel mese di maggio dello stesso anno a Napoli con un lungo titolo in latino (come tutta l’opera), che nelle citazioni è gene­ralmente ridotto ad Anfiteatro Campano, per i tipi della tipografia di Felice Mosca; con l’occasione, Mazzocchi, per rendere un servigio alla latinità ed alla gloria, latinizzò il suo nome in Mazochius.

A.S.Mazzocchi

L’opera ha inizio con la dedica ai Seviri capuani, primo fra tutti l’alto magistrato Giuseppe Di Capua Capece, per ri­guardo verso l’autorità politica, ma anche per il desiderio di ringraziarli di averlo ritenuto degno di sì impegnativa impresa; segue la premessa d’obbligo al “lettore be­nevolo”, nella quale l’autore illustra le circostanze dell’opera ed il metodo seguito, in quanto, ben a ragione, potrebbe sembrare strano il fatto che, per la spie­gazione di poche parole contenute in una lapide, egli abbia speso oltre duecento pagine, trattando argomenti in apparenza fra loro slegati. In realtà, il lavoro gli era cresciuto tra le mani più di quanto egli avesse preventivato e sapeva bene di andare incontro a critiche. All’arguta e piace­vole prefazione, seguono le testimonianze di uomini dotti sull’anfiteatro, in prosa ed in poesia, come Antonio Sanfelice, Camillo Pellegrino sr. ed jr., Jean Mabillon e Bernard de Monfaucon; chiude la serie una poesia di Mazzocchi sul tema, in distici elegiaci. Infine, sono ripor­tate le poesie in lode dell’autore e dell’opera composte dal magistrato Giuseppe Di Capua, dai canonici Gennaro Maiello e Luigi Como, dal giurista Nicolò Capasso e dal medico Nicola Cirillo.

 

La più bella arena d'Italia

La trattazione vera e propria si divide in otto capitoli di varia lun­ghezza. I primi tre capitoli ri­guardano il titolo dell’anfiteatro. Scrisse in pro­posito, oltre un secolo dopo, l’arch. Francesco Alvino che “il restauro che ne ha fatto il Mazzocchi, convalidato dalle giudiziosis­sime osserva­zioni della sua dotta opera, vien tenuto comunemente per più sensato e più regolare”. La lun­ghezza sproporzio­nata del primo capitolo è dovuta alla circostanza che vi si trattano problemi fondamentali della storia di Capua; esso, infatti, si divide in cinque paragrafi (la deduzione di colonie a Capua, la colonia dedottavi da Giulio Cesare nel 59 aC, l’origine dell’appellativo Felix, gli incrementi colo­niali di Ottaviano, l’epoca della costruzione dell’anfiteatro).

Il secondo e terzo capi­tolo non sono divisi in paragrafi, in quanto trattano temi specifici omogenei: Adriano ed i suoi interventi sull’anfiteatro, Antonino e l’atto della “dedi­catio”. Alla fine del terzo capi­tolo si colloca la diatriba “de dedicationibus”, nella quale grande importanza riveste la questione dell’interpre­tazione della formula epigrafica sad (sub ascia dedicare), figurante in numerosi monumenti sepolcrali della Gallia Lugdunense. Confutando le interpretazioni proposte da altri studiosi e cogliendo uno spunto interes­sante nella spiegazione fornita da Thomas Reinesius, egli sostiene che l’ascia è lo stru­mento dei lapicidi, per cui l’espressione vale “inaugurare il sepolcro quando non è stato ancora ul­timato o lo è stato da pochissimo tempo”, sulla base del verbo lat. med. incaeniare (si pensi al dial. nap. antico incignare, inaugurare). Nel capitolo quarto discetta su un’altra epigrafe ritrovata nell’anfi­teatro, dell’apoditerio, del ginnasio, del catabolo e della scuola dei gladiatori di Capua. Il  quinto tratta della passione dei Campani per i giochi dell’anfiteatro, risa­lente agli Etruschi od ai Sanniti. Il sesto con­tiene la descrizione dell’anfi­teatro campano, misure, impianti, uso del nome (anfiteatro, arena, tea­tro), raffronto col veronese, la struttura della cavea e l’ordine dei posti secondo il decreto di Augusto, le pre­cinzioni e le entrate (vomitoria).

Quanto ai nomi con in quali è stato designato, Berelais ha procurato più problemi di quanto l’autore potesse immaginare. Esso è stato nel tempo deformato in vario modo dalla dizione popolare (Vorlasci, Virilassi, Vurlasci) e, fino a qualche decennio fa, la zona circostante era chiamata “camp e Vurlasce”. Mazzocchi intese bene l’e­quivalenza berelais / anfiteatro, ma spiegò il toponimo con troppa erudi­zione, facendo inutile ricorso a lingue straniere; quanto alle vicende del monumento nei secoli successivi, è significativo notare che Mazzocchi fu il primo a lamentare le spoliazioni sistematiche compiute a partire dal IX sec.  fino ai suoi tempi, qu­ando “si svellevano e si facevano ruinare archi e volte”. Il cap. ottavo tratta la passione dei Campani per gli spettacoli teatrali ed il teatro di Capua.

L'anfiteatro campano

L’opera sull’anfiteatro rese celebre Mazzocchi in Italia e in Europa. Grazie all’amico capuano Giuseppe Di Capua Capece, svariate copie del Commentario raggiunsero i più illustri dotti dell’epoca, che ebbero modo di apprezzare la serietà di studioso e la profonda dot­trina del nostro canonico. Già nel settembre 1727, lo storico anticurialista Pietro Giannone da Vienna, avutane tra le mani una copia, la considerò “degna di ogni commendazione per dottrina ed erudizione”; lo storico pugliese Giovan Bernardino Tafuri ringraziò il Capece “per il prezioso dono dell’eruditissimo libro composto dal celebre Mazzocchi” ed anche il dotto sacerdote napoletano Carlo Maiello da Roma definisce l’opera “eruditissima”; il mese dopo, l’astronomo veronese Francesco Bianchini da Roma elogia “la copiosa erudizione del Mazzocchi, il quale ha ono­rato la patria e lo studio dell’antichità con una delle più ragguardevoli opere che siano state in quello genere pubblicate; la solidità dei pen­sieri.”

Dopo di lui, l’antiquario friulano Giusto Fontanini, dichiara di aver “letto il libro dettato con maestria e con franca penna; dappertutto lo veggo accu­rato, elegante, in somma un libro onorevole a S.V. Ill.ma e a tutta l’I­ta­lia e letto con sommo godimento” e l’archeologo fioren­tino Filippo Buonarroti definisce il commentario “dotta ed elaborata dis­seriazione”; l’erudito veneziano Apostolo Zeno conferma il positivo giudizio quando, scrivendo al card. Angelo Maria Querini, definisce Mazzocchi “celebre letterato che, a comune giudizio, è uno di quegli che presente­mente col loro sapere fan più d’onore all’Italia e ne sostengono il de­coro”.

Nell’anno 1728, il più grande erudito italiano dell’epoca, Ludovico Antonio Muratori da Modena, ringrazia Giuseppe Di Capua del “dono prezioso per l’eru­dizione scelta dell’autore” e non può fare a meno di congratularsi diret­tamente con Mazzocchi per il suo “felice ingegno e raro sapere” ralle­grandosi di cuore per “l’erudizione rara, il genio felicemente critico e lo stile sì spiritoso e leggiadro”.

Infine, poco dopo, esce una lunga recensione di Johann Burckhard Mencke sugli Acta Eruditorum, la più antica e prestigiosa ri­vi­sta scientifica pubblicata a Lipsia dal 1672 al 1776, che apprezzò la profondità di dottrina unita ad eleganza e piacevolezza di linguaggio.