EUGENIO DELLA VALLE geniale grecista e fervente liberale

Posted on 25 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese


Eugenio della Valle si annovera, senza dubbio, nella nutrita schiera d’intellettuali sammaritani del secolo scorso. La sua figura e la sua opera ebbero risonanza nazionale, sia per lo spessore culturale e scientifico nel campo della letteratura greca, sia per la linearità e coerenza politica ed ideologica dimostrata non solo negli anni difficili del fascismo, ma anche nei primi decenni della restaurata democrazia. Egli nacque a S.Maria Capua Vetere nel 1904 da una famiglia di antiche tradizioni liberali, coltivate con passione, in particolare dal 1799 fino al 1860. Frequentate le scuole elementari nella città natia, attratto da un fascino irresistibile per l’ancora capitale culturale del Mezzogiorno, compì gli studi presso il liceo classico “G.B.Vico” di Napoli; quindi, spinto da una grande passione per le discipline umanistiche, si iscrisse nella Facoltà di Lettere dell’Università Federiciana e conseguì giovanissimo la laurea (1925), discutendo una tesi di letteratura classica sulle “Origini del canto bucolico in Sicilia”. Pur allievo di Nicola Terzaghi, Enrico Cocchia ed Emidio Martini, sommi maestri di latino e di greco, egli avvertì il prepotente desiderio di entrare nel sodalizio di Benedetto Croce, che a Napoli costituiva il punto di riferimento per i letterati di sentimenti liberali, antifascisti e d’indirizzo idealistico. Ancora studente universitario, infatti, sottopose il poemetto “Saffo” (1924) al severo giudizio del filosofo di Pescasseroli, il quale apprezzò per la sincerità dell’ispirazione e per la solida formazione classica; così, tra i due nacque un’amicizia leale e duratura ed un sodalizio devoto e fruttuoso con una delle più alte menti del pensiero del nostro tempo, anche quando negli anni Trenta, gli amici del Croce si contavano sulle punte delle dita. Dopo aver pubblicato raccolte di liriche (“Sogni d’aurora”, 1921), la tesi di laurea (“Canto bucolico”, 1927), poemetti allegorici (“Visioni elleniche”, 1929), esperimenti di poesia pura (“Meteore”, 1932), un’interpretazione originale di un dramma satirico (“Saggio sul Ciclope”, 1933), pervenne al magistrale “Saggio sulla poesia dell’Antigone” (1935), una vigorosa rivalutazione della poesia della tragedia sofoclea (nel frattempo, travisata dal razionalismo hegeliano e, per fortuna, difesa dal romanticismo goethiano), che suscitò entusiastici consensi e qualche isolata ed acida critica. Intervenendo sull’originale e complesso problema della “metabasi ad altro genere”, in proposito il Croce condivise l’impostazione e le conclusioni dello studioso sammaritano che, ricollegandosi alle geniali intuizioni di J.W.Goethe, considerò la protagonista del dramma una primigenia espressione del sentimento, avulsa da complicazioni filosofiche o morali. Nell’accingersi ad aspirare alla meritata cattedra universitaria, esplosa nel frattempo la polemica tra gli accademici (capeggiati da Giorgio Pasquali) e il Croce, il della Valle fu escluso e pagò, in tal modo, la sua ferma posizione politica ed estetica; da questa miserevole vicenda della cultura italiana asservita al regime, sgorgò un originale pamphlet dal titolo “Via dell’Università-Vietato il transito” (1937). Allo scoppio della guerra, richiamato alle armi e dislocato in Calabria, ispirato dalle incantevoli marine ioniche, scrisse il dramma “Arione” (1942) che, nella rievocazione del mitico poeta travolto dai flutti alla ricerca dell’amata Cinzia, simboleggia il suicidio di un’intera civiltà. Nel dopoguerra, egli dalle generose esperienze politiche, seguendo il Croce e adoperandosi per la ricostruzione della nazione, passò alla breve, ma intensa, parentesi accademica, da libero docente di Storia dell’estetica nella Scuola di perfezione universitaria in filologia, quando ebbe alunni Marcello Gigante, Lidia Massi, Luigi D’Ardes, Matilde Brini e la futura moglie Clara Sborselli e, in codesti tre anni importanti, produsse le dense di dottrina “Lezioni di poetica classica” (1945-46), ancor oggi considerate il punto di partenza per la conoscenza della formazione delle dottrine estetiche dei Greci, dai primi adombramenti omerici fino ad Aristotele, accingendosi a delineare, tra i primi in Italia, una vera e propria storia dell’estetica antica. Le sue opere ebbero vasta risonanza nel mondo della cultura classica ed ottennero il plauso dei grecisti più insigni europei, da Raffaele Cantarella ad Ettore Bignone, da Enrico Turolla a Manara Valgimigli, da Carlo Del Grande a Werner Jaeger, da Max Pohlenz a Gilbert Murray. Inizia, quindi, la grande stagione “teatrale”, della versione poetica e della rappresentazione dei drammi greci nei più importanti teatri greci e romani d’Italia, a cominciare con i “Contendenti” (1949), il “Ciclope” (1949), l’ “Antigone” (1954), l’ “Alcesti” (1956), l’ “Ifigenia in Aulide” (1962), gli “Uccelli” (1964), l’ “Elettra” (1970). Le versioni poetiche di drammi greci sono il naturale sbocco della sua sensibilità artistica e del suo viscerale amore per la grecità. Esse nacquero dal bisogno di far rivivere le opere della drammaturgia greca mediante le pubbliche rappresentazioni; per lui la grecità non poteva esaurirsi nelle scuole, nelle università e nelle biblioteche, ma doveva vivificarsi e rinnovarsi tra il pubblico, ricreando l’atmosfera magica del teatro antico, anche grazie ad un linguaggio attualizzato, ma non per questo destinato a scadere nel banale o nel volgare. Le sue robuste ed appassionate versioni di tragedie e commedie furono prescelte per le rappresentazioni eseguite da registi, come Vincenzo Bonaiuto e Guido Salvini, e da attori, come Salvo Randone, Lilla Brignone, Sergio Fantoni, Tino Buazzelli, Alberto Lupo, Gianmaria Volontà, Tino Carraro, Edmonda Aldini ed Ilaria Occhini. Per questa fervida ed appassionata attività, nel 1974 gli fu assegnato l’Eschilo d’Oro, il più alto riconoscimento dell’Istituto Nazionale Dramma Antico; da quel momento, interrottasi questa splendida stagione, l’amarezza per l’estrema delusione e la forzata inerzia, originate da meschini calcoli e favoritismi, lo fecero ritirare nel privato, senza che ciò gli impedì di comporre un significativo racconto con pessimistiche riflessioni sul destino dell’arte (“Approdo a Capo Nord”, 1978) ed, infine, una raccolta di liriche inedite, estremo rifugio del suo animo sensibile e nobile che, fino al trapasso (1993), gli fece dettare gli ultimi versi alla devota coniuge. Le opere di Eugenio Della Valle riscossero il plauso di studiosi avveduti e sinceri, anche se non mancarono alcune stizzose e preconcette voci discordi, specie da parte di esponenti della cultura ufficiale ed accademica, sostenitori non sempre intelligenti della filologia formalistica e senz’anima. Il primo non lo esaltò, le seconde non lo fiaccarono. Eugenio della Valle fu nella cultura classica italiana ed europea del secolo scorso, una figura anomala di un geniale interprete dei tesori della poesia greca, di un uomo di raffinato gusto estetico, di fermissima tempra caratteriale etica, geloso custode della coerenza, pur nel mutare dei tempi e delle mode.