Stato e Chiesa negli anni Venti

Posted on 10 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

La polemica, divampata in occasione della sentenza di un oscuro e sprovveduto magistrato di un paese dell’Abruzzo (l’abolizione del crocifisso nelle aule scolastiche), assunse i toni di una crociata, scontrandosi in apparenza un comportamento irriverente ed una certa retorica nazional-popolare cattolica, orchestrata dal mondo politico, con la regia dei mass-media. Il dispositivo del pretore di Ofena aveva lo scopo di rendere un grande servigio ai musulmani in Italia, ma in realtà, senza volere, aveva sanzionato una pratica ormai desueta nelle scuole italiane, nelle quali da decenni si respira l’aria sessantottina, impregnata di marxismo, laicismo, ateismo, indifferenza, senza contare il vezzo di tanti  docenti che si sono impegnati ad epurare gli autori cattolici, nazionalisti e “fascisti”, a cominciare da Dante e Manzoni, fino a Carducci e D’Annunzio. A docenti e discenti, forse, giova ricordare come fu sancito, in un periodo storico rozzamente distorto, ignorato e demonizzato, il Concordato tra Stato e Chiesa, del quale tenterò di ricostruire il contesto, la lunga gestazione, i dati essenziali, i protagonisti, correndo, tra l’altro, il settacinquesimo anniversario dell’evento definito “il più memorabile del secolo”.

La firma del Concordato

Alcuni mesi dopo la Breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), la legge sulle Guarentigie (n.214 del 13.5.1871), emanata dal governo presieduto da Giovanni Lanza, disciplinò unilateralmente atipiche relazioni tra Stato e Chiesa, nel senso che lo Stato fece concessioni accettate di fatto, ma non riconosciute dal papa Pio IX. La politica delle due istituzioni rimase invariata sullo spinoso problema da quell’anno fino alla conclusione della prima guerra mondiale. Dopo la fine, fausta ma deludente, del conflitto, nella confusione generale di idee e di sentimenti e nel cambiamento del clima complessivo, da un lato si rinvigorirono le tendenze massoniche ed anticlericali e l’aggressività della sinistra, sempre più nutrita ed eversiva, dall’altro prese corpo la reazione decisa e compatta di nazionalisti e fascisti, coll’apporto determinante di combattenti, reduci, pensatori e letterati. In quegli anni, con ogni probabilità, il papa Benedetto XV cominciò a prendere coscienza della situazione che minacciava di precipitare nella guerra civile e di una paventata vittoria del marxismo e dell’ateismo. Fu allora che Benito Mussolini, il 21 giugno 1921, nel suo primo discorso alla Camera, avendo colto negli ambienti vaticani più di una preoccupazione, dichiarò: “Affermo qui che la tradizione latina ed imperiale di Roma oggi è rappresentata dal Cattolicesimo. L’unica idea universale che oggi è a Roma è quella che irradia dal Vaticano”.

Poco dopo, il card. Pietro Gasparri, apprezzate le parole del giovane deputato, tramite il sen. Carlo Santucci, avvocato concistoriale, fece sapere a Mussolini che gradiva incontrarlo. Il colloquio si svolse senza testimoni, ma si venne a sapere che i due erano fermamente intenzionati a “risolvere la questione romana per il bene dell’Italia e della Chiesa, ma la strada era ancora molto lunga e sbarrata dalla Massoneria”. Morto Benedetto XV, Mussolini, con abile mossa, si recò con Giacomo Acerbo e Costanzo Ciano in piazza S.Pietro, dove si attendeva la fumata bianca, ed il card. Achille Ratti il 2 febbraio 1922 fu eletto pontefice col nome di Pio XI. Anche al nuovo papa piacquero le idee di Mussolini su un’ipotesi di composizione del dissidio. I popolari di Luigi Sturzo, stante la presenza del sindacalista Guido Maglioli, simpatizzavano verso i socialisti, mentre il papa, essendo stato nunzio apostolico a Varsavia, aveva constatato di persona il pericolo comunista, per cui nel settembre 1922 il Vaticano diramò una circolare ai vescovi per sottolineare l’indipendenza della chiesa dal Partito Popolare. In tale situazione, il fascismo ricavò utile e quando conquistò il potere, prese varie iniziative a favore della religione e del clero.

Il mese dopo la presa del potere, tra i primi atti del nuovo governo, figura, con una circ. del Ministero della Pubblica Istruzione (22.11.1922), la disposizione di ristabilire il crocifisso nelle scuole elementari e, poco dopo, con una circ. del Ministero Interni, fu estesa in tutti gli uffici pubblici. Nello stesso mese, Mussolini, avvalendosi della collaborazione del padre Pietro Tacchi Venturi e di un incaricato del Ministero Esteri, nel corso della soluzione di una questione giurisdizionale, pronunciò una netta dichiarazione programmatica: “La religione è forza fondamentale. Io sono contro ogni democrazia anticlericale ed atea. Il Cattolicesimo è potenza spirituale e morale. Confido che i rapporti fra lo Stato ed il Vaticano saranno molto amichevoli”. Dietro la richiesta specifica presentata dal padre Tacchi Venturi, Mussolini accettò la proposta che la Chigiana fosse conservata ed utilizzata nella Vaticana. La cessione fu approvata dal Consiglio dei Ministri il 27 dicembre 1922 ed, inoltre, fu decisa la restituzione di edifici ecclesiastici e conventuali, come il Convento di Assisi, l’Edificio del Gesù, la Minerva (parte, coi chiostri monumentali). Seguendo un disegno ben concepito, il governo, con rdl 30.12.1923, dichiarò festivi agli effetti civili i giorni di S.Giuseppe e di S.Francesco e deliberò il ritorno del crocifisso, bandito dai locali pubblici in omaggio alla laicità dello stato.

Nell’ambito di un’apertura nei confronti della Chiesa, il governo prese a proteggere ed agevolare le missioni, intensificando i contatti con la “Propaganda Fide”, grazie alla mediazione del mons. Luigi Haver; apparve opportuno aumentare la congrua ai parroci, vescovi e canonici, quando si prorogarono i provvedimenti già presi nel 1922-23, con i decr. 7.7.23 e 31.3.25, furono estese le agevolazioni agli effetti degli obblighi militari di studenti in teologia e sacerdoti. Il ministro della P.I., Giovanni Gentile, nel contesto della storica riforma scolastica (1923-24), secondo una formula concordata con la S.Sede, contemplò l’insegnamento della religione, lasciando la scelta degli insegnamenti; nella medesima riforma nelle scuole medie compreso nei programmi lo studio di autori e testi cristiani ed inoltre fu disposto che i professori evitassero temi che potessero contrastare con la coscienza religiosa ed umana degli alunni. Lo stesso principio (libertà di insegnamento), applicato alle università (rd 30.7.23), rese possibile il riconoscimento dell’Università cattolica del S.Cuore di Milano (rd 2.10.24) e l’istituto superiore di magistero Maria Immacolata (rd 16.7.1925).

Nel marzo del 1925, la Congregazione concistoriale organizzò l’assistenza alle forze armate, istituendo un ruolo di cappellani militari, dipendenti dal Ministero Guerra con trattamento da ufficiali. Lo stato prese anche una chiara posizione rispetto alle decorazioni ed i titoli nobiliari pontifici, dichiarati valide le concessioni dietro il pagamento di una tassa governativa, in via transitoria ridotta alla metà. In occasione dell’anno santo 1925, il governo si adoperò per la riuscita delle feste e manifestazioni religiose e civili e, l’anno dopo, fece altrettanto per il centenario francescano, quando il ministro della P.I., Pietro Fedele, si recò ad Assisi in rappresentanza del governo. Il regime condusse una tenace lotta contro la bestemmia, i comportamenti ed i libri immorali, la tutela del sentimento religioso e della persona del pontefice e riaffermò la posizione antidivorzista e condannò la Massoneria, nemica dello stato e della chiesa, con la legge 20.11.1925, concepita contro tutte le società segrete.

In realtà, già alla fine del giugno 1924, dopo la crisi conseguente all’assassinio di Giacomo Matteotti, il Vaticano, preoccupato per la caduta del governo, lo stesso card. Gasparri paventò un grave vuoto di potere, con pericolo di violenze e disordini. Superata la crisi, grazie alla debolezza più che alla forza del fascismo, favorito dalla pseudosoluzione aventiniana ed i tentennamenti del re, Mussolini, consolidatosi ormai  il potere (3 gennaio 1925), nel percorso avviato al Concordato, decise la nomina di una commissione per la riforma della legislazione ecclesiastica, fautore e consigliere Alfredo Rocco, la quale lavorò per un anno, ma tutto si fermò per volontà del papa. Le trattative ripresero, quando l’avvocato Francesco Pacelli (fratello del futuro papa Pio XII) nel febbraio 1926 riferì che il S.Padre era favorevole ad un accordo con lo Stato. Nel frattempo, in attesa di una conclusione definitiva, il governo proseguì la politica di avvicinamento alla Chiesa. Tra la primavera e l’estate dello stesso anno, il ministro della Giustizia Rocco ordinò l’affissione del crocifisso nelle aule giudiziarie e il ministro della P.I. Fedele, estese il ritorno del crocifisso in tutte le aule scolastiche di ogni grado. Nella preparazione del codice penale, Rocco considerò l’inserimento di sanzioni severe per i reati contro il culto cattolico, decretato “religione ufficialedello Stato” (1927), e fu previsto un contributo morale e materiale all’azione svolta dagli enti religiosi finalizzata alla beneficenza ed attività umanitarie.

Con tanti e simili provvedimenti, impostati sui principi enunciati e ribaditi dal governo fascista, pur significativi, rimanevano frammentari ed occasionali, mentre impelleva una riforma organica e sistematica della legislazione ecclesiastica, eliminando la forma unilaterale, anche se di fatto era condivisa dalla Chiesa. La forma più idonea e corretta era quella del Concordato, previa la costituzione di una commissione paritetica. Mussolini aveva prospettato tale soluzione al ministro della Giustizia on. Aldo Oviglio ma, vedendolo esitante, subito lo aveva sostituito con Rocco, che formò una commissione, presieduta dal sottosegretario Paolo Mattei Gentili, formata da Amedeo Giannini, Francesco Tempestini, Arrigo Solmi, Francesco Ercole, Adolfo Susca, Carlo Calisse e dai mons. Salvatore Talamo, Leopoldo Capitani e Pietro Cisterna ed insediata da Rocco il 18.2.1925. Alla fine di quell’anno, essa presentò due disegni di legge ed una relazione. Il primo istituiva una cassa di previdenza per il clero, il secondo conteneva la riforma della legislazione ecclesiastica complessiva. Il papa Pio XI ebbe qualche perplessità di fronte alla vastità dei problemi affrontati, soprattutto mancando un progetto di concordato, l’abolizione della legge delle Guarentigie e l’indipendenza effettiva della chiesa. Così, egli precisò il suo punto di vista in una lettera inviata al card. Pietro Gasparri (18.2.1926), uscita sull’ “Osservatorio Romano” alcuni giorni dopo. Finalmente, alla fine del luglio 1928, il mons. Luigi Haver trovò l’interlocutore adatto, Domenico Barone, consigliere di Stato, che sarà un protagonista delle trattative ultime (gestite da Gasparri, Tacchi Venturi, Giunta, Arnaldo Mussolini, Fedele, Gentile, Pacelli). Un mese prima della data fatidica, Barone morì e Mussolini prese il suo posto.

 

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La mattina dell’11 febbraio 1929 nel Laterano, nella sala dei Papi, furono firmati i patti che sancirono la Conciliazione tra Chiesa e Stato dopo settanta anni di guerra “fredda”. Alle ore 11, arrivò Mussolini, l’attendevano i mons. Luigi Ercole (direttore dei Musei Lateranensi) e Francesco Borgoncini Duca e l’avv. Pacelli. Al tavolo preparato per la firma, sedevano otto persone: il card. Gasparri, il mons. Giuseppe Pizzardo, l’avv. Pacelli e Borgoncini Duca (per la chiesa) e Mussolini, Rocco, Francesco Giunta e Dino Grandi (per lo stato).  A mezzogiorno era tutto finito. La notizia, le fotografie e i filmati dell’istituto “Luce”  furono diramati  agli ambienti importanti dello Stato e della Chiesa, poi al pubblico. Uscì l’edizione speciale del “Popolo d’Italia” lo stesso giorno con l’articolo-notizia in prima pagina, intitolato “Una grande vittoria politica e spirituale del Regime”. I punti fondamentali del Concordato furono il riconoscimento reciproco della chiesa e dello stato, l’abolizione della legge delle Guarentigie, la nuova disciplina del matrimonio religioso, la riforma della legislazione ecclesiastica, la convenzione finanziaria tra stato e chiesa

Alla notizie della “Conciliazione”, i cattolici italiani ebbero una reazione negativa, in quanto con essa si rafforzava il regime “liberticida” e comprometteva il mondo cattolico con un governo antidemocratico. Alcide De Gasperi, il giorno dopo, inviò una lettera all’amico don Simone Weber che il pericolo era nella politica concordataria. I toni escatologici della missiva  si attenuano nella conclusione almeno sensata: “Sono lieto che la Chiesa si sia liberata della questione romana e non ho paura di riconoscere il valore oggettivo della politica mussoliniana”. L’anno dopo, Luigi Sturzo a Parigi scrisse: “Al fascismo, che aveva preso un carattere nazionale ed aspirava a fare l’Italia una potenza imperiale, occorreva una mistica. La religione cattolica è un mezzo per questo fine. Lo stato etico fascista ha cercato in tutti i modi di inserirvi la chiesa, alla quale fu impedito di opporsi (sic!), in quanto il fascismo, come sottopose gli italiani ad una disciplina fatta di soggezione e di paura, così sottopose il clero e gli organismi ecclesiastici. Con il Concordato si affrettava (sic!) una definizione contrattuale delle varie questioni di fronte di uno stato totalitario senza più limiti e freni, che aveva soppresso ogni forma di libertà civile e politica”.

Nel campo fascista, i più irriducibili oppositori al Concordato, come Roberto Farinacci, Italo Balbo, Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe, si limitarono ad esprimere malumore tra amici, mentre tra gli antifascisti si levò la voce di pochi, tra cui quella di Benedetto Croce, il quale sostenne che il Concordato sanzionò la rinuncia alla laicità dello Stato, mentre alla Chiesa non era più lecita la pretesa di essere sostenuta da pressioni esercitate sulle coscienze; Mussolini nel discorso di replica, non tenne in alcun conto le proteste e le critiche e, quanto al filosofo di Pescasseroli, si limitò a definirlo “un imboscato della storia”. Il papa, due giorni dopo, parlando ai docenti dell’Università del S.Cuore, espresse ammirazione e apprezzamento per il capo del governo e pronunciò la famosa frase “Ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”