Giordano Bruno, filosofo ribelle

Posted on 5 novembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

    

Nola, monumento a G. Bruno

Nato a Nola nel 1548, a quindici anni vestì l’abito domenicano e fu ordinato frate domenicano nel convento di Napoli (1572). Sotto processo per eresia, si rifugiò a Roma, ma l’aggravarsi del processo lo spinse a deporre l’abito. Pellegrinò per l’Italia, per la Francia, per l’Inghilterra e per la Svizzera ed a Ginevra aderì alla chiesa calvinista, frequentando i corsi di teologia. Ben presto, però si ribellò ai suoi professori e, giudicato dal Concistoro, fu costretto ad abbandonare la città. Riparò a Parigi, insegnando filosofia alla Sorbona; poi, Enrico III lo inviò in Inghilterra come addetto all’ambasciata di Francia e fu nominato cattedratico ad Oxford. A Parigi, aveva pubblicato il “Cantus circaeus”, il “Sigillus sigillorum”, il “De umbris idearum”; in Inghilterra, diede alle stampe “La cena delle ceneri”, “De la causa, principio et uno”, “De l’infinito, universo e mondi”, “Lo spaccio della bestia trionfante”, “La Cabala del cavallo pegaseo”, “Degli eroici furori” (1585). Dopo aver insegnato a Wittemberg, nel 1590 si trovava a Francoforte, in quanto docente universitario ed intento alla pubblicazione del “De triplici minimo”, del “De monade”, del “De immenso et innumerabilibus” e del “De imaginum compositione”. Poi, sfortunatamente per lui, passò a Venezia, colà chiamato dal patrizio Giovanni Mocenigo, cultore di filosofia, per istruirlo sull’arte della memoria,  ma questi, deluso dall’insegnamento impartitogli da Bruno, lo denunciò (1592) per magia ed eresia agli inquisitori veneti, i quali lo consegnarono al Sant’Uffizio. Gli inquisitori romani lo tennero in prigione per sette anni, senza riuscire a farlo ritrattare. Condannato come eretico impenitente, a Roma fu arso vivo nel 1600 nel Campo dei Fiori. Il nucleo del pensiero filosofico bruniano deve ravvisarsi nella tesi dell’unità dinamica dell’universo, che in Bruno si esplica in una visione pan-psichistica e pan-logistica. Contro la fisica aristotelica ed il geocentrismo in genere, egli afferma l’infinità dell’universo, che consta d’infiniti mondi e che, appunto perchè infinito, non può avere centro, ma tale che ogni suo punto in esso, al tempo stesso, centro e periferia. Contro la distinzione di materia e forma, propria di Aristotele e della Scolastica, egli ne sostiene invece l’unità, affermando la radice unica di tutte le cose. Ciò lo porta a sostenere l’animazione interna del tutto e la presenza di infinite forme animatrici che riempiono l’infinito spazio: questa l’eterna genitura dell’eterno generante, che Bruno distingue come Mente sopra le cose dalla Mente alle cose immanente, che è l’intelletto datore di forme, prima facoltà di un’anima interna alla materia. Su questo sfondo metafisico e cosmologico Bruno innesta la sua concezione dell’uomo e della civiltà: l’uomo è solo una delle forme dell’universale natura e la civiltà umana deve essere considerata come la continuazione di un processo che si manifesta già nella natura. In tal senso, debbono essere interpretate le invenzioni umane, le industrie e le arti. Egli caldeggia la partecipazione degli uomini allo sviluppo della civiltà, il lavoro e le virtù civili, ma soprattutto esalta l’eroico furore di quegli uomini che, accesi d’amore per la filosofia e per la verità, lasciano ogni diletto terreno, per tendere all’identificazione con Dio, inteso come la natura stessa nella sua unità. Le religioni sono considerate da Bruno nel loro significato pratico, come traduzioni allegoriche di una verità razionale in forma adatta ad essere compresa dai rozzi popoli che debbono essere governati. Il senso vivo dell’autonomia della ricerca filosofica e la riduzione dell’elemento religioso ad elemento mitico-pratico sono alla base della sua interpretazione del cristianesimo.

G. Bruno giovane

La figura e la filosofia del nolano assunsero presto un significato simbolico: l’intrepidezza con cui affrontò la morte, piuttosto che ritrattare, ne fece un martire del libero pensiero e il suo panteismo dinamico fu preso come il simbolo della tendenza più profonda del pensiero rinascimentale ed, in questo senso, già dallo ?? Spaventa salutato, come il primo grido della natura ridivenuta libera. Giordano Bruno, artista e filosofo, fu dotato di un’alta fantasia non meno che di un’alta mente: in lui i concetti si risolvono spontaneamente in immagini e viceversa. Nel “Candelaio”, la rappresentazione cruda e realistica delle follie, cui conducono la sensualità, l’alchimia, la pedanteria, è il necessario prologo all’esposizione del sistema bruniano che, a quella realtà sordida e meschina, contrappone la liberatrice concezione dell’universo. Più che i dialoghi metafisici, sono importanti, dal punto di vista letterario, i dialoghi morali, soprattutto “Degli eroici furori”, dove, in versi ed in prosa, è appassionatamente celebrato il virile ed eroico amore per la verità e, per contrasto, è biasimata la molle ed effeminata moda petrarchesca, non meno che l’infatuazione per le regole aristoteliche, la quale impedisce di comprendere che la poesia non nasce dalle regole, ma queste dalla poesia. In tale concezione anticlassica e antiaristotelica dell’arte, va collocato il secentismo di Bruno che, non meno turgido e frondoso di quello degli scrittori barocchi, è animato da una robusta ricchezza di pensiero e da un’intima partecipazione dell’animo, quali invano si cercherebbero nei prosatori secentisti.