Domenico Cimarosa, una gloria aversana

Posted on 13 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

“Napoli è anche un luogo di creazione. Penso al suo abbagliante Settecento, in cui essa donò all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose…” Il giudizio espresso dallo storico francese Fernand Braudel non avrebbe potuto condensare meglio così quella molteplicità di interessi e di iniziative fiorite come per magia nel secolo d’oro del Mezzogiorno d’Italia. Con la costruzione del S.Carlo e con l’istituzione di scuole e conservatori di canto, musica, scenografia, teatro, in questi campi, comprese la canzone, l’opera buffa, la produzione melodrammatica, la commedia, la strumentazione, spiccarono i compositori Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello, Gaspare Sacchini, Nicolò Piccini, Giovan Battista Pergolesi, il clavicembalista Domenico Scarlatti, i maestri di cappella (specialisti  in musica sacra) Francesco Durante, Nicola Sabatino, Giuseppe de Magistris, Ferdinando Di Donato, Niccolò Iommelli e Nicola Porpora. Nel vasto e variegato panorama delle arti musicali  e teatrali fiorite nel Napoletano, spiccò senza dubbio Domenico Cimarosa.

D.Cimarosa, ritratto (G.Forino)

Egli nacque il 17 dicembre 1749 ad Aversa, in un’umile casa sita in vico Trinità, da Gennaro, muratore, e da Anna Di Francesco, lavandaia, e fu battezzato nella chiesa di S.Anna. Forse nel 1756 la famiglia si trasferì a Napoli, dove il padre avrebbe dovuto trovato lavoro per la costruzione della reggia di Capodimonte, ma poco dopo morì caduto da un’impalcatura. Per le condizioni miserevoli della famiglia, la madre affidò Domenico ai padri conventuali del Pendino, presso i quali per un lustro apprese i rudimenti delle lettere e della musica. Per quest’ultima arte mostrò particolare inclinazione e fece tali progressi che fu ospitato nel napoletano Conservatorio della Madonna di Loreto (1761). Ivi rimase  ben dieci anni, avendo come maestri Pierantonio Gallo (canto), Saverio Carcajus (violino) e Fedele Fenaroli (composizione) e come condiscepoli Nicola Zingarelli e Giuseppe Giordano. Di lì si recò a Venezia e, dopo dieci anni, ritornò a Napoli (1771) per sostituire Francesco Durante, promosso maestro di cappella, in qualità di “mastriciello” ed a S.Maria di Loreto terminò gli studi; per un certo periodo fu allievo di Nicolò Piccinni (compositore teatrale) e di Giuseppe Aprile, noto contralto e cantore, che pubblicò a Londra nel 1791 un moderno italiano “Method of Singing”.

Cimarosa, appena ventenne, ormai era divenuto ottimo violinista, clavicembalista,  organista e maestro compositore ed, avendo una voce che si adattava sia alle parti serie sia a quelle buffe, tra il 1763 ed il 1766 fu interprete del protagonista dell’intermezzo composto da Gaspare Sacchini “Fra Donato”. Ma la data ufficiale dell’inizio della carriera artistica fu il 1772, quando nel carnevale, nel teatro “Fiorentini” di Napoli, rappresentò la sua prima opera buffa “Le stravaganze del conte” e, nel carnevale successivo, presentò la commedia “La finta parigina”. Da allora, in vari teatri d’Italia, diede “I tre amanti” (Roma 1776, Crema 1796), “Gli amanti comici” (Torino e Padova 1777), “Il fanatico” (Napoli 1777), “Il ritorno di don Calandrino” (Roma 1778) e “L’italiana a Londra” (Roma 1779). Quest’ultima opera ebbe tale successo, che fu replicata a Torino, Milano, Venezia, Parma, Bologna e Napoli. Non si contano le esecuzioni all’estero, come Vienna, Marsiglia, mentre è rappresentata a Napoli nel 1779 “L’infedeltà fedele”.

Nel frattempo,  il grande compositore nel 1777 aveva sposato a Napoli la romana Costanza Suffi, morta l’anno dopo di parto, e poco dopo si era unito in seconde nozze con Gaetana Pallante. Dopo circa un decennio di composizioni  buffe, il dramma storico “Caio Mario” (Napoli 1780) segnò l’inizio di una fase nuova e più matura.  Negli anni Ottanta, certamente il nome di Cimarosa era famoso in Europa, richiesto egli da tutti i teatri più rinomati del tempo, così cominciando per lui il periodo degli spostamenti  continui.

Egli diventò, secondo M.Tibaldi Chiesa “quel prototipo di musicista italiano contrapposto al sedentario compositore tedesco”. Si trasferì prima a Venezia (1781-82), dove rappresentò il dramma giocoso “Giannina e Bernardone”; poi replicò a Varese, l’anno dopo a Firenze, Milano, Torino, nel 1784 a Rovereto, nel 1785 a Napoli, ancora a Venezia col nuovo titolo “Il villano geloso”; quindi, a Vienna (1785), a Malta (1787), a Bilbao (1790), a Marsiglia (1790), a Madrid (1793), a Pietroburgo (1794), a Parigi (1801). A Genova, mise in scena il dramma tragico “Giunio Bruto”, libretto di G. Pindemonte (1782),  poi a Milano musicò il dramma “Circe” (1782). Ospitato a Cantù dal principe Pietrasanta, ebbe una breve relazione con la giovane Antonia Mazzucchelli, figlia di un ricco esattore comunale. A Bologna fu accolto trionfalmente, a Firenze diede la prima della “Vanità delusa”, meglio conosciuta col titolo  “Il mercato di Malmantile”, libretto di C.Goldoni (1784), a Vicenza nel luglio 1784 rappresentò “L’Olimpiade”, libretto di P.Metastasio, replicata a Milano alla Scala 1787, a Lucca 1784 Brescia 1786 Londra 1789 Verona 1790 a Torino “L’Artaserse”, libretto di P.Metastasio 1784 ed ivi stesso il “Volodomiro”, dramma serio 1787.

Al colmo della fama in Italia ed in Europa volle trasferirsi in Russia al servizio della regina Caterina II. Nel luglio 1787, s’imbarcò a Napoli e giunse a Livorno, da dove raggiunse Firenze, invitato da Leopoldo I a presentare un quartetto tratto da “Il pittor parigino”, si fermò a Parma, poi a Vienna, ospitato da Giuseppe II, infine a Varsavia presso Stanislao II e giunse nel dicembre 1787 a Pietroburgo, dove gli agevolò la sua permanenza il napoletano Antonio Maresca, potente ministro della capitale russa.

In occasione della morte della duchessa Maria Adelaide compose una “Missa pro defunctis”; poi, compose ed eseguì la cantata pastorale “La felicità inaspettata” nell’Ermitage (febbraio 1788). Seguirono altre cantate,  “Atene edificata” (giugno 1788), “La sorpresa”, “La serenata non preveduta” (1791), le opere “I due supposti conti” (1788),  “Dvié Niénesly”, versione russa de “Le due rivali”, rappresentata a Roma nel 1780, “I due baroni di Rocca Azzurra”, compose due nuove opere “Cleopatra” e “La vergine del sole” (1789), quest’ultima considerata una delle migliori opere serie, riprodotta poi a Brescia (1790) ed a Madrid (1791). La produzione russa accrebbe la fama del musicista in Europa per le larghe e vigorose melodie, improntate alla maniera eroica in voga nell’opera seria e compose anche i cori “Dall’indica marina” ed “I guerrieri” (1790), ma ebbe l’impressione che le sue opere serie non suscitassero particolare entusiasmo. In ogni caso, l’inclemenza del clima, l’imminenza della guerra, gli ingenti guadagni accumulati indussero il musicista aversano a lasciare la Russia (1791). Fatta tappa a Varsavia (dove non svolse alcuna attività di rilievo) e a Vienna, dove il nuovo imperatore Leopoldo II gli assegnò uno stipendio annuo di 12.000 fiorini e l’alloggio in un appartamento della corte. Così mise in scena nel febbraio 1792 l’opera più famosa “Il matrimonio segreto”, con  libretto del veneziano Giovanni Bertati, poeta ufficiale della corte, dietro un altissimo compenso; poi “La calamita dei cuori”, un dramma giocoso,  libretto di C.Goldoni (autunno 1792) ed infine “Amor rende sagace”, libretto di G.Bertati (aprile 1793).

Ritornato a Napoli, l’artista fu accolto trionfalmente e nel teatro Fiorentini il “Matrimonio” fu replicato cento volte in cinque mesi. Lì ricominciò un’attività intensa con la commedia “Le astuzie femminili”, libretto di G.Palomba (agosto 1794) e la tragedia musicata “Gli Orazi e i Curiazi,” libretto di A.S.Sografi, rappresentato alla Fenice di Venezia nel 1796, replicata alla Scala di Milano (1797) e alle Arti di Torino (1801).

La morte della moglie Gaetana Pallante (avvenuta a Napoli nel 1796) afflisse molto il compositore,  che dopo ben un anno riprese l’attività con “Achille a Troia” all’Argentina a Roma, “L’imprudente fortunato” al Valle di Roma, “Attilio Regolo” a Reggio Emilia,  “Artemisia regina di Caria” al S Carlo di Napoli,  dedicata al re Ferdinando IV. Come ultime opere furono date le commedie “L’apprensivo raggirato”, libretto di G.M.Diodati, al Fiorentini a Napoli  (1799) e “L’arte contro l’arte” ad Alessandria (1800) e la tragedia “Artemisia” alla Fenice di Venezia (1801).

Alla proclamazione della Repubblica Napoletana (1799), digiuno di ideologie politiche economiche sociali, pur covando una certa simpatia per i rivoluzionari, seguace di una consolidata tradizione che gli artisti debbano correre sempre dietro a tutte le bandiere, compose un inno (“Inno patriottico del cittadino Luigi Rossi per lo bruciamento delle immagini dei tiranni eseguito nella festa dell’erezione dell’albero della libertà davanti al Palazzo Nazionale”) cantato e musicato dagli allievi del Conservatorio il 30 fiorile anno VII (9 maggio 1799). Alla reazione borbonica, l’avvocato Rossi, compositore dei versi, fu impiccato, mentre Cimarosa si nascose nella casa del giacobino Nicaso Di Mase e poco dopo compose l’inno reazionario “Bella Italia” e una “Cantata” per Ferdinando IV. Per un cavillo formale (egli si fregiò del titolo di maestro di cappella al servizio di Sua Maestà), nel dicembre 1799 fu arrestato, rimanendo in carcere quattro mesi, quindi liberato per intervento del lealista G.Tanfano o del prelato E.Consalvi. Comunque,  preferì lasciare Napoli per sempre e recarsi a Venezia, dove prese alloggio nel campo S.Angelo e, dopo un anno, si ammalò e morì l’11 gennaio 1801, essendo stato sepolto nella chiesa di S.Michele.

Celebrato come uno dei più grandi musicisti  e compositori dell’opera italiana del Settecento,  fu assai prolifico, tanto che di lui ci rimangono settanta opere tra comiche, serie, sacre, cantate, buffe, melodrammatiche, tragiche, drammatiche, messe, mottetti. L’inconfondibile carattere della “solare classicità”cimarosiana,  che Stendhal e W.Goethe esaltarono, mentre R.Schumann disprezzò apertamente. Certo, i tratti fondamentali dello stile di Cimarosa furono la trasparenza del suono, la freschezza dell’invenzione, la sensibilità melodica,  la comunicatività dello spettacolo,  il corposo bagaglio tecnico nascosto dietro l’apparente facilità della scrittura, le innovazioni apportate al melodramma metastasiano, l’arricchimento delle formule nelle quali trasfuse calore, naturalezza, spontaneità, anche perché si avvalse della collaborazione con librettisti di talento (C.Goldoni, P.Metastasio) e meno famosi, dei quali seppe talora mitigare gli accenti troppo farseschi (G.Palomba, P.G.Petrosellini), talora valorizzare i propositi riformistici (G.B.Lorenzi, L.Serio). Con G.Paisiello, Cimarosa fu l’ultimo rappresentante  della scuola operistica napoletana, la cui originale piacevolezza non fu legata ad un linguaggio innovatore, anzi tradizionalista (penso agli influssi di W.A.Mozart), ma all’accento personale con cui furono rivissuti i libretti ed i mezzi stilistici, alla finezza nella caratterizzazione dei personaggi, all’autenticità dei momenti patetici, di sapore preromantico.