Franco Gagliardi, vittima dell’eccidio partigiano di Oderzo

Posted on 13 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

Alla fine dell’aprile 1945, ad Oderzo, nel Trevigiano, erano di stanza un gruppo di Brigate Nere (al comando del commissario prefettizio Bruno Martinuzzi), il battaglione “Bologna” della Gnr (comandato dal maggiore Ansaloni), la scuola allievi ufficiali (alle dipendenze del colonnello Baccarini). Il 26 aprile, intermediando il primate mons. Domenico Visentin, il sindaco di Oderzo (ing. Plinio Fabrizio) ed il rappresentante del Cnl (dott. Sergio Martin), si incontrarono con i comandanti dei reparti militari della Rsi, per trattare  la resa dei militari. Dopo due giorni, fu stipulato un patto di resa, col quale il Cln, dietro la consegna delle armi, s’impegnava a fornire i lasciapassare. Sottoscritta la resa e consegnate le armi, sotto il controllo di Baccarini e di Ansaloni, i componenti del Cnl predisponevano i salvacondotti, mentre già un centinaio di militari avevano lasciato Oderzo.

Franco Gagliardi

Quand’ecco che un reparto partigiano, i “Cacciatori della pianura”, aggregato alla divisione “Garibaldi”, sopraggiunto, pretendeva di aver giurisdizione sulla sponda sinistra del Piave. Novello lupo della favola, il reparto, comandato da Adriano Venezian, dal capo di S.M. Attilio Da Ros, dal commissario politico Giorgio Pizzoli e dal capo partigiano Silvio Lorenzon, ordinò di non far allontanare altri fascisti da Oderzo. All’alba del 30 aprile, esso prelevò dalle carceri gli ufficiali Giovanni Cinotti, Giuseppe Fratta, Paolo Geminiani ed altri, compreso il comandante delle Bn, Bruno Mastinuzzi, in tutto una quindicina di uomini; tra gli altri, c’era il capitano Franco Gagliardi, sammaritano, della classe 1921; previo un sommario processo da parte di un tribunale Cnl, tutti furono condannati a morte; le esecuzioni ebbero luogo all’alba del 30 aprile, lungo l’argine del torrente Monticano, dove furono gettate le salme.

Il sindaco di Oderzo ed alcuni membri del Cln protestarono al capo partigiano Pizzoli per l’uccisione proditoria dei quindici militari, ma costui affermò che “avevano sbagliato a promettere salva la vita, dopo la resa e la consegna delle armi”; si impegnò a non far fucilare altri soldati, alloggiati nelle carceri mandamentali e nel collegio “Brandolin”. Nonostante l’impegno, il 1° maggio, essendo testimoni il custode del carcere Bressaglia e Bruno Martin presente per caso, una ventina  di partigiani si presentarono al carcere e si fecero consegnare ventiquattro detenuti, col pretesto di trasferirli al campo di Treviso. Lo stesso giorno furono prelevati dal collegio “Brandolin” ottanta militi dei battaglioni “Bologna” e “Romagna” della Gnr. I testimoni oculari, Mario Marci e Giulia Pastrolin, assistettero alle macabre fasi dell’eccidio, che si protrasse per quasi tre ore; i cadaveri furono gettati sull’argine del fiume. Nonostante le proteste del Cnl locale, del sindaco e del mons. Visentin, la notte del 15 maggio, furono prelevati altri dodici militari dal collegio “Brandolin” e tradotti in località Priula, dove furono ugualmente uccisi con raffiche di mitra e le salme furono lasciate sul greto del fiume.

Alle ennesime rimostranze al comando dei “Volontari della libertà”, esso sostenne che, “spinto dalla necessità dello stato di guerra (la guerra era finita il 25 aprile 1945, ndr), doveva procedere alle esecuzioni capitali dei criminali di guerra, dopo regolare processo della corte marziale, f.to comandanti Jim, Biondo, Tigre (i nomi di battaglia dei predetti capi partigiani, ndr)”.

Dal verbale dei carabinieri di Oderzo, redatto il 25 settembre 1945, emerge che in quattro fasi furono fucilati centoventisette militari tra Bn e Gnr: “I fatti possono essere classificati come inutili, deprecabili e disumani atti di barbarie.” La Corte d’Appello di Venezia, nella sentenza dichiarò: “Rimane il fatto dell’omicidio continuato di centoventidue vittime consumato con inauditi  di atti premeditati; tenuto presente che la data della resa delle truppe della Rsi pone fine alla lotta antifascista, è antigiuridico lottare con mezzi illeciti chi non è più efficiente, specie dopo un regolare patto di resa”.

I vinti, pur essendo dalla loro parte le ragioni giuridiche e morali, tuttavia, per un distorto principio politico, ormai consolidato, ma ottuso e barbarico, hanno sempre torto. Mi chiedo: è giusto che essi, dopo aver pagato con la vita, siano condannati in eterno alla menzogna, al vituperio, o peggio, all’oblio?