IL TEMPIO DELLE “MATRES”

Posted on 26 novembre 2011 by alberto

 

 

 

 

di Alberto Perconte Licatese

Il caso del tempio cd. Patturelli è utilissimo per fornire un’i­dea del saccheggio, della distruzione, della dispersione del patrimonio ar­cheologico capuano. Per un singolare paradosso, come acutamente osserva Luigia Melillo, già direttrice del locale ufficio di Soprintendenza, esso ha finito con l’essere designato col nome di colui che personalmente attuò, durante i lavori di sterro eseguiti alla metà del­l’Ottocento per la costruzione del casino padronale, la più sistematica de­vastazione del complesso architettonico sacro e delle decine di tombe che lo circondavano, ricchissime di arredo, vale a dire il sig. Carlo Patturelli, al quale per colmo dobbiamo anche riconoscenza, avendo egli lasciato, in scritti e lettere, preziose testimonianze relative ai reperti scomparsi. Una piccola parte dell’ingente quantità di materiale fu salvata circa trenta anni dopo e trasferita nel Museo Campano, inaugu­rato nel 1874. Herbert Koch affrontò l’esame dei materiali recuperati e tentò una ricostruzione dell’edificio; tra questi materiali, figuravano le centosessanta singolaris­sime “matres” scolpite nel tufo del Tifata.

Il santuario sorgeva in un’area di necropoli ed era inserito in un “lu­cus”, recinto sacro delimitato da alberi e circondato da un peribolo. L’elemento principale del santuario era naturalmente il tempio, costruito su un basamento di tufo provvisto di “bothros” (pozzo), col­mato con vasi a figure nere e vernice rossa. Le più antiche antefisse del tempio, risa­lenti al VI sec. aC, già mostrano l’immagine di una divinità connessa col mondo naturale e cacciatrice: la dea è raffigurata, infatti, tra due cigni, che ella tiene per il collo; oppure a cavallo, armata di arco. Alla natura ctonia, infatti, si aggiunge un aspetto cosmico, evo­cato da antefisse con allusive raffigurazioni di Eos e Kephalos, soggetti del mito che nel ra­pimento amoroso vede assicurata l’immortalità. I carat­teri celesti, eterni e della fertilità, evidenziati dalla divinità del tempio in esame, consentono di stabilire dei collegamenti con culti analoghi prati­cati in area etrusca nello stesso periodo in onore di divinità primarie, come Uni-Afrodite a Veii, Demetra a Graviscae, Mater Matuta-Aurora a Satricum.

Nell’organizzazione di tali sistemi cultuali,  la figura di Eracle svolge la funzione di paredro della dea, esprimendo il ruolo maschile necessario per metterne in atto la potenza generatrice. Al tempio si riconnette, con certezza, la più lunga epigrafe etrusca trovata in Campania, la cd. tegola di Capua, contenente copia del calendario litur­gico del santuario redatto alla fine del VI sec. aC. Il riferimento a due divinità ben precise (Laran-Marte e Lethans-Fortuna) farebbero individuare in quel sito il tempio citato da Livio, situato presso la città; inoltre, il culto della Fortuna si riconnette ad altri santuari dell’Italia centrale, dove la divinità è assimilata alla Mater Matuta.

Una mater

Julius Beloch riporta una serie di iscrizioni incise su terrecotte votive rinvenute nel tempio, da cui si ricava che i voti erano offerti a tre divinità: Iuppiter Flagius, Iovia Damusa e Vesolia. Difficilmente identificabili sono queste ultime due, che potrebbero essere anche una sola. La dea è raffi­gurata in una statua del Museo Campano di dimensioni quasi naturali, che regge nelle mani una colomba ed una melagrana. Mario Pagano ha curato una raccolta di lettere indirizzate da Carlo Patturelli al padre Giovanni, architetto della Real Casa borbonica, riferentisi alle scoperte ef­fettuate durante i lavori di cui s’è detto. L’elenco di materiali, quasi inte­ramente corredi funerari, è impres­sionante: in ogni tomba furono rinve­nute decine di pezzi di grandezza, fattura e qualità variabili, molti pezzi decorati con vernice rossa e nera, numerosi buccheri;  e monete.

Da ciò si sarà compreso, con desolante evidenza, quanto e quale danno abbia procurato al patrimonio archeologico capuano la to­tale mancanza di metodo e di scrupolo nell’esecuzione degli scavi effettuati. Dagli studi del­l’Heurgon si deduce che il tempio, nella sua struttura definitiva, risaliva con una certa sicurezza al IV sec. aC e comprendeva un altare monumen­tale di tufo, rettangolare, lungo circa m.15 e largo m.6.50, orientato in di­rezione est-ovest, pog­giato su una piattaforma alta poco più di due metri. Intorno ad esso, c’erano una dozzina di altri altari di tufo più piccoli e in vari stili ed un’edicola contenente un altarino ed una statuetta, un pozzo pieno di vasi greci in frantumi, un muro di blocchi di tufo, un capitello ionico, una costruzione rotonda circolare sempre in tufo, una fabbrica di tegole. Il tipo di santuario è indicato in un’iscrizione votiva dove si legge “lukei”, il “lucus” di Capua, struttura sacra tipicamente italica che trova riscon­tro nel bosco sacro di Evandro, cui accenna Virgilio, nel “nemus Aricinum”, citato da Strabone, e soprattutto nel “lucus” di Agnone, chiamato nelle iscri­zioni hortus Cerealis.

Una mater

Particolare rilievo assumono le statue, grandi e minuscole, sparse dovunque (molte sono raccolte nel Museo Campano), su cui sono fioriti da oltre un secolo studi interessan­ti. Esse sono del tipo “kourotrophos(nutrice di bimbo), rappresentanti una donna per lo più seduta su un trono che regge in grembo da uno a sedici bimbi in fasce. Soltanto tre di esse re­cano un’iscrizione assai breve; molte, specie quelle di piccole dimensioni, sono anche in piedi. Non si tratta, come nel passato si è creduto, della raf­figurazione della divinità; esse sono da considerarsi piuttosto degli ex voto, con cui le donne capuane mettevano nelle mani della divinità la loro innata aspirazione alla maternità o chiedevano la protezione nell’allevamento della prole. La dea, raffigurata in vario modo, stante ed in trono, a piedi o a ca­vallo, poveva essere la Dea Mater, il cui culto risaliva almeno al VI sec. aC.

Tra le divinità minori venerate nel santuario, figura Eracle, cui era dedicato un “pagus”, mentre su alcune monete di Capua è raffigu­rato l’eroe e sul retro il figlio Telefo; Eracle è rappresentato anche sul le­bete cd. Barone, nonché su terrecotte trovate a Curti, dove è imberbe e co­perto da una pelle di leone, nella sinistra porta la clava e nella destra la cornucopia; altre antefisse, come detto, lo presentano che lotta col leone nemeo; su di un pilastrino dell’anfiteatro, infine, l’eroe figura in atto di sacrificare. Altra divinità è Eos, presente in un’an­tefissa nell’atto di rapire Cefalo. Tra Eos e la Dea Madre faceva appunto da intermediaria la Mater Matuta. Quest’ultima, dea dell’aurora, come dice chiaramente il nome, ed attestata tale già in Lucrezio, Cicerone ed Ovidio, s’identificava con Eos, venerata nell’Italia centro-meri­dionale (Roma, Satricum, Cales, Capua), e non mi sembra cir­costanza casuale che una delle etimologie più plausibili del nome Ausoni stabilisca una  relazione con popoli che veneravano l’aurora.

Primeggia nell’olimpo capuano Iuppiter; il carattere celeste del dio è attestato da una “piovila” del 300 aC, intitolata a “Iuvei Flagiui”, lo Iuppiter Flagius, il cui epiteto è in relazione col gr. flego (brucio) e col lat. ful­geo (brillo), per cui corrisponderebbe a Giove Folgoratore. Accanto ad Iuppiter, c’è la Dea Madre, che si vorrebbe ac­co­stare ad altre divinità, tra cui Cerere, che contese a Libero il possesso della Campania, secondo la tradizione riferita da Plinio, in modo esplicito no­minata in una “tabula defixionis” e figurante su monete ed altre iscri­zioni; o Fortuna, che aveva un tempio a Capua, i cui “ma­gistri” ri­sul­tano attestati in un’epigrafe; o infine Giunone Lucina, che penetrò in Campania dopo la conquista romana.