L’ISTITUTO NAZIONALE LUCE, politica e mass-media

Posted on 5 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese 

    

La prima pietra del Luce

Il rapporto tra politica e mezzi di comunicazione di massa è stato sempre stretto e fondamentale per l’acquisizione del consenso, spesso studiato e bene articolato (non sempre a scopi oscuri ed immorali), sin dai tempi della civiltà greco-romana: basti pensare che l’età di Pericle ed il principato di Augusto si siano mantenuti sulle arti, sulle lettere, sulla scienza, banditrici di messaggi e di modelli culturali, etici, sociali, economici ed istituzionali. Non ci dovremmo troppo scandalizzare, per il semplice fatto che ogni epoca abbia avuto una sorta di “megafono” che informa e forma, condiziona, assuefa e predispone al conformismo del regime politico; a volte, ma sono casi rari, disturba ed indispettisce. Oggi, l’abuso, spesso ignobile ed invasivo, del ricorso insistente ed ossessivo a tutte le forme di mass-media ha superato ogni limite di sopportazione fisiologica, segnalandosi per insistenza, immoralità ed  inopportunità, giustifica l’espressione ormai diffusa di “orgia mediatica”. Ripercorrendo le prime tappe dell’epoca moderna dell’informazione di massa, vale a dire con la diffusione dei mezzi tecnici specifici, allora una novità assoluta in Italia, la radio e il film, ritengo opportuno far conoscere ai più giovani la fase “arcaica” del sistema, già alquanto organico e complesso, informativo. Nel primo dopoguerra, nel quadro delle iniziative miranti al potenziamento della nascente cinematografia in Italia, il 9 gennaio 1919 si costituì la Società Anonima Unione Cinematografica Italiana (Uci). Nei primissimi anni Venti, il Sindacato Istruzione Cinematografica, di natura prettamente privato, avente lo scopo di produrre e di diffondere i film didattici, nel 1924 si trasformò in un ente parastatale, assumendo la denominazione “L’Unione Cinematografica Educativa”, da cui nacque, appunto, il fortunato acrostico “Luce”.

Il famoso logo del Luce

Ad essa parteciparono con azioni l’Istituto Nazionale Assicurazioni (Ina), l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale (Inps), l’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni Lavoro (Inail) e l’Opera Nazionale Combattenti (Onc), la Società italiana “D.Alighieri”. L’Unione si presentava come una piccola impresa cinematografica, promossa dal giornalista Luciano De Feo, sempre a scopi didattici ed informativi: “la diffusione della cultura popolare e dell’istruzione generale per mezzo delle visioni cinematografiche messe in commercio alle minime condizioni di vendita possibile e distribuite a scopo di beneficenza e di propaganda nazionale e patriottica” (art.1). Nel contempo, nel campo della cinematografia, Stefano Pittaluga, presidente della Federazione Cinematografia Italiana, presentò il 24 settembre 1925 ai ministri Giuseppe Volpi di Misurata (Finanze) e Giuseppe Belluzzo (Economia) una relazione per il rilancio decisivo della produzione. Come si vede, il cinema diversivo e il cortometraggio didattico, procedevano appaiati, con lo scopo ovvio di catturare il consenso del pubblico. Per tornare al “Luce”, il governo fascista conferì all’istituto la struttura di ente morale e giuridico con i regi decreti n.1985/1925 e 1000/1926, successive modifiche ed integrazioni fino al 1937, con fini sempre più marcatamente educativi e propagandistici. Nel 1927, fu fondato il cinegiornale “Luce”, destinato ad essere proiettato in tutti i cinema d’Italia, prima dei film programmati. Al di là di facili e scontate, faziose e demagogiche strumentalizzazioni, preferisco attenermi allo storico antifascista Jacques Le Goff, il quale sostenne (1978) che “non esiste un documento oggettivo, innocuo, ma è sempre il risultato dello sforzo compiuto dalle società storiche per imporre al futuro quella data immagine di se stesse”. Fatto sta che il “Luce” raccolse una mole ingente di fotografie acquisite dagli studi privati e dagli archivi dei ministeri, in particolare di quello culturale, guidato allora (1933-39) da Galeazzo Ciano, nonostante la possibile confusione tra i ruoli (educativo e propagandistico) e la crescita abnorme del culto della personalità del “duce”, opera in ogni caso meritoria. Nel 1935, l’Istituto “Luce” diede vita all’Ente Nazionale Indipendente Cinematografico (Enic), che produsse il primo kolossal “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone.  Esso, in realtà, dipese sempre dal capo del governo, anche se col decreto n.1517/1937 fu stabilito un controllo da parte del Ministero della Cultura Popolare, con una sede nuova sorta accanto a Cinecittà; in effetti, già nel 1933, c’era stata una radicale trasformazione organizzativa e gestionale. Il nuovo presidente Raniero Paulucci di Calboli, in una lunga relazione, scrisse nel 1940: “Le varie disfunzioni dell’Istituto si accompagnava ad un passivo economico notevole con una politica accorta ed intelligente affidata solo alle sue forze. Il Luce provvide a migliorare i suoi servizi e la costruzione di una sede propria. Col decreto n. 947/1936, fu dichiarata di pubblica utilità l’opera di costruzione della nuova sede dell’Istituto, posata la prima pietra nel 1937”. L’Istituto “Luce”, per tutto il Ventennio, anche se nessuno possa scandalizzarsi, obiettivamente fu testimone e strumento dell’estetismo del consenso, nel senso che, diffondendo le immagini riferite al regime, creava nell’opinione pubblica un sentimento analogo ed ampliava il consenso. Gli eventi ufficiali, le manifestazioni ginniche, la befana fascista, la vita coloniale, commemorazioni, celebrazioni, ricorrenze e cerimonie avevano lo scopo di dare espressione a questa liturgia totalitaria e di entrare nella vita e nelle abitudini degli italiani. Insomma, la fotografia e il cortometraggio rientravano nel disegno pedagogico del regime, nell’ottica dell’eticità dello stato: essi diventavano la pupilla che insegnasse agli italiani ad osservare la realtà con gli occhi dello stesso regime. Gli operatori del “Luce” erano tanto avvezzi al predetto estetismo delle masse, che il 26 luglio 1943 fotografarono la felicità della popolazione, alla caduta del regime fascista, ripresa a distruggere le immagini del duce e i fasci littori dagli edifici da Roma e da Venezia. Con profondità ed acume, Roland Barthes (1980) distinse nella fotografia del “Luce” lo “studium”, vale a dire la piaggeria più o meno sincera, ed il “punctum”, cioè la realtà effettiva di quegli anni, con tutti i corollari derivati in senso positivo o negativo.

Gli studi dell’Istituto Luce

Sulle funzioni dell’Istituto “Luce” non mancarono, prima ed in particolare dopo la caduta del regime, aspre critiche: Luigi Freddi, direttore generale per la Cinematografia dal 1934 al 1939, scrisse al ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini: “La questione dei documentari in Africa Orientale rivela il fenomeno ingiustificabile; l’Istituto esercita una permanente truffa ai danni del popolo italiano, imponendo un prodotto non rispondente ai requisiti tecnici, spettacolari e sociali, col solo risultato di iniettare una razione di noia insopportabile. Avendo esso il monopolio, io stesso ho favorito la creazione dell’Incom, in quanto l’Italia nel campo del documentario, è rimasta in coda a tutti i paesi”. Non sono riuscito a trovare la risposta del ministro del Minculpop. L’attività del “Luce” continuò, anche dopo il 1945, e produsse documentari e film di qualità, diretti da Pupi Avati, Mauro Bellocchio, Liliana Cavani, Mario Monicelli, Ettore Scola.