MUSSOLINI ORATORE

Posted on 5 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese  

    

Benito Mussolini

Il 26 maggio 1927, giorno dell’Ascensione, in apertura del dibattito sul bilancio dell’Interno, Benito Mussolini, presidente del Consiglio, tenne per due ore e mezza un famoso discorso, da lungo preparato, che egli aveva preannunziato in Consiglio dei Ministri. Dopo una premessa, ridotta all’essenziale, specie sotto il profilo metodologico, evitò troppe concessioni dottrinarie o svolazzi retorici e ringraziò per la relazione dal ministro  Giacomo Suardo, “uomo probo e fedele”. Per ammissione dell’autore, il discorso si divide in tre parti: salute fisica, assetto amministrativo, azione politica. Criticando la teoria manchesteriana del “lasciar correre”, in uno stato ordinato la salute fisica del popolo è al primo posto. Sulla base della relazione stilata dal prof. Alessandro Messea (docente universitario di Anatomia), bisogna intensificare l’opera di profilassi e di cura di varie malattie endemiche, “portate dall’Oriente, come febbre gialla e bolscevismo”; a parte la ricerca di frasi ad effetto, le piaghe più gravi erano la tubercolosi e la malaria. L’economista Giorgio Mortara, nelle sue Prospettive economiche, aveva rilevato che era salito il numero di morti per alcoolismo e dei suicidi. L’istituzione dell’ONMI, voluta dal ministro degli Interni, Luigi Federzoni (Bologna 1878-1967, presidente del Senato, il 25 luglio 1943 sottoscrisse l’odg presentato da Dino Grandi e, riuscendo ad evitare la condanna, si rifugiò in Portogallo)  e diretta da Gian Alberto Blanc (il compositore della musica dell’inno Giovinezza), per la salvaguardia della salute della razza. Affrontando la politica demografica, impellente la necessità di aumentare il numero d’abitanti, accennando ad Augusto ed a Tacito, citò il demografo Jacques Bertillon (Paris 1851-1922, autore di Dépopulation de la France, Paris 1911), dichiaratosi preoccupato per l’indice di natalità in Francia, Inghilterra ed Italia e per l’urbanesimo, che “portava alla sterilità”. La seconda parte s’incentrò sul riordino amministrativo del territorio: l’istituzione di nuove province, la mutilazione di alcune, la soppressione di una (Caserta), l’ordinamento podestarile in tutti i comuni del Regno, al posto di quello sindacale, l’accorpamento dei comuni limitrofi, l’ammodernamento dei corpi deputati all’ordine e alla pubblica sicurezza: carabinieri, polizia, vigili urbani, milizia ferroviaria, portuale, stradale, confinaria, forestale.

Mussolini parla alla Camera

Si trattava, in particolare, della lotta alla delinquenza organizzata (“mazzoni” e mafia). Contro i “mazzoni” mandò carabinieri in massa con questa consegna: “Liberatemi da questa delinquenza col ferro e col fuoco”; i risultati sono immediati; dal dicembre 1925 ad oggi, arrestati tremila malavitosi. Quanto alla mafia, disse che “il corpo già era stato inciso dal suo bisturi”: dopo un anno di lavoro, il bollettino del prefetto di ferro, Cesare Mori, già parlava chiaro, la delinquenza si era dimezzata. Nella terza parte, il duce trattò la politica interna: lo scioglimento di tutti i partiti   antifascisti, la soppressione della stampa d’opposizione, l’istituzione del Tribunale speciale, l’istituto del confino. Si parlava di esagerazioni: in realtà, i confinati comuni (1527) e politici (698), di cui solo pochissimi (21) confermarono le proprie idee, tutti gli altri cercarono di minimizzare la loro attività sovversiva e chiesero clemenza. In confronto con la rivoluzione francese, che attuò la sistematica prassi della macabra eliminazione fisica degli oppositori (donne, bambini, vecchi, scienziati, filosofi e poeti), quella fascista era stata più che umana. Nell’Italia fascista, l’opposizione si era ridotta a poche centinaia di individui e veniva trattata bene, d’altronde l’opposizione era del tutto inutile, in quanto il governo totalitario pensava a tutto e mancava il pungolo dell’opposizione. L’ultima parte del discorso analizza la struttura dello Stato: le funzioni vitali delle questure e delle prefetture, la compattezza e la solidità del governo, la compagine perfetta del partito, l’istituzione (11 gennaio 1923) del Gran Consiglio, l’organo supremo del Governo  e della Milizia, il sostegno più valido dell’ordine, della gerarchia e dell’autorità dello Stato. Completano il quadro i sindacati fascisti, potenti strumenti di controllare la crescita sociale ed economica della Nazione, e lo Stato corporativo con l’istituzione della Camera delle Corporazioni al posto della Camera dei deputati, ormai superflua e superata. Giorgio Pini e Duilio Susmel  (Mussolini l’uomo e l’opera, Firenze 1955) sostengono che  “se altri suoi discorsi erano stati più  fortemente polemici; se altri ancora sarebbero stati più alti e solenni, certo questo discorso dell’Ascensione, nella prima parte, relativo ad argomenti concreti, nella seconda, relativo alla sintesi dell’opera e degli indirizzi del regime creato, fu, per varietà di temi e di motivi, per esattezza di storici presagi, per forza di argomenti e di afflato, uno dei maggiori fra tutti quelli da lui pronunciati nel corso della sua vita politica…

Discorso dell'ascensione

Il discorso fece grande impressione per il suo tono di sicurezza, per le sue profezie che poi in realtà si avverarono, per la quantità di argomenti svolti, che interessavano ideologi, politici, costituzionalisti, sociologi, economisti. Esso inaugurò l’epoca della piena maturità del regime, ne finì l’ossatura, gli diede una consapevolezza di sé e dei suoi fini e rimase come cardine degli sviluppi successivi, in una luce non più di crepuscolo, ma meridiana”. Valentino Piccoli, direttore del Popolo d’Italia, che raccolse Scritti e discorsi 1927-28  in un libro edito a Milano nel 1934, scrisse nella didascalia: “Con questo nome è passato alla storia il discorso pronunciato da Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927. Si tratta di un discorso ciclico, che accoglieva, in una sintesi vastissima e completa, non solo la prassi, ma anche le idee forza della politica fascista. È uno dei più vasti e complessi fra i discorsi del Duce ed ha un valore fondamentale per conoscere la storia e lo sviluppo del regime fascista: si ha in queste pagine tutto il quadro dell’attività statale e governativa; si ha la visione della politica sociale e demografica; si scorge in pieno la complessa opera di risanamento umano compiuto dal regime in alcune regioni d’Italia. Il discorso organicamente costruito, costituisce una piccola opera completa, che illumina e preannunzia lo svolgimento successivo della politica fascista”. Nel discorso del San Carlo a Napoli nel 24 ottobre 1922, Mussolini dichiarò che “essendo impossibile torcere il collo all’eloquenza, l’ho voluta ridotta alle sue linee schematiche ed essenziali”. Giovanni Napolitano (Arte e artisti della parola, Milano 1940), scrisse che l’immagine rispecchiava l’insofferenza dell’abuso retorico della politica liberal-democratica e, pur tradendo il pathos autentico dell’eloquenza, rifiutava le vanità oratorie: invece, enunciazioni rapide e chiare; non divagazioni, non dimostrazioni. Come l’architettura, l’oratoria è lineare e potente. Il discorso è dominato dalle leggi della musica; in questo, il crescendo è magistrale, dal particolare al generale, dall’individuo alla Nazione, dal meschino e all’interesse globale dello Stato. I concetti sono espressi con parole articolate e scandite, che l’animazione vocale solleva; le proposizioni secondarie, i legamenti, gli incisi sono rapidamente detti, con destrezza psicologica proporzionale al calo dell’attenzione, ma anche per rinvigorire il discorso, incidervi a fuoco le parole spaziate, le pause ed i toni. I riferimenti storici e culturali, nonché ad uomini di studio e a personaggi politici di spicco, benché misurati e senza indugio e sfoggio, denotano un substrato culturale, che ad una attenta lettura sfata la leggenda di un Mussolini quasi ignorante e peggio che i suoi discorsi fossero scritti da altri. Come si evince dai Colloqui con Mussolini  di Emil Ludwig, il “dittatore”, risentendo di una formazione umanistica, positivista e risorgimentale, si era formata una cultura non molto profonda, ma vasta, mirata, essenziale, ben assimilata, nell’ambito della quale, grazie ad una memoria ferrea, era pronto a richiamare ad tempus  autori, opere, dottrine e pensieri, specie del periodo sette-ottocentesco, utili a sostenere la teoria e la prassi, i metodi e le mosse dell’abile uomo di governo.