Pietro Giannone

Posted on 26 novembre 2011 by alberto

di Daniela Graziano

 

“Io nacqui da onesti parenti ai sette di maggio dell’anno 1676, in una terra del monte Gargano, nella Puglia dei Dauni chiamata Ischitella, prossima ai lidi del mare Adriatico, dirimpetto alle isole Diomedee, ora dette Tremiti”. Così Pietro Giannone, rinchiuso nella fortezza di Miolans nel 1736 rievocava i suoi natali. Con affettuosa nostalgia, ricordava il padre Scipione, “speziale, uomo di mediocri sostanze, sì bene d’onesti costumi” e la madre Lucrezia Micaglia “non men pia che savia”, nonché lo zio materno prete Matteo “che il disciplinò negli elementali studi”. Ormai quindicenne fu mandato “ai studi di filosofia sotto la disciplina d’un frate francescano dei zoccoli, valente teologo “, divenendo così “filosofo scolastico scontista”. Trasferitosi a Napoli (1694) per dedicarsi agli studi giuridici nella regia Università federiciana, dove gli fu maestro il celebre Domenico Aulisio, “lettore di ius civile, ma profondo in tutte le scienze ed ornato non meno di latina che di greca erudizione e, soprattutto, della istoria romana”. Laureatosi nel 1698, dopo un breve tirocinio presso il famoso Gaetano Argento, “avanzatosi per la sua gran dottrina nell’avvocazione”, cominciò ad esercitare l’avvocatura e ben presto diventò noto nell’ambiente forense.

Pietro Giannone

Si interessò alla questione, più viva che mai nel Regno, dei rapporti fra il diritto civile e il diritto canonico, meditando un’opera che dimostrasse l’infondatezza della tesi dei curialisti e denunciasse le prevaricazioni e gli arbitrii ecclesiastici nei confronti del potere temporale.

Finalmente, realizzò quest’idea, dopo vent’anni di lavoro, che gli consentì di comprarsi una villa, di mantenere il fratello inabile e il vecchio padre, “carrozza e servidori” e di accollarsi le spese della pubblicazione, nella “Istoria civile del regno di Napoli”, pubblicata a Napoli nel 1723. Articolata in quaranta libri, essa contiene la ricostruzione delle vicende del Mezzogiorno dall’età romana agli inizi del XVIII secolo. Era un modello radicalmente nuovo di storiografia, attenta, più che alle vicende belliche e politico-diplomatiche, ai sottili processi di formazione e modificazione delle istituzioni civili, legate al soddisfacimento dei bisogni della società. La storia veniva reinterpretata alla luce dell’ “accertamento del vero storico”, riportando alla luce un’ enorme mole di materiale documentario, fino ad allora ignorato. Riprendendo, nella prospettiva di un moderno giurisdizionalismo, le tesi di Dante, Machiavelli e Sarpi, condannava decisamente il potere temporale dei papi, considerato prima causa della crisi del cristianesimo genuino ed ostacolo al progresso civile dei popoli, e affermava l’assoluta autonomia dello Stato. In quegli anni era viceré il cardinale Michele Federico D’Althan, che teneva sotto controllo la cultura  napoletana, e il Giannone, quindi, si trovò solo a sostenere la tempesta delle velenose ostilità dei potenti ecclesiastici e laici, delle livide invidie dei dotti e dei radicati pregiudizi del popolino scatenate dalla sua opera.

Proprio la plebe, sobillata dal clero, gli si levò contro, attribuendo alle sue dottrine “eretiche” il mancato miracolo di S.Gennaro e lo costrinse a fuggire da Napoli. Si recò prima a Modena, poi a Vienna e, presso l’imperatore Carlo VI, cui aveva dedicato l’ “Istoria”, trovò cordiale accoglienza e persino ottenne una pensione annua. In Austria, la lettura di numerosi scritti d’ispirazione protestante o deista lo spinse alla composizione (1731-33) di un’altra opera polemica contro il potere papale, dall’originale titolo “Triregno”, che fu pubblicata postuma in copia apocrifa e incompleta, essendo l’originale finito nelle mani degli inquisitori. In quest’opera, pubblicata integrale solo nel 1940 a Bari, il Giannone riprese con maggiore ampiezza gli argomenti anticurialistici già svolti precedentemente e si inoltrò in un terreno teologico, rifiutando, come costruzioni artificiose ed interessate, alcuni dogmi del cattolicesimo. Egli riconobbe nella storia della religione cristiana tre fasi, corrispondenti a tre regni: il Regno terreno, creato dagli ebrei per fini puramente mondani; il Regno celeste, fondato da Cristo e dagli apostoli sul principio di una religione umile e sprezzatrice di cose terrene; il Regno papale, edificato dalla Chiesa post-costantiniana e via via rafforzatosi attraverso i secoli a tutela di interessi politici contrastanti col messaggio di Cristo. Colpa storica della Chiesa ai danni dell’uomo sarebbe stata perciò l’aver stravolto l’insegnamento originario di Cristo e degli apostoli e neutralizzato lo straordinario potere palingetico del messaggio evangelico, che potrebbe far prevalere la civiltà sulla barbarie.

Nel 1734, l’anno in cui l’Austria perse il Regno di Napoli, il Giannone, privato della pensione, ritornò in Italia. Perseguitato con implacabile tenacia dalla Chiesa, cercò invano rifugio a Venezia, a Modena, a Milano, a Torino ed, infine, fu costretto a riparare a Ginevra. Nel 1735, in occasione delle feste pasquali, passò in Piemonte, dove fu fatto arrestare proditoriamente da Carlo Emanuele III di Savoia, desideroso di ingraziarsi il papa Clemente XII, in vista di un concordato con la Santa Sede. Incarcerato prima nella fortezza di Miolans (1736-1737), poi a Torino, nelle carceri di Porta Po, quindi a Ceva (1738-1744) e nuovamente a Torino, dove Giannone morì in una cella della Cittadella il 17 marzo 1748, dopo tredici anni di angosce e di sofferenze fisiche, descritte con drammatico vigore nella “Vita scritta da me medesimo”. Mosso, infatti, dall’impellente esigenza di difendere la propria onorabilità di uomo e di studioso dalle calunnie disseminate sul suo conto dagli avversari e dalla necessità di ricostruire la propria attività di ricercatore secondo una linea di sviluppo unitario, Giannone lasciò con la “Vita” un documento di notevole interesse storico ed umano. Di lì a poco, nell’Europa ormai pervasa da principi laicistici e regalistici da lui propagandati, il Giannone grandeggiò come un mito. A Napoli, Carlo di Borbone, assegnando al figlio una pensione, precisò che il gesto fu un doveroso riconoscimento alla memoria del “più grande utile allo Stato e ingiustamente perseguitato uomo che il regno avesse prodotto in quel secolo”.

La fortuna di Giannone  è rimasta a lungo legata alla “Istoria civile”, che fu tradotta in inglese (1729), francese (1738) e tedesco (1768-1770).  Montesquieu, in particolare, dichiarò la necessità che la Francia disponesse di un’opera paragonabile a quella prodotta da Giannone per il Regno di Napoli. Il valore della sua opera di storiografo, giurista e pensatore politico, è stato ribadito dalla critica più recente (G.Ricuperati, A.Omodeo, F.Nicolini, G.Gentile, N.Sapegno, G.Ferrari, L.Mannarino), che ha focalizzato la portata e la vastità degli interessi di Giannone e le soluzioni innovative, inquadrate, sul piano metodologico ed ideologico, nell’ambito della cultura europea più avanzata del tempo.