Il greco nella scuola: un tormentone solo per gli alunni?

Posted on 25 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Lo studio della lingua e della letteratura greca, almeno dall’istituzione dei licei classici municipali, dopo l’unificazione italiana (1861), è riservato appunto nei licei-ginnasi. Inutile è sottolineare che tale studio, sia prima, sia dopo la data indicata, era (ed ancora) appannaggio dei seminari vescovili e nelle scuole private, controllate e gestite dalle istituzioni religiose. Quanto all’impostazione, ai programmi, ai metodi, alle prove, alle finalità, non sono mancati i cambiamenti, tutto sommato, poco rilevanti. Oggi, nella maggior parte dei licei classici, lo studio del greco è oggetto di dibattito vivace e spesso di contestazione, più o meno larvata, sia da parte di alunni, sia da parte di genitori, sia da parte di molti docenti, sia dalle alte sfere ministeriali (ispettori, pedagoghi, sociologi, politici). La posizione degli alunni, nella grande maggioranza, di fronte ad una possibile abolizione o facoltatività della lingua greca antica, sarebbe senza dubbio nettamente favorevole; innanzitutto, perché è obiettivamente una materia difficile, il cui studio esige applicazione, riflessione ed intuito, facoltà oggi in estinzione nei ragazzi, molto bravi nell’uso dell’internet e dei video-giochi, utenti appassionati del motorino, della discoteca e della paninoteca, ma ben poco interessati all’epos omerico, all’Apologia di Socrate, alla storiografia di Tucidide, alla tragedia di Sofocle. Quanto ai docenti, se sono anziani, assistono impotenti alla promozione degli alunni ex lege, con debiti pesanti in materie qualificanti (nei licei, il 40% degli alunni riportano insufficienze più o meno gravi nella lingua di Platone); se sono più giovani, formatisi nel clima post-sessantottino, non avranno un alto concetto del greco, studiato nel liceo e nell’università meno e peggio di prima. Il ministero, nella semplificazione più diffusa, farebbe soltanto una questione di minore spesa, in bilancio una voce meglio impegnata in un progetto di musica o di cineforum, con la conseguenza di promozioni sempre più facili. Alla provocatoria domanda iniziale, nella maggior parte gli alunni risponderebbero “sì, per tutti”. La lamentela diffusa è che il greco è ostrogoto, costa troppa fatica, non serve nella vita e nella società. In realtà, il “non serve” è una falsa, ingannevole e pericolosa motivazione. Per un banale ed idiota procedimento di aplologia dei processi logici deduttivo-induttivi, propria della cultura oggi diffusa nel mondo e nella subcultura dei mezzi mediatici, in particolare della televisione, la degenere madre di prodotti adulterati e diseducativi, tipici della mentalità consumistica, utilitaristica, edonistica, fuorviante, estemporanea, effimera, che privilegia l’immagine, trasformandola in un volgare feticcio. Se dovessi aderire alla logica del “non serve”, sarei il primo a dire che il greco non serve, come del resto nessuna materia di studio medio-superiore, in tale ottica, non potrebbe servire a nulla. A chi aspira a svolgere la professione di avvocato, medico, ingegnere, economista, amministratore pubblico, certamente non serve conoscere Dante o Leopardi, Omero o Sofocle, Orazio o Tacito, Raffaello o Canova, la rivoluzione francese, l’idealismo di Hegel, la geografia del Giappone, le radici quadrate, l’idraulica teorica: di per sé, ogni nozione non servirebbe a nulla. In particolare, tradurre un testo di Alceo o di Platone, la cosa sarebbe meno utile al chirurgo, nel momento in cui asporta l’appendice o ripara i danni di un trauma, o al giudice, nel corso di stilare una sentenza, o all’ingegnere, nella fase preparatoria di un progetto. In realtà, gli alunni di oggi la convinzione della “non utilità” immediata altera o adultera il senso corretto di tanti concetti educativi e formativi, come il rispetto, il sentimento, l’autorità, la giustizia, l’etica; e ritengono utili tante cose del mondo di oggi, virtuali, viziate, illusorie, accattivanti al momento, ad arte posti come modelli positivi dalla pubblicità e dalla maleducazione televisiva. Secondo siffatta logica perversa, possono servire il motorino, l’automobile, il computer, il cibo, l’ascensore e via dicendo. Se servire è mirato al mondo materiale e sensoriale, la risposta è univoca: il greco non serve ad ottenere qualcosa d’immediato (il cd. utile fruibile). Ma, se pensassimo che almeno mille parole d’uso quotidiano hanno piena cittadinanza nell’italiano d’oggi, già potremmo dire, con un valido motivo, a che esso serva. Dall’atleta al vescovo, dall’ecologia alla democrazia, dall’onomastico alla pinacoteca, dal cinema al teatro, dallo stadio alla palestra, e da centinaia simili, sarebbe più facile capire l’origine ed il significato di quelle parole, grazie al greco classico; ma, la cosa più importante è che il greco “serve” ad abituare a pensare, a riflettere, a distinguere, a memorizzare, proprio alla stregua, della storia, della filosofia, della matematica, della fisica…ohibò, non sono tutte parole di origine greca? Ma, da un’altra insidia, più volte tesa dalla sinistra nichilista e progressista al greco scolastico, dobbiamo guardarci: leggere il greco direttamente in italiano. In proposito, riporto un pensiero illuminante dello studioso Charles R.Beye (1979) sull’importanza della buona conoscenza linguistica come veicolo indispensabile per una corretta comprensione del messaggio contenuto nelle opere greche: “I più conoscono la letteratura greca soltanto in traduzione; si tratta di esangui e patetiche riproduzioni della robusta, sensuale lingua originale. I traduttori si trovano ad affrontare il problema della nostra lingua letteraria che è assai distante dal linguaggio quotidiano, mentre la lingua corrente si è arresa alle banalità del linguaggio televisivo o politico. Chiunque legga molte traduzioni dal greco dovrebbe avere un’idea della natura e della storia della lingua”. Mi permetto aggiungere che parecchi (docenti e discenti) forse ignorano che la lingua greca antica per natura è più “pensata” che “scritta”: per esprimere in breve il grado di difficoltà del testo greco, il traduttore di fronte ad una parola deve faticare per scovare un significato talora cervellotico e recondito, talora disarmante ed elementare. Insomma, in una visione complessiva formativa ed educativa, la lingua e la letteratura greche servono ad impegnare la mente all’età giusta, ad affinare il gusto estetico, a seguire gli schemi funzionali e teorici del logos, dalla filosofia alla tragedia, dalla poesia alla storiografia, dalla scienza all’arte: ecco le radici del sapere moderno ed occidentale. François Chamoux, nella sua “Civiltà della Grecia classica” (1968), esordì: “La civiltà moderna europea ha un debito immenso verso l’antico popolo greco. Esso, per primo, definì le categorie del pensiero e noi gli dobbiamo i fondamenti del nostro patrimonio intellettuale e morale. Non c’è altra lingua umana che apra agli studiosi tanto campo ed abbondanza di produzione, insomma di testi distribuiti per tremila anni di storia. La documentazione archeologica si affianca a quella letteraria e ci comunica e conserva, nei loro valori estetici, un fascino al quale restiamo sensibile, nonostante la distanza di tempo. Sarebbe ancora troppo facile aggiungere che il mondo greco sottintenda l’estensione geografica non solo la piccola penisola ellenica, ma anche tutto il bacino del Mediterraneo, dall’Egeo fino allo stretto di Gibilterra”. Sciagurato e pericoloso sovversivo, o semplicemente sprovveduto e somaro ma, in ogni caso, barbaro e vandalo quel legislatore, di qualunque orientamento politico, che si accinga a ridurre, abolire, deformare, banalizzare la lingua greca; a lasciare a secco, insomma, le radici della conoscenza e del pensiero del mondo attuale.