I giochi dell’anfiteatro

Posted on 26 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

Sugli spettacoli anfiteatrali espressero la loro opinione, già nell’antichità greco-romana, i dotti latini, in particolare i pensatori cristiani, che si levarono contro il disumano divertimento di assistere a vere e proprie carneficine. Terenzio si mostrò amareggiato, in quanto il pubblico preferì uno spettacolo di gladiatori alla sua “Hecyra”, Cicerone fu indeciso tra ammirazione e fastidio,  Seneca, predicando una nuova etica, lanciò strali sul gusto sadico di vedere il sangue umano, Giovenale non risparmiò l’indignazione, Tertulliano definì l’anfiteatro “il tempio di tutti i demoni e spiriti immondi”, Arnobio e Lattanzio detestarono gli spettacoli  “bestiali ed empi”.

Nei tempi nostri, molti studiosi della storia romana, dell’antichità privata  e del costume, specie italiani e francesi, hanno condannato senza remissione,  pochi, specie tedeschi ed inglesi, hanno tentato di capire il fenomeno. M.Vocino così li descrive: “Il più tipico degli spettacoli circensi era quello dei gladiatori.  Esso si apriva con un corteo in parata, al quale partecipava anche chi approntava i ludi; poi, si procedeva alla verifica delle armi e, dopo un breve combattimento di para, si passava a quello cruento, annunziato da squilli  di tromba. I gladiatori timidi  o riottosi venivano incitati con la frusta o col fuoco; i caduti potevano impetrare la clemenza del pubblico che, in tal caso, agitava fazzoletti; altrimenti, ne reclamava la morte”.

La più dura condanna viene da J.Carcopino: “Penetrando nelle arene dopo quasi duemila anni di Cristianesimo, abbiamo veramente l’impressione di discendere nell’inferno dell’antichità.  Per l’onore dei Romani, noi vorremmo strap­pare dal libro della loro storia questo foglio in cui restò intorbidata, mac­chiata di sangue indelebile,  l’immagine di quella civiltà di cui essi hanno creato le voci significative. Condannare tutto questo non ci basta: non arriviamo neppure a comprendere l’aberrazione nella quale cadde que­sto popolo quando, fra tutti i piaceri che gli venivano offerti, preferì lo scannamento degli uomini…Tutti conoscono la tirata di Giovenale contro la gente di Remo, solo di due cose paga: pane e spettacoli del circo. In realtà, i Cesari s’incaricavano di nutrire e distrarre il popolo: con le distribuzioni mensili davano la certezza del pane quotidiano e con gli spettacoli riempivano e disciplinavano i suoi ozi. Sulla strada che conduceva all’autocrazia, gli spettacoli rappresentavano un ostacolo alla rivoluzione. Essi occupavano il tempo, allettavano le pas­sioni, distraevano gli istinti”.

U.E.Paoli non è meno critico nei confronti dei ludi: “Sulla civiltà romana, che è così grande, l’abominevole amore del pubblico per i ludi del circo getta un’ombra fosca. È una macchia di obbrobrio che non si cancella. Anche nei tempi più barbari, la coscienza umana si è rifiutata di perpetuare la scellerata consuetudine. Dire che noi la condanniamo è poco; la realtà è che non riusciamo neanche a ren­dercene conto. Ci sembra assurdo. Stupisce, infatti, più ancora che la tor­bida eccitazione della folla ubriaca di sangue, l’indifferenza dei migliori; solo dagli scritti di Seneca si leva una voce di disapprovazione”.

J. Mattews  si pone questo dilemma, tentando di giudicare i ludi con un’ottica leggermente diversa: “Il disprezzo del poeta satirico Giovenale per il popolo romano, che desiderava solo pane e spettacoli del circo, viene spesso citato dagli studiosi che non riescono a immaginarsi le privazioni provocate dalla povertà e dalla noia della disoccupazione.  In realtà, gli spettacoli pubbli­ci non erano soltanto una consolazione per i diseredati, ma un aspetto importante nelle città romane. Essi venivano offerti dai dignitari locali, che in questo modo affermavano il proprio prestigio e rafforzavano la propria posizione di protettori della gente comune, la cui gratitudine si manifestava con grandi acclamazioni nei teatri, negli anfiteatri e nei cir­chi. Certamente, essi offrivano spettacoli pericolosi ed emozionanti, come le corse dei carri, o sanguinari, come i combatti­menti fra gladiatori e le lotte con gli animali feroci. Finire in pasto alle belve era una punizione riservata agli schiavi e alla gente umile, oppure agli stranieri. In altri casi, si ha l’impressione che i combattimenti fossero piuttosto degli spettacoli di abilità, non esenti da un certo istrionismo”.

Acuta e lucida mi sembra l’analisi dell’inglese J.Wight Duff su alcuni aspetti sconcertanti della società romana: “È facile muovere accuse al lusso, alla ghiottoneria, alla vita rischiosa e sudicia dell’epoca. Non possiamo non ribellarci di fronte alle stranezze dei pranzi ammanniti da volgari anfitrioni, all’artificio di pro­curarsi nuovamente l’appetito con l’uso di emetici. Non si può trattenere l’ira dinanzi ai truffatori di minorenni né la pietà di fronte al pupillus ingannato. Alcuni erano presi dalla mania del gioco d’azzardo. Né si può passar sotto silenzio l’esistenza dell’infanticidio, la durezza del regi­me schiavistico, la crudeltà dei giuochi dell’anfiteatro sia verso gli uomi­ni che verso le bestie, la barbarie di talune punizioni come la tunica mole­sta e la crocifissione, le perversioni e le licenze sessuali attestate da Giovenale e Marziale. Ma le deviazioni morali non erano un fatto generale né rimane­vano incensurate”.

Mi sembra che P.Veyne  sia l’unico che tenti di capire il signifi­cato dei giochi, senza pregiudizi morali: “La passione per le corse del circo ed i combattimenti nell’arena, rimpiange Tacito, fanno concorrenza all’apprendimento dell’eloquenza presso i giovani di buona famiglia. Infatti, gli spettacoli interessavano tutti, compresi i senatori e i pensatori, la cui censura era platonica: i giochi gladiatorii, per infami che fossero, avevano il merito di temprare il coraggio degli spettatori. Gli intellettuali assistevano agli spettacoli come tutti: Cicerone ci andava; Seneca si recava all’anfiteatro per divertirsi un po’; Mecenate chiedeva ad Orazio il programma dei combattimenti; Marco Aurelio assisteva agli incontri di gladiatori per dovere di imperatore. Gli spettacoli costituivano l’affare più importante: il posto che essi tenevano nella vita antica di primo acchito stupisce. Ma è una passione che si capisce: gli spettacoli antichi non somigliano per nulla ai nostri moderni, non erano materia di gusto individuale, non erano piaceri esclusivamente popolari, non erano dei modi di impiegare il tempo libero; erano un piacere comune a tutti. Lo spettacolo è una pas­sione di cui i saggi biasimano l’eccesso.”

Dopo tanti giudizi  articolati e contrastanti, non mi riesce agevole esprimere un parere per­sonale sul fenomeno dei ludi, che, dopo mezzo secolo di studi di lingua, letteratura e storia romana, suscita in me insieme ammirazione ed orrore. Da un lato, non posso non condannare la brutalità dei massacri che si compivano in quei maestosi templi del sadismo sotto gli occhi compia­ciuti della folla. Dall’altro, non sento di condividere il giudizio di ripro­vazione espresso dagli studiosi sulla base di valutazioni morali e politi­che: certe definizioni come “inferno dell’antichità” o “sostegno del pote­re” sono suggestive, ma deboli. Innanzitutto,  non è possibile giu­dicare con la morale di oggi un fenomeno di duemila anni fa; poi, non vedo un disegno perverso del potere in tal senso, convinto che l’impero romano per reggersi non avesse bisogno di tali mezzucci e che anche i regimi democratici escogitino diversivi per le masse. Infine, è una forzatura vedere negli sfoghi o nelle riflessioni dei dotti romani dure condanne o accusarli di eccessiva morbidezza nel condan­nare. Essi erano parte del mondo romano e non potevano essere lucidi nel giudizio. Più semplicemente, ritengo che i giochi dell’arena s’inquadrino in un sistema politico sociale che per secoli ebbe nelle guerre, nelle lotte, nella violenza la sua ragion d’essere. Esaurita la grande epoca delle guerre e con l’inizio del principato, i giochi dei gladiatori, che già prima avevano costituito per i patrizi, in occasione di funerali o banchet­ti, un modo per esaltare agli occhi del popolo la pratica della virtus da parte della propria gens, diventarono un fenomeno di massa, un sostitutivo della guerra, di cui erano in effetti il simulacro, quasi una sua continua­zione per forza d’inerzia. Tutto questo in una realtà storica in cui il valo­re della vita era bassissimo, come attestano altri fenomeni “abominevo­li”, la schiavitù, la condanna a morte, l’esposizione dei neonati, la condi­zione di miseria e di abbrutimento della plebe, la superstizione. Nelle lotte dei gladiatori vedo una forma distorta di virtus, un’espressione di forza e di disperazione da parte di chi nella vita non poteva cogliere altro che l’effimera gloria di una vittoria nell’arena. Diversa, ovviamente, è la valutazione delle condanne ad bestias, frutto della degenerazione complessiva della società romana.

Negli anfiteatri si davano tre tipi di spettacoli: lotte di gladia­tori, finte cacce, battaglie navali. I giochi gladiatori (munera gladiatoria) più attiravano la massa. Si trattava di lotte feroci e sanguinarie tra gladiatori (da gladius, spada corta che feriva di taglio e di punta, che prendevano vari nomi, secondo il tipo d’armatura e la tecnica di lotta. I retiarii erano armati di tridente e con una rete cercavano di avviluppare la testa dell’avversario; i secutores (da sequor, seguire), muniti d’elmo, scudo e spada, inseguivano il reziario; i laqueatores catturavano lo sfidante con un laccio (laqueus); i mirmillones combattevano contro i traci e i reziari armati d’elmo gallico col cimiero a forma di pesce (mirmillo); traci e san­niti erano così chiamati dalle armature che indossavano, tipiche di quei popoli; i catervarii combattevano a squadre (catervae); gli essedarii dal carro (esseda); i provocatores, infine, volteggiavano intorno all’avversario e lo provocavano. Quasi sempre le lotte si concludevano con la morte di uno dei duellanti, come naturale conclusione del com­battimento  o per il colpo di grazia, assestato dal vincitore dietro le pres­sioni della folla urlante (pollice verso). Le finte cacce (venationes) erano, in realtà, lotte tra uomini e belve; i gladiatori impegnati in tali esibizioni si chiamavano bestiarii. Rientravano in questo tipo di spettacolo, se così si può chiamare, le con­danne ad bestias; in tal caso, uomini o donne erano contrapposti inermi alle belve, soccombendo senza scampo. Siffatta disumana condanna subirono per quasi tre secoli i cristiani. Le battaglie navali (naumachiae) erano spettacoli più rari, per i quali occorreva inondare l’arena con un sofisticato sistema idraulico; i partecipanti (naumachiarii), combattendo da barche, simulavano violenti scontri per mare.