Nerone fu davvero un genio del male?

Posted on 28 agosto 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

      La biografia di Lucio Domizio Enobarbo (nato ad Anzio nel 37 dC e morto a Roma nel 69), che assunse il nome di Nerone, si basa su tre fonti fondamentali: Tacito, Svetonio, Dione Cassio, i primi due scrissero all’inizio del II sec. dC, vale a dire cinquant’anni dopo, il terzo addirittura dopo un secolo: la circostanza certamente non fu volontaria, ma fu tale da inficiare ogni storiografia antica o moderna. Tutti i tre autori convengono che il principe in una prima fase abbia governato bene, poi abbia imboccato rapidamente la strada della tirannide, impersonando il diabolico genio del male. Sulla base di un’esiguità di documenti, tra l’altro di autori autorevoli, è difficile, anzi arduo, confutare i dati biografici e tentare una comprensione più obiettiva dell’interazione tra la personalità, l’indole, il temperamento ed il sistema politico del principato con le sue esigenze, le pressioni, le classi emergenti; si aggiungano a qualunque principe due ingredienti che si addicono ad un principe: il filellenismo culturale e la gloria militare.

     Tutti i tre storici scrissero sotto i Flavi, sostenendo la versione ufficiale di comodo per il principio del principato adottivo,  per cui Nerone aveva disonorato Augusto e tutta la dinastia Giulio-Claudia. Plinio il Vecchio, alcuni anni dopo il suo disperato suicidio, lo definì pestilentia urbis, fames Italiae. Nella tradizione latina, Nerone diventava un tiranno, riconosciuto universalmente, in buona compagnia con Caligola e Domiziano. Gli scrittori cristiani (Tertulliano, Gerolamo, Agostino) lo descrissero come un criminale, un anticristo, l’incarnazione del maligno. Nella letteratura europea, Nerone è servito come esempio stereotipato di disumana crudeltà, matricida (penso all’Amleto di Shakespeare), fratricida (ricordo il Britannico di Racine). Per il Marchese di Sade, Nerone affascinò come incredilium cupitor, per superare tutti nel lusso, nella crudeltà e nella depravazione. Napoleone Bonaparte pronunciò qualche parola “gentile”, per dire che Nerone opprimeva i grandi, ma non infierì sui piccoli. M.T.Griffin recentemente ha sostenuto che nessuno storico serio ha avuto la tentazione di minimizzare un tiranno; è vero, ma, aggiungo io, a nessuno è stato prescritto dal medico di attribuire tutte le nefandezze ad un despota, per il semplice fatto che era un despota.

     La storiografia ottocentesca si spostò sul versante dell’interesse complessivo del principato di Nerone: H.Schiller (1874) descrisse le condizioni del mondo romano, non le buffonate e i cortigiani. Secondo B.Henderson (1903), a parte l’indole perversa, Nerone fu spodestato da una rivolta antiromana organizzata dalla Gallia, non dai crimini in patria, concetto ribadito da A.Momigliano (1961). Successivamente, si ritornò all’interpretazione originaria: B.H.Warminghton (1969) e M.Grant (1970) attribuirono la colpa all’inettitudine e la paranoia. L’approccio di H.Schiller sembra un prezioso contributo sulla strada di una comprensione in una visuale più ampia. Tacito e Svetonio insistono sulla questione morale, Dione  ha una visione più chiara sul ruolo dell’azione di governo. Quanto alla guida di Seneca, Tacito disapprova che i discorsi siano stati scritti da Seneca. Le energie più  grosse furono sprecate per la poesia, la musica, la pittura, le corse ed i giochi anfiteatrali. Per stabilire il rapporto tra queste attività “ludiche” e quelle politiche, bisognerebbe assumere che con realismo l’attività politica rientrava di diritto nell’acquisto del consenso. L’esibizionismo era diffuso nei ceti elevati sin dall’epoca di Giulio Cesare.

     Nerone non tollerava, evidentemente, lo stoicismo di Seneca, ma il filosofo arrivava a compromessi, indulgendo alla stravaganza del principe (guidare i carri, esibirsi nel canto e nel suono della cetra, nel teatro tragico). Qualis artifex pereo! Questa esclamazione, sempre considerata la maggiore espressione dell’istrionismo, profferita al momento di morire, giustificò in realtà la sua passione dimostrata nelle arti. La smania di istrione e di esibizionista non trascurò i doveri di uomo politico e sovrano. Sulla base di un’indagine sulla monetazione, si è stato accertato che nei primi anni del principato, Nerone non attivò una devoluzione dei poteri senatori; l’interpretazione tacitiana è anacronistica (la promessa di Nerone): infatti, Tacito era fanciullo, quando Nerone morì, con la sua prima opera (Dialogus) tentò di spiegare il declino dell’eloquenza con il cambiamento nel sistema politico, cioè il passaggio dalla discordia di uno stato all’obbedienza al sovrano; invece di essere sotto il controllo di molti ignoranti, lo stato era gestito da un uomo di straordinaria saggezza.

     Per quanto riguarda l’incendio di Roma, lo stesso Tacito manifestava notevole incertezza se sia avvenuto per caso o per dolo del principe; d’altro canto, almeno una decina di incendi dell’Urbe si verificarono nel corso dei secoli; dubito che in quell’occasione Nerone abbia cantato accompagnato dalla cetra la Caduta di Ilio, ma poteva essere anche una tentazione di un cantore impastato da cultura ellenica. Inoltre, la persecuzione dei cristiani, considerati i capri espiatori dell’incendio, mancando nella cultura contemporanea una precisa coscienza della nobiltà della religione cristiana, è stato un leit-motiv, almeno fino all’editto di Costantino (313).

     La congiura di Pisone fu una delle ultime rivolte al declassamento dell’aristocrazia senatoria; qualunque capo di stato avrebbe avuto il dovere e il diritto di punire esemplarmente i responsabili, una volta scoperta e fallita; caso mai, fu l’occasione propizia per mettere il bavaglio ai dissidenti filo-stoici (Seneca, Lucano), ai letterati nostalgici (Petronio, Trasea Peto) ed ai politici oppositori (i nobili filo-repubblicani Calpurnio Pisone, Vestino Attico, Rufrio Crispino, la liberta Epicari).

     Sciorinando la serie di nefandezze (matricidio, fratricidio, uxoricidi), che sembrano tutte troppo vere e documentate, è difficile confutare i fatti ma, essendoci troppe circostanze contraddittorie, ambigue, incerte; in ogni caso, le vicende private maturavano in un ambiente corrotto, fatto di gelosie, calcoli, dicerie, equivoci. Le esibizioni d’istrione, gladiatore, cantore, oltre a soddisfare il desiderio personale, servivano per ottenergli il consenso della plebe, favorita anche da frequenti donativi, spettacoli del circo e dell’anfiteatro. Insomma, Nerone non era uno stinco di santo, ma non credo che sia stato un mostro da chiudere in una gabbia, come da secoli la storiografia dipinge a tinte fosche.