Julius Evola, un intellettuale scomodo

Posted on 5 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

  

     Julius Evola, nato a Roma nel 1898, fu avviato agli studi tecnici e matematici, ma coltivò un particolare interesse per l’arte e per la filosofia; frequentò la facoltà di ingegneria; tuttavia, superati gli esami, rifiutò il diploma di laurea “per disprezzo”. Iniziò giovane l’attività artistica (1915), frequentando il letterato Filippo Tommaso Marinetti e l’artista Enrico Prampolini. Partecipò alla Grande Guerra, seguendo i ferrei principi germanici della disciplina, della gerarchia e dell’etica prussiana; da ufficiale, fu destinato sull’altopiano d’Asiago, visse una tensione autodistruttiva e fece uso usualmente di stupefacenti. Dopo la conclusione del conflitto, alla prima fase dell’ideale sensoriale, appartengono le opere pittoriche, presentate nel 1919 all’Esposizione nazionale futurista a Milano e l’anno dopo a Ginevra. Allontanatosi dal futurismo, si avvicinò al dadaismo italiano (che a Zurigo faceva capo al Cabaret Voltaire), al quale contribuì con quadri, poesie (tra cui, La parola oscura del paesaggio interiore, 1919) e scritti teorici (come Arte astratta, 1920). La ricerca storica e filosofica di Evola ebbe una solida motivazione antimodernista, che si espresse nei lavori fondamentali composti alla fine degli anni Venti: Saggi sull’idealismo magico (1925), L’uomo come potenza (1925), Teoria dell’uomo assoluto (1927) e Fenomenologia dell’individuo assoluto (1930), concepiti sotto l’influsso dell’idealismo gentiliano e dell’individualismo hegeliano e nietzschiano.

julius Evola

Da un fecondo sodalizio culturale con il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai, nacque una propositiva collaborazione alla Critica fascista, dove approfondì l’etica e i rapporti col cristianesimo. Di fronte alle proteste del Vaticano, impegnato all’epoca nelle trattative concordatarie, Evola scrisse L’imperialismo pagano (1928), per affermare un deciso recupero dei valori della mistica romana e della spiritualità pagana imperiale. La fondazione della rivista La Torre (1930), sulla quale mosse anche aspre critiche alle pretese evoluzioni del regime, come la campagna demografica, suscitò la reazione risentita del segretario del Partito fascista Achille Starace. Scrisse, quindi, La tradizione ermetica (1931) e Maschera e volto dello spiritualismo (1932). Uscì finalmente il suo capolavoro Rivolta contro il mondo moderno (1934), in cui compendiò il carattere regressivo della civiltà moderna ed affermò con determinazione l’uomo tradizionale. Notato Evola negli ambienti germanici, su invito di Heinrich Himmler, capo della Gestapo, tenne in Germania conferenze, collaborò a riviste tedesche e stabilì contatti con esponenti della destra europea. Conosciuto l’alto gerarca e potente ministro Roberto Farinacci, collaborò al quotidiano Il regime fascista, essendo state emanate da poco le leggi razziali del governo fascista, invitato da Giuseppe Bottai, offrì una cattedra di studi sul razzismo nell’università di Roma; le conferenze tenute lì ed in altre università raccolse nella Sintesi della dottrina della razza. Uomo di vasta dottrina, studioso di religioni e di mitologie, è considerato un punto di riferimento del pensiero reazionario del Novecento europeo. Seguirono anni tormentati e purtroppo funesti (l’avvicinamento alla Germania,  la dichiarazione della guerra e le sue iniziali fasi quasi fallimentari) furono  molto difficili per Evola e per Mussolini. Rarissimi si fecero i colloqui del filosofo col duce. Quest’ultimo, mentre scriveva le pagine in memoria di Bruno, rinviava gli incontri per la preoccupazione della guerra e del recente lutto familiare. Il biografo Yvon De Begnac trovò, in quel settembre 1941, un Mussolini dimagrito e inaridito. Fu allora che il duce ricevette in udienza Evola, per intrattenerlo sui concetti razziali (che il pensatore aveva svolto nella predetta Sintesi) che, come disse il dittatore al filosofo, approvava, in quanto valevano a creare un razzismo antimaterialista, diverso da quello predominante in Germania, non meramente biologico e, quindi, quasi zoologico, ma davvero spirituale. Sulla scorta di Platone, il duce argomentò ad Evola sul tema, presente il ministro della Cultura popolare Alessandro Pavolini, distinguendo tre strati nel corpo sociale: la massa, i guerrieri ed i sapienti, come appunto Evola aveva distinto un razzismo del corpo da quello dell’anima e da quello superiore  dello spirito. In base a tale concezione, la razza consiste nell’identità non solo biologica, ma anche della disciplina morale, culturale, ideale che, per evoluzione interna, possono far sorgere razze nuove. Così Mussolini concepiva un razzismo evolutivo, dinamico, fuori dalla concezione naturalistica e persecutoria del nazismo. Egli autorizzò la traduzione tedesca del suo libro, appena edito e lo incoraggiò a pubblicare una rivista bilingue, previa fissazione di punti programmatici da lui approvato e da Evola, da inviare al massimo teorico del razzismo, Alfred Rosenberg, e ad altri seguaci pensatori germanici.