Le radici ideologiche e culturali del fascismo

Posted on 6 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

     Il fascismo, nato da un atto sovversivo nei confronti dell’ordine liberal-democratico, si sarebbe dovuto presentare, verosimilmente, come un movimento politico nuovo e caratterizzato da originalità, coscienza ed  incisività ideologica. Anche a costo di deludere i favorevoli e i contrari, sono convinto che esso non abbia possesso una dottrina sistematica, neppure costruita sulla gestione programmatica dei rapporti sociali e politici. L’ideologia fascista era composita, elastica, intesa solo come una sintesi funzionale ed una gestione instabile delle esigenze dei vari gruppi sociali, come un complesso di nuove tecniche di stimolazione delle masse, volte alla padronanza della psicologia collettiva ed alla manipolazione delle passioni delle masse. Il carattere vago dell’ideologia fascista si accordava appunto con l’idea soreliana dell’attivismo, capace di muovere le masse e le nazioni. Paradossalmente, il successo immediato del fascismo fu più favorito che intralciato dal suo carattere indefinito: il movimento politico mirava a sfruttare ed incanalare gli istinti irrazionali. Non per niente, Ardengo Soffici dichiarò che “il fascismo conquistò il cuore e la fantasia della gente d’Italia”, in quanto esso era per l’azione, non per il pensiero. Benedetto Croce pensava che, in una società predominata dalla tecnica e del calcolo, l’uomo attaccato ai fatti era depresso nel sentimento delle libertà. Nel quadro della reazione antipositivista, trionfano l’irrazionale, la modernità, il pragmatismo. Con grande soddisfazione, Benito Mussolini proclamò che aveva conciliato il relativismo di Albert Einstein col tramontismo di Oswald Spengler. Nella reazione politica al liberalismo socialismo e democrazia i giovani intellettuali fiorentini Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini si unirono ad Enrico Corradini per pubblicare la prima rivista nazionalista Il Regno. Padre spirituale dell’attivismo fu Henri Bergson, sindacalisti e futuristi condivisero la visione bergsoniana della realtà, come imprevedibile processo creativo.  Il corredo culturale di Mussolini era completato dall’assimilazione delle tendenze volontaristiche ed antidemocratiche delle nuove filosofie francesi. Nel periodo postbellico l’attivismo, che aveva contribuito notevolmente all’adesione alla guerra, diventò  uno stato d’animo diffuso. L’attivismo convergeva con il darwinismo socio-antropologico e dava corpo agli attributi positivi della fede, giovinezza, virilità. Filippo Tommaso Marinetti ed i futuristi si presentarono come i mistici dell’azione ed i fondatori di un nazionalismo anarchico. Il carattere illegale, caotico, arbitrario, distingueva gli squadristi dai conservatori, ligi all’ordine ed alla legge, come nei discorsi di Gabriele D’Annunzio a Fiume il tema della propaganda futurista era che “i valorosi e forti avevano il diritto di dominare”. Nella rivolta contro il pensiero disciplinato, Giorgio Masi proclamò che l’erudizione è un peso morto, quando pretende diritti sulla volontà; anche per l’attualismo gentiliano lo stato esisteva come realtà interiore. Per giustificare la riluttanza alla discussione razionale ed il rifiuto a legarsi ad una dittatura definita, si disse che “il pensatore del fascismo era Mussolini”.  Nel versante letterario dominato dal decadentismo, D’Annunzio considerò opposti complementari il fascino del passato e l’avanguardia, per cui la decadenza riconosce la nostalgia della primitività. Futuristi e D’Annunzio erano d’accordo nella rabbia a distruggere il passato e il mito della finis latinorum. Ardengo Soffici vide analogia tra futurismo e bolscevismo, soprattutto nel desiderio di tuffarsi nella fresca e primigenia barbarie. Il futurismo insegnò al fascismo il culto della tecnica, dello sport, l’adulazione dei giovani, i suoi idoli furono il cinema, l’automobile, l’aeroplano. Curzio Malaparte ed Ardengo Soffici, rifiutando il futurismo troppo modernista, presentarono il fascismo come una controriforma, anche se molti intellettuali fascisti riportarono questo giudizio, mentre Soffici fu un ortodosso della reazione, Malaparte non era un uomo d’ordine che cercava di conciliare l’attivismo elitario con un populismo reazionario. Entrambi furono, in ogni caso, i teorici massimi della seconda ondata. Dopo il 1926, essi anticiparono un cambiamento  nei temi connessi alla politica demografica ed all’anti-urbanesimo, quando la difesa della ruralità dava soddisfazione agli elementi provinciali ed agrari del fascismo e i discorsi sulla salute della razza.

     Il filosofo Giovanni Gentile e lo storico Gioacchino Volpe, respingendo certi aspetti dell’ortodossia nazionalista, proclamarono la continuità tra fascismo e tradizione e riconobbero la funzione positiva svolta dal socialismo nell’educazione del popolo. Per l’idealismo gentiliano lo stato esisteva soltanto come realtà morale nello spirito del popolo (stato etico), ma positiva forza educativa ispirata dalla fede nella sua missione, avente antecedenti a De Sanctis e Mazzini, fondatori del principio del valore etico della nazione. 

G. D'Annunzio

     Spesso il fascismo è stato descritto come la negazione della cultura, ma nessuna definizione ragionevole della cultura italiana potrebbe un filosofo come Gentile, uno storico come Volpe, un letterato come Luigi Pirandello. Quanto all’adesione in massa degli intellettuali ed accademici al fascismo (escluse alcune decine di oppositori, capeggiati da Croce), non è credibile che tutti siano stati spinti da opportunismo. Il risultato dei due manifesti (1925) fu considerato sul momento una sconfitta morale del fascismo e i capi storici lamentò che la cultura si era schierata contro il regime. Mussolini minimizzò, fingendo di snobbare Croce e il suo pensiero, ma dall’anno successivo iniziò una frenetica attività culturale, a cominciare con la fondazione dell’Accademia d’Italia (1929), nella quale entrarono oltre a Marinetti, Pirandello e Massimo Bontempelli, Ugo Ojetti, Pietro Mascagni; quindi, la creazione dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura, presieduto da Gentile; quindi, la fondazione dell’Enciclopedia Italiana Treccani, alla quale collaborarono antifascisti come il giurista Francesco Ruffini, lo storico Gaetano De Sanctis e l’orientalista Giorgio Levi Della Vida.

G. Gentile

     Il sodalizio di Mussolini con i futuristi servì per coltivare e provare autentico interesse per le arti figurative che Prezzolini apprezzò con convinzione e sincerità e nella prima mostra d’arte alla Biennale di Venezia (1926) Marinetti esaltò il prestigio dell’arte italiana moderna. Reagirono anche artisti, come Carlo Carrà e Giorgio De Chirico, metafisici, i campioni della concezione platonica dell’arte, ma Bontempelli mantenne legami stretti con il gruppo dirigente ed all’Accademia delle Belle Arti di Perugia (1926) ufficializzò “l’arte del fascismo”, anche se Soffici respinse il cubismo, sostenuto da Margherita Sarfatti. L’ossessione della romanità si rivelò nella rovinosa ricostruzione di Roma, mediante l’isolamento dei monumenti, con la conseguenza di demolire quartieri non brutti della capitale. Sullo scorcio degli anni Venti, con l’aiuto di Giuseppe Bottai, il sindacato delle Belle Arti ottenne il controllo su tutte le mostre più importanti nazionali, come la citata Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma.

Fu più facile politicizzare la letteratura che l’arte, in quanto lo scrittore in genere precorre le tendenze ed altri si accodano. L’esempio di Papini passato dall’ateismo e ribellismo alla difesa della tradizione, ma non bisogna generalizzare. Gli Indifferenti di Alberto Moravia (1929) fu apprezzato da Marinetti e da Bontempelli, ma stroncato da Arnaldo Mussolini e da Erich M.Remarque, e ciò dimostra che non ci fu controllo o censura, come si penserebbe. Gran parte della letteratura “fascista” fu costituita da poesie patriottiche e da romanzi d’avventure. Il vecchio conflitto tra il fascismo rurale populista produsse il movimento “Strapaese” (Soffici, Malaparte, Longanesi), mentre espressione del secondo fu “Stracittà”, rappresentato da Marinetti e da Bontempelli, quest’ultimo che, per curiosa ironia, accordò protezione a scrittori antifascisti, come Moravia e Corrado Alvaro. Sul filone rural-populista si innestò il neorealismo di R.Bilenchi, V.Pratolini, E.Vittorini, che alimentò un’intera generazione di scrittori e poeti antifascisti, durante e dopo il fascismo.