Il Museo Campano di Capua restaurato nel 2004, oggi…inagibile

Posted on 28 agosto 2011 by alberto

di  Alberto Perconte Licatese

 

     La data 8 maggio 2004 segna una tappa decisiva per la cultura campana, italiana ed europea.  Dopo il completamento dei lavori di recupero strutturale e funzionale, di restauro, di ammodernamento e di riordino, eseguiti nel corso di circa quattro anni, quel giorno, a centotrenta anni dalla fondazione, il Museo Campano di Capua è stato riaperto al pubblico ed agli studiosi, alla presenza dell’on. Vittorio Sgarbi, del presidente dell’A.P. dr. Riccardo Ventre, del direttore prof. Giuseppe Centore, dell’arc. Bruno Schettino, del sindaco di Capua dr. Alessandro Pasca, del sovrintendente dr. Valeria Sampaolo, dei cattedratici prof. Maria Bonghi, arch. Ciro Robotti, del preside arch. Alfonso Gambardella e delle massime autorità politiche, culturali,  economiche  della provincia, aprendosi un’era nuova per il museo, oggi in grado di competere con i similari di tutta l’Europa. Le necessarie opere di ripristino e di riassetto e le opportune innovazioni, senza aver stravolto l’impostazione museale ottocentesca,  hanno conservato intatto il fascino discreto dell’antichità,  presentata dal vivo, col compiacimento fisico della vista e dell’odorato, ed hanno  dato un volto europeo, grazie all’abbattimento  delle barriere architettoniche, al rinnovamento degli impianti,  ad una nuova e più agevole visita dell’edificio, ad una sistemazione più razionale dei materiali,  specie sculture, busti, quadri ed elementi ornamentali. 

     Nella seconda metà del secolo, subito dopo l’Unità, gli esponenti della cultura erudita ed archeologica,  erede di una nobile tradizione  in Terra di Lavoro risalente almeno al Seicento, consapevoli del pregio e della mole delle memorie storiche dall’età etrusca, greca, romana, medievale e moderna, seppur in un periodo abbastanza tormentato (penso alla cd. questione meridionale), non tanto dalle lotte sanguinose (brigantaggio e camorra), quanto dalla difficoltà del processo di coesione ed amalgamazione delle due Italie, vollero prendere a cuore la causa della conservazione dei preziosi monumenti dell’antichità.

     Fino ad inoltrato Ottocento erano continuati la dissipazione, la dispersione, il commercio, il riciclo, il trafugamento di pezzi preziosi, fenomeni ai quali non molto servirono i decreti borbonici. Italiani e stranieri, colti ed incolti, tutti facevano man bassa per motivi contrastanti ed il risultato era che il patrimonio archeologico in senso lato si impoveriva progressivamente, per cui quella generazione di uomini responsabili, gli epigoni di quella cultura umanistica ed antiquaria, formatasi alla scuola erudita e rinvigorita dall’illuminismo e dall’epopea risorgimentale, ebbe il merito di prendere una decisione fondamentale per la civiltà e per la posterità, dalla quale dipese la conservazione non solo dei monumenti dell’antichità ma anche dell’identità culturale della nostra terra. Dopo un dibattito esaltante ed acceso, svoltosi nei maggiori centri della provincia, in particolare a Capua, sollecitando le istituzioni e i massimi esponenti della cultura dell’epoca, si pervenne al regio decreto, dato a Torino il 21 agosto 1869 e firmato da Vittorio Emanuele II, col quale “considerato che nella provincia esistono monumenti ragguardevoli per la storia e per l’arte, una Commissione per la conservazione e restauro dei monumenti ed oggetti di antichità e belle arti, presieduta dal Prefetto e composta di dodici componenti, si dividerà in due sezioni: pittura scultura architettura, archeologia erudizione storico-artistica,  ed ha obbligo di tenere l’inventario dettagliato ed aggiornato dei materiali custoditi, riunirsi periodicamente,  verbalizzare e stilare un regolamento”.

     Nella prima riunione del 17 dicembre 1969, furono adempiute le formalità relative alla nomina dei componenti, alla quale si era proceduto il 6 u.s.: “Presiede il Prefetto Giuseppe Cellucci, erano presenti Raffaele Cuccari, Elia Della Croce, Gaetano Caporale, Mariano Piazza, Raffele Teti, Gabriele Jannelli; assenti Luigi Tosti, Giulio Minervini, Demetrio Salazaro, Francesco Orgera, Onofrio Buccini, Giustiniano Nicolucci; rinviata la nomina del vice-presidente, fu nominato segretario Gabriele Jannelli.” Nella seconda riunione della Commissione (7 marzo 1870). il prof. G.Minervini, eletto vice presidente, giurista ed archeologo napoletano di fama europea, propose l’istituzione di un museo campano, come “logico corollario dell’opera svolta dalla Commissione per riunire in un luogo tutte le opere d’arte mobili esistenti nella provincia” e, pensandosi già al luogo, dopo una vivace discussione (intervennero P.Caporaso per Caserta, R.Teti per S.Maria C.V. e G.Jannelli per Capua), si dichiarò propenso alla scelta di Capua, vantando essa una solida tradizione culturale e disponeva di edifici degni di ospitare l’istituendo museo.

     Nella successiva riunione (2 maggio 1870), il segretario G.Jannelli sottolineò che “si doveva evitare qualunque prevenzione o spirito municipale, ma pensare solo al bene della novella istituzione”. Poiché il museo avrebbe raccolto soprattutto gli antichi oggetti del periodo romano e medievale, Capua, risultando più centrale rispetto a Caserta e S.Maria, vantava la maggior parte di siffatti reperti, mentre riceveva lustro da molti edifici sacri e profani, da istituzioni storiche e culturali. Inoltre, in un millennio rifulsero nelle armi Ettore Fieramosca, Pietro delle Vigne nel senno politico, Tommaso d’Aquino nella sapienza teologica, Camillo Pellegrino, G.Carlo Morelli, G.Pietro Pasquale, Francesco Granata, Ottavio Rinaldo, Alessio S.Mazzocchi, Francesco M.Pratilli nell’erudizione e nell’archeologia. Il buon senso prevalse e si optò per Capua e per il palazzo Antignano, avendo esso tutti i requisiti di un museo destinato a diventare famoso. Risalendo al IX sec., col tempo  incorporò la chiesetta longobarda di S.Lorenzo ad Crucem ed uno dei tre seggi nobiliari di Capua, quello degli Antignano. Il portale monumentale durazzesco-catalano del XV sec. reca nell’arco di piperno gli stemmi degli Antignano ed Alagno. Proprio allora Francesco Antignano volle l’ampliamento del palazzo,  che si sviluppò su due piani e si snodò intorno a due cortili quadrati di gusto ispanico. Fu per molto tempo  di proprietà dei principi di S.Cipriano, poi passò al Municipio che, in occasione della destinazione a museo, lo donò alla Deputazione Provinciale.  

     In occasione dell’inaugurazione (31 maggio 1874), alla presenza di autorità (tra cui Giuseppe Fiorelli, delegato dal ministro della P.I.) e di esimi dotti della provincia, il discorso ufficiale fu pronunciato dall’abate di Montecassino  Luigi Tosti, autore di opere storiche e fautore della politica neo-guelfa, ricordando che papi, cardinali e politici già avevano fondato musei in tutta l’Italia, come Cosimo Medici a Firenze, Marcello II a Roma,  Carlo III a Portici, quello di Capua fu costituito da studiosi di formazione antiquaria,  umanistica e risorgimentale. Subito dopo, fu nominato primo direttore del novello museo il prof. G.Jannelli, sacerdote e storico, per oltre un ventennio curò la conservazione e la pubblicazione di gran quantità di documenti negli “Atti” in ventisei annate e Theodor Mommsen, che ivi trascrisse e commentò le epigrafi utilizzate per la pubblicazione del CIL X (Berlino 1883), nel secondo soggiorno a Capua (1874) annotò: “La splendida collezione, che ne fa questa nobile fondazione, creata dai patrioti campani, gli ha rallegrato il cuore, facendo voti per il prospero avvenire di sì nobile impresa, condotta e diretta dalla Commissione”. 

     Nel 1878 Giulio Minervini, nella Relazione della Commissione fa il punto sulla consistenza patrimoniale, fa una rassegna dettagliata dei monumenti preistorici ed egizi,  di vasi e terrecotte di varie fabbriche etrusche greche e romane e di una quantità di piccoli ex voto, di monete provenienti da tutta la provincia,  di epigrafi latine ed osche, di sculture in marmo e bronzo, di pezzi medievali e moderni, compresi la biblioteca e l’archivio. Il ministro della P.I., Ruggero Borghi, ed il Direttore dei Musei, sen. G.Fiorelli, in visita ispettiva, lasciarono attestati di compiacenza verso l’istituzione e, poco dopo, il ministro della P.I. Francesco De Sanctis volle visitare il Museo,  rimanendo stupito per tanta magnificenza.  

     Dopo quasi un decennio (1886), Vincenzo Bindi, giurisperito e storico dell’arte, nella relazione dell’ispezione ministeriale scrisse: “Chi conosce l’incuria nella quale sono tenuti i monumenti e le opere dell’antichità in buona parte delle province del Mezzogiorno d’Italia, può giudicare valutare l’opera della Commissione”. Inoltre, espresse il suo plauso per quel museo era misto (antichità preistoriche, egizie, greche, romane, paleocristiane, medievali e moderne), conservandosi ivi esemplari unici nel mondo per rarità e pregio, per cui volle “tributare vive lodi alla provincia di Terra di Lavoro, che propongo a modello delle altre province della Penisola”. Nel 1902 Angelo Broccoli, giurista ed archeologo, nella qualità di segretario della Commissione (nel frattempo il prof. Salvatore Garofano era succeduto al medico ed archeologo G.Gallozzi nella carica di direttore),  nella relazione morale e finanziaria, soffermatosi su aspetti tecnici ed economici  ed affrontando problemi di sistemazione e collocazione, specie per numismatica, pinacoteca, biblioteca, archivio, avanzò la richiesta di un congruo finanziamento e l’ottenne dalla Deputazione, essendo presidente l’on. Giuseppe Rossi ed i consiglieri avv. Michele Verzillo ed Antonio Casertano. 

     Ricoprendo la carica di direttore il comm. Raffaele Orsini, il 1933 segna una pietra miliare  per la storia del museo, quando si procedette ad un riordino radicale, curato dal prof. Amedeo Maiuri, al quale si deve la sistemazione dei cortili e delle varie sale site ai piani (terra, primo e secondo), in base a criteri moderni in rapporto ai tempi (provenienza, cronologia, tipologia dei materiali). Dopo il riordino, il 23 luglio di quell’anno, per l’occasione i principi Umberto e Maria Josè visitarono il museo, accompagnati  dai prof. A.Maiuri e Gino Chierici; alla presenza dell’arc. Salvatore Baccarini, dell’on. Nicola Sansanelli,  del podestà bar. Michele Pasca di Magliano, tenne il discorso inaugurale l’on. Teodoro Morisani, preside della provincia di Napoli. 

     Nel 1940 fu nominato direttore l’avv. Luigi Garofano Venosta, al quale spettò gestire il lunghissimo periodo più triste ed il più esaltante per il museo. Il 9 settembre 1943 i catastrofici bombardamenti “alleati” provocarono danni ingenti all’edificio, ma per la lodevole preveggenza e per l’amoroso zelo del direttore la maggior parte del materiale era stata messa al sicuro nei cantinati, specie le collezioni e gli oggetti più maneggevoli. Si aprì la fase della ricostruzione, che andò dal giorno dopo fino al 1953, quando anche terminò il riordino curato dal prof. Raffaello Causa (sez. medievale e moderna) e dal prof. Alfonso De Franciscis (sez. archeologica). Nel 1955 il museo fu riaperto ed il 13 maggio 1956 fu di nuovo inaugurato con l’intervento del ministro della P.I. Maria Jervolino, del soprintendente prof. A.Maiuri, del presidente dell’A.P. avv. Mario Sementini, dell’arc. S.Baccarini, e dei sen. avv. Giovanni Leone e prof. Giacinto Bosco. 

     Successivamente, rivestirono la carica di direttore con dedizione e competenza il dott. Francesco Garofano Venosta, il prof. Antonio Marotta, il dott. Carlo Crispino. Dal 1999 il canonico teologo Giuseppe Centore, poeta e storico, studioso  e scrittore, un uomo di squisita signorilità e di profonda dottrina religiosa, filosofica ed umanistica,  dirige il museo con intelligenza, dedizione e dinamismo.

 

Mosaico del coro proveniente dal tempio tifatino di Diana

Tela raffigurante G.Jannelli, fondatore del museo

Mater matuta proveniente dal tempio cd. Patturelli

Portale del palazzo Antignano, sede del museo

Protome del dio Volturno proveniente dall’anfiteatro