La politica, l’arte dell’impossibile?

Posted on 28 agosto 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

         Dal termine “politica”, col tempo a dismisura dilatato nelle accezioni semantiche, in origine un semplice aggettivo greco classico (“relativo alla polis”), nacque l’arte o dottrina specifica, volta all’ordinamento dello stato, determinandone le forme, gli scopi, le impostazioni, le articolazioni, nei rapporti sia interni, sia internazionali. Per sua natura, essa è proiettata al futuro, in quanto sulla base del sistema attuale, dovrebbe compiere una funzione critica nei confronti dell’attività legislativa svolta e ne trae nuove soluzioni per l’avvenire. Pertanto, tale disciplina deve essere pratica, preoccupandosi delle riforme e delle innovazioni delle strutture di volta in volta costituite, empirica in quanto delinea con criterio aprioristico un aspetto del reale pratico e, necessariamente, relativa nelle sue soluzioni e conclusioni. Da Platone ed Aristotele, da Niccolò Machiavelli e David Hume, fino a Georg W.F. Hegel e Karl Marx, la politica in teoria dovrebbe non essere un prodotto di un’ideologia, ma improntata piuttosto sull’attività pragmatica.

     Sin dagli albori del pensiero occidentale, i rapporti tra filosofia e politica sono sempre connessi: la condizione umana riguarda i termini della forma di vita collettiva e del ruolo e le relazioni delle due discipline consistono essenzialmente in una catena di differenti modi della giustificazione normativa, insomma uno schema di società più o meno ideale, ma almeno ben ordinata. La filosofia politica, a cominciare da Platone, tratta le ragioni per la giustificazione, impegnandosi a costruire una comunità di condivisione delle motivazioni a favore di un ordine della società. Negli ultimi decenni del secolo scorso, i più autorevoli filosofi politici (come Norberto Bobbio ed Alessandro Passerin d’Entrèves) aprirono il dibattito per definire differenti di intendere la filosofia politica che dovrebbe definire la migliore repubblica, risolvere la questione dell’obbligo politico e accertare la validità del linguaggio politico, il che significa appurare l’impegno alla giustificazione e la formulazione della teoria normativa. Ma, a molti osservatori sembra che viviamo in un’epoca di massima tensione e contrapposizione tra locale e globale in tutti i campi (economia, informazione, scienza, tecnologia, grandi migrazioni, divario abissale tra benessere e malessere, meschini particolarismi, grossi cambiamenti climatici, guerre religiose). Oggi la filosofia politica riuscirà a misurarsi con le sfide globali?

     Non credo che si possa rispondere a questo quesito, ma certamente il pensiero politico dovrebbe rivedere e modificare i modelli e il linguaggio della politica. La velocità dei cambiamenti mette in seria crisi gli ordinamenti politici un po’ dovunque, modellati e definiti, grosso modo, nell’Ottocento. Il primato della politica non ha più senso: limitandomi al mondo occidentale (Europa ed America), non so fino a che punto sia in grado di confrontarsi con gli odierni problemi globali, a cominciare dall’incremento vertiginoso della popolazione mondiale e la diminuzione progressiva delle risorse ed il costo astronomico dell’energia, dal mercato mondiale alla formazione di società sempre più multirazziali o plurietniche. Negli ultimi decenni, almeno in Europa occidentale, sono entrate decine di milioni di extra-comunitari, provenienti dall’Europa orientale, dall’Asia e dall’Africa. Insomma, è più possibile affrontare questi problemi con forme politiche obsolete, fermatesi da tempo alla democrazia rappresentativa o parlamentare, liberale, socialdemocratica; è ancora sensato etichettarsi progressisti, conservatori, popolari, socialisti, destra, sinistra, centro; è ancora ragionevole pensare a sistemi elettorali proporzionali, bipolari, tripolari o misti? Davvero servono ancora, nei paesi occidentali, i consessi, comunali, provinciali, regionali, nazionali, una o due camere, uno o due presidenti?

     La filosofia politica ha già affrontato, anche nella teoria, il drammatico dilemma e, nel frattempo, la prassi diventa sempre più vecchia e meno adeguata a risolvere i problemi. La politica rimane, comunque, un modo per abbozzare un sistema di convivenza, ma deve pur affrontare i problemi. La questione del rapporto tra fatti e valori è stato dibattuto da H.Putnam, Willard Quine, Nelson Goodman, nella prospettiva di estendere questo approccio alle versioni normative nostre e mondiali, di tipo analogico, prendendo sul serio l’idea della giustificazione di valori, che dettano istituzioni, prassi e provvedimenti, accettandone anche l’inevitabilità e la provvisorietà. Sul problema del lessico politico (che ereditiamo come quello linguistico), Richard Rorty propose la revisione del linguaggio della politica, la classificazione di ideali, bisogni, interessi, nella varietà delle circostanze, mentre per T.Nagel la giustificazione, richiesta dall’accettabilità razionale o ragionevole, assodato il valore indiscutibile del pluralismo, è il concetto normativo saliente.

     Inoltre, accettare il pluralismo come valore implica ingoiarsi anche il relativismo, il trasformismo e il nichilismo. Ritornando al problema della legittimazione o  giustificazione delle istituzioni politiche, risalente alla teoria di Thomas Hobbes, rientra nel contratto sociale, di lontana origine aristotelica; da David Hume, padre delle teorie delle insorgenze, e da Jeremy Bentham, il maggiore esponente della legittimazione politica, derivano le ragioni valide per la giustificazione delle forme funzionali applicabili allo spazio ed al tempo  (J.Rawls, 1994). L’emancipazione liberale da sudditi a cittadini fu l’eco politica del progetto illuministico, accreditato da Emmanuel Kant; Karl Marx, segnando un’epoca non felice, adottò una strategia opposta, seguendo una connessione intuitivamente felice, ma analiticamente fallace, determinando, inoltre, una tensione drammatica tra uguaglianza di diritti e disuguaglianza nelle dotazioni economiche (lotta di classe). L’emancipazione socialista nascose l’ingannevole senso dell’ingiustizia (il principio dello statalismo contro la legge del mercato, come intuì Karl Polanyi) e la conseguente negazione di essere artefici del proprio destino. Tra liberalismo e socialismo, oggi la decrepita democrazia precipita nel nichilismo e versa nella cosiddetta solitudine normativa.

     Tutto sommato, la democrazia sembra essere l’ultimo prodotto creato dalla teoria politica, risalente, mutatis  forme e tempi, ancora alla Grecia classica, rinnovata, dopo oltre due millenni, dall’illuminismo giacobino e velleitario con la democrazia rappresentativa, che all’inizio del terzo millennio ormai si dimostra decrepita ed ammalata di solitudine normativa. Oggi, secondo J.Dunn (1983), nel recente lessico politico, democrazia è “ciò che possiamo avere, come qualcosa di compiuto tuttavia non possiamo smettere di volere, continuando a desiderare qualcosa che è per noi, ma non è compiuto”. Nel dilemma fra universalismo e localismo è una sfida per una normativa politica, che si basa sull’idea di un ordinamento essenzialmente incompiuto. Fra mondialismo e tribalismo, il pianeta si presenta moralmente ripugnante e politicamente iniquo che, con la crescita ottenuta su base predatoria, con lo sfruttamento irrazionale delle risorse non riproducibili, sembra richiedere una visione globale della politica. Allora bisogna chiedersi: qual è la forma politica oggi adatta a risolvere questi problemi? Per il momento si conserva la democrazia come forma politica imperfetta ed inefficiente, sulla quale ricade tuttavia la massima responsabilità planetaria: l’utopia della società civile dei cittadini del mondo (N.Bobbio, 1989). Forse non sbagliava troppo Max Weber (già allora, 1948) il quale, resosi conto che, in un mondo ingovernabile, permanendo ed aggravandosi sfide, dilemmi, guerre e danni irreparabili, il “possibile” non si era mai raggiunto, si dichiarava propenso a capovolgere la definizione classica della politica: dall’arte del possibile all’arte dell’impossibile.

 

Aristotele

Marx