Il latinista Paolo Fossataro

Posted on 28 agosto 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

  

     Il professore Paolo Fossataro, tipico esponente del ceto sociale piccolo borghese intellettuale, nacque a S.Maria di Capua  il 23 giugno 1858 dal medico Salvatore e dalla possidente Maria Grazia Tessitore, nella casa natia sita nella strada dell’Olmo (od. Via Cappabianca e fu battezzato nella parrocchia di S.Pietro dopo una settimana. Frequentate le scuole elementari nell’istituto privato “C.Colombo”, dove nel 1869 conseguì la licenza elementare; iscrittosi nel quinquennio ginnasiale e nel triennio liceale nell’omonimo istituto municipale “A.S.Mazzocchi”, fondato sotto il sindacato di Silvestro Cipullo e diretto dal preside, avv. Antonio Pacifici da Arpino, nel 1865. Superata brillantemente la maturità classica nel luglio 1876, s’iscrisse nella Facoltà di Lettere dell’Università “Federico II” di Napoli e, con notevole anticipo, ottenne la laurea col massimo dei voti il 31 luglio 1879. Allievo di Luigi Settembrini e condiscepolo del latinista Enrico Cocchia, subito dopo, appena ventiduenne, fu nominato professore di latino e greco, proprio nello stesso liceo ginnasio frequentato (nel frattempo, chiuso e riaperto con l’intitolazione “Tommaso di Savoia”), affrontò l’incarico con capacità non comune. Ivi rimase fino al 1893, avendo come discepoli il fratello minore Corrado (poi, avvocato e sindaco), Teodorico Bosco, Mario Faucher, Alfonso Tagliacozzi, Michele Stassano, Luigi Morcone, Manfredi Bosco, Bernardo Brini, Gaetano Caporaso,  tutti distintisi specie nell’avvocatura e nella medicina.

     Non solo il richiamo della capitale culturale partenopea, ma anche il pareggiamento di quell’istituto (1883), che determinò il passaggio nei ruoli governativi, lo spinsero a trasferirsi al liceo “A.Genovesi”; a Napoli, appunto, nel 1896 sposò Fiorenza Flores. Lì trattenutosi fino al 1919, infine, si trasferì al “J.Sannazzaro”, dove rimase fino al 1923, trascorrendo gli anni più significativi per i destini di Napoli e dell’Italia, e concluse la carriera di docente statale superiore, andando in meritata pensione. Nel frattempo, nel 1908 aveva conseguito nell’Università di Napoli la libera docenza di letteratura latina, con l’incarico di “Esercitazioni in lingua e stile latino”, rinnovato senza interruzioni fino alla morte, che lo colpì il 20 novembre 1931 a Napoli dove, nell’Accademia Pontaniana, di cui era socio, Carmelo Colamonico lo commemorò nella tornata del 22 gennaio 1933. Tra l’altro, il geografo disse che Paolo Fossataro ”per mezzo secolo, vissuto fra i giovani, mosso da grande passione per la scuola, potè  dirsi insegnante perfetto”.

     Gli scritti di Paolo Fossataro, non molto voluminosi, piuttosto numerosi ed interessanti per l’indiscutibile rilievo scientifico e per l’originalità, presentano una difficoltà obiettiva a chi si accinge ad esaminarli. Infatti, essendo impossibile seguire il criterio cronologico, in quanto si rischia di perdersi in un labirinto di guizzanti spunti, di geniali intuizioni e di rivisitazioni di classici latini, con riferimenti al greco e all’italiano, parimenti ho dovuto scartare il metodo tematico in senso stretto, imbattendomi in un intreccio di argomenti, difficilmente riconducibili ad una materia o ad un argomento. Pertanto, ho preferito il sistema del percorso concettuale, molto vicino alla forma mentis del latinista sammaritano, che sembrava prediligere la trattazione concatenata. Pertanto, la produzione di Paolo Fossataro si può dividere in tre filoni: questioni di metodologia, metrica, stile, polemica, argomento vario; pubblicazione annotata di opere di poeti e prosatori latini; pubblicazione di commedie greche e latine.

     Nell’arco di cinquant’anni, trattò argomenti e problemi di letteratura latina, ma anche greca, ritornando su di essi con maggiore consapevolezza e chiarezza. In quest’ottica, tra gli scritti del primo gruppo sono propedeutici i saggi la “Questione del greco” (1890) e il “Metodo dell’insegnamento del latino” (1894). Il primo pone il problema dell’utilità dell’insegnamento del greco nel liceo classico. L’autore, pur credendo nell’alto valore educativo dello studio del greco, riconosceva con amarezza i risultati deludenti e ne proponeva l’abolizione, seguendo l’orientamento di M.Amari, ministro della P.I. (1862-64), il quale si espresse per l’insegnamento facoltativo del greco. Fossataro, suggestionato da altri, dimostrò una certa superficialità e, nella foga della polemica, confuse le cause con gli effetti; caso mai, erano da porre in discussione i metodi, i programmi e le motivazioni. Il suo eccessivo radicalismo contrastava col rinato interesse per il greco, che si rianimava appunto in quegli anni, grazie al dibattito tra la scuola estetica e l’indirizzo filologico. Nel secondo, Fossataro affrontò il problema della didattica latina con metodologia più matura e, prendendo decisa posizione contro il metodo “cursorio”, propose la lettura di più autori per ogni classe e sostenne l’esigenza di una scelta graduale di un singolo autore per volta, allo scopo di avviare i giovinetti, sin dalle prime classi ginnasiali, ad una lettura dei testi più puntuale e consapevole, attenta più ai valori grammaticali e stilistici, all’intelligenza dell’opera letteraria nel suo complesso. L’intuizione, infatti, era destinata ad avere un sicuro successo nella scuola italiana, almeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso, in quanto negli ultimi decenni, lo sperimentalismo insensato dei programmi e l’eccessiva arbitrarietà dei docenti, hanno assestarono colpi mortali alle lettere classiche. 

     Il saggio “Gli attuali indirizzi nell’insegnamento classico”, apparso (1915) dopo la riforma dell’epoca (l’istituzione del liceo moderno), che assegnava fisionomia precisa e peculiare al classico, conteneva una chiara definizione del metodo dell’insegnamento del latino, distinti in tre indirizzi didattici (cursorio, storico-letterario, ermeneutico puro), per Fossataro tutti inefficaci di per sé, anche se prediligeva il secondo, a patto che servisse alla comprensione dell’antico come elemento vivificatore della cultura moderna. Sempre al primo gruppo rientrano il “Manuale di prosodia e metrica latina” (1927), gli “Elementi di metrica oraziana”, (1932*), “A Capua antica” (1893), “Sulla metrica delle odi barbare di G.Carducci” (1924), le commemorazioni di M.Kerbaker (1915), di F.Persico (1923)  di E.Cocchia (1930).

     Al secondo gruppo appartengono innanzitutto i classici latini commentati. Nell’ottica della didattica sperimentata da Fossataro, il docente scelse una gamma di testi annotati, corredati di note esegetiche e morfo-sintattiche e di introduzioni letterarie e storiche, miranti ad illustrare la personalità dell’autore. Così, nel 1894, pubblicò la parte pervenutaci del trattatello ciceronianoDe optimo genere oratorum”, con traduzione e commento e, venti anni dopo, scrisse un articolo (1914), discutendo le note al testo proposte dai filologi Th.Stangl, V.Ussani e F.Ammon, confutandole spesso con valide argomentazioni. Nel frattempo, già si era occupato di Cicerone, pubblicando il testo commentato della “Prima Catilinaria” (1904). Nel 1911, pubblicò la “Cena Trimalchionis” petroniana, proponendo una lettura piacevole della parte centrale del Satyricon, con tutti i problemi delle fonti, del genere letterario e dell’identificazione della urbs Graeca. Per il testo, seguendo le edizioni di F.Buecheler e L.Friedlaender con note linguistiche ed esegetiche, l’ha tradotto con gusto nuovo.

     Nel movimentato dibattito sull’originalità della letteratura rispetto alla greca, Fossataro s’inserì con vari contributi concepiti con sensibilità estetica e con accuratezza filologica, trattando specie il lirico venosino. Sin dal 1894, pubblicò lo studio “Le odi romane di Orazio”, scritte in vigorosa polemica col celeberrimo Th.Mommsen, che la giudicò solo un “documento di storia”, ricordandogli che, con un’espressione di E.Cocchia, tenace sostenitore dell’originalità della letteratura latina, “un’ode di Orazio è ben altra cosa che un articolo di gazzetta”. Con altri studi apparsi, fin dal 1890, egli ebbe la possibilità di spaziare tra la cultura antica e moderna, istituendo un rapporto tra la Satira II,5 di Orazio ed il “Gingillino” di G.Giusti, l’Andromeda di Ovidio (Met. IV,603 seg.) ed il “Salvamento di Angelica” (Orl.fur. X,90 seg.) di L.Ariosto.

     In alcune note esplicative dell’Ode III,7 (1904) e nella prolusione “Il concetto della vita e morale di Orazio” (1909), ammirò del venosino l’arte e la poesia, la vita e la morale, l’eclettismo della sua “filosofia” facendone un precursore di Seneca. Inoltre, pubblicò due articoli sull’Ode III,29, nel primo fece una sottile analisi psicologica del poeta; nel secondo, in risposta alla critica negativa di M.Galdi, ribadì la sua convinzione della complessità dell’animo di Orazio, talora pessimista e sarcastico, travisato con grossolana superficialità come ilare e gaudente, dalla (anch’essa fraintesa) filosofia epicurea. Ancora sulla poetica oraziana, pubblicò l’articolo “Carme Secolare” (1911), polemizzando con A.Kiessling sui pregiudizi politici e religiosi, che ostavano una lettura corretta del carme, e mettendo in luce “la grande arte della composizione del poeta che, con un disegno semplice, rispose a tante esigenze rituali e nazionali”.

     Su Tacito, Fossataro diede due contributi di carattere filologico, il “De quibusdam Taciti Agricolae lectionibus emendandis” (1907), nel quale sfruttò la scoperta del codice Aesius, avvenuta l’anno prima, per far luce su alcuni luoghi di difficile lettura; e l’edizione critica della biografia di Agricola (1911). Si occupò anche di Virgilio, prima in un articolo “Sul primo dei Catalepton” (1910), poi in un opuscoletto, considerato dai critici il più originale di Fossataro, il saggio “Sull’autenticità dell’epitafio di Virgilio”, (1924), ristampato (1932) a cura dei fratelli nel primo anniversario della morte. In polemica con la filologia germanica (E.Diehl, Ch.Heyne, E.Wagner), il celebre distico (“Mantua me genuit, Calabri rapuere: tenet nunc / Parthenope. Cecini pascua, rura, duces”), riferito dalla tradizione (Svetonio-Donato, Girolamo, Servio), fu giudicato  “troppo arido e privo di genialità” per potersi attribuire a Virgilio. Alla stessa opinione aderirono alcuni latinisti moderni, sostenendo in particolare E.Cocchia che “l’antiveggenza della morte tra i Calabri sarebbe la prova dell’origine tardiva dell’epigramma”. Agganciandosi ai sostenitori dell’autenticità (E.G.Peignot, F.Plessis, A.G.Amatucci, O.Ribbeck), Fossataro, per difendere la fondatezza dell’epitaffio, smontò con passione e con riferimenti dotti le due obiezioni: la preveggenza e l’aridità. Considerata la fondatezza degli epitaffi di Nevio, Ennio, Seneca, Petronio, proprio l’antiveggenza (vedi anche G.Leopardi e G.Carducci) la conferma; quanto alla pretesa aridità, lo stesso Virgilio, restio all’autoelogio, spesso denota il proprio carattere schivo.

     Al terzo ed ultimo gruppo appartengono gli scritti su Terenzio e Menandro. In due articoli, “La Perinthia di Menandro nell’Andria di Terenzio” (1914) mise a punto l’interpretazione del VI volume dei papiri di Ossirinco, ritrovato nel 1909 da A.Koerte e rivendicata alla “Perinthia” menandrea, provando l’avvenuta contaminatio con l’”Andria”; e “Gli Epitrepontes di Menandro e l’Hecyra di Terenzio” (1915). Inoltre, tradusse l’”Aulularia” di Plauto (1923).