Federico Garcia Lorca: poesia e vita, due metafore

Posted on 26 agosto 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

     “Lorca era un folletto dissipatore, l’allegria centrifuga, che raccoglieva nel suo seno, irradiava come un pianeta la felicità di vivere.

Federico Garcia Lorca

Ingenuo e superstizioso, raggiante e gentile era una specie di riassunto delle età della Spagna, un prodotto arabo-andaluso che illumina e profumava tutte le scene della Spagna scomparsa”. Lorca divenne il simbolo della cultura spagnola libertaria, costretta al silenzio dal franchismo, con Antonio Machado, Miguel di Unamuno e di quelli esiliati come J.Ramon Jimenez, Pedro Salinas, Luis Cernuda”. Così si espresse di lui il poeta cileno, premio Nobel, Pablo Neruda.

     Federico Garcia Lorca nacque nel 1898 a Fuentevaqueros, nella provincia di Granata, da Federico Garcia  Rodriguez e da Vincenta Lorca Romero,  una semplice famiglia campagnola. A dieci anni, fu portato in collegio ad Almeria, per continuare gli studi iniziati sotto la guida della madre, poi nel collegio del “Sacro Cuore” di Granata. Nel 1914, s’iscrisse alla Facoltà di Lettere e, per accontentare il padre, anche a quella di Giurisprudenza dell’Università di Granata, ma dedicò molto più tempo alla musica, alla quale era stato iniziato dalla madre e dalla zia; sotto la guida prima di un amico musicista Manuel de Falla, poi di un allievo di Giuseppe Verdi, Antonio Segua, cominciò a studiare pianoforte e composizione; s’interessò al folklore e cominciò a scrivere le prime poesie. Prese parte ad una campagna archeologica, condotta da Martin Dominguez Berrueta, in Andalusia, e decise di viaggiare in Spagna; alla fine, scelse la letteratura; così, nel 1918, pubblicò il primo libro “Impressiones y paisajes” e soggiornò a Madrid, stabilendosi alla Residencia de Estudiantes, la roccaforte della cultura liberale, dove conobbe il fiore della gioventù degli artisti di varie nazionalità, come Moreno Villa, Pepin Bello, Salvador Dalì, Rafael Alberti, Josè Bergamin, Pedro Salinas, Gerardo Diego.

     Due anni dopo, fece rappresentare “El maleficio de la mariposa” (1920) al teatro Eslava di Madrid, un quasi fiasco; quindi, pubblicò il primo libro di versi “Libro de poemas”; nel 1924, termina le “Canciones” ed inizia il “Romancero gitano”; nel 1926, pubblicò la “Oda a Salvador Dalì”; alla fine dell’anno successivo, a Siviglia fu ospite del celebre torero Ignacio Sanchez Majias. Lorca non si era mai occupato di politica, ma le sue idee, senza dubbio, erano vicine alla sinistra. Nei giorni dell’insurrezione ed il conseguente assedio dell’Alcazar, la fortezza araba di Toledo, la radio Madrid trasmise le sue poesie, specie quella che descriveva con lucido sentore di morte che accompagnava il passaggio delle guardie civili: “Sui mantelli luccicano / macchie d’inchiostro e di cera / Quaranta guardie civili / vi entravano a saccheggiare / Gli orologi si fermarono / Un velo di gridi lunghi / s’alzò sulle banderuole / O città dei gitani / La Guardia Civile si allontana / in un tunnel di silenzio / mentre la fiamma ti circondano”.

     Nel 1929, partì per New York, dove alloggiò nella Columbia University da studente, si legò con Federico de Onis e Leon Felipe; frequentò i quartieri degli emigranti e dei negri, affascinato dal jazz; a Cuba terminò “El publico”; ritornò a Madrid, dove fece rappresentare “La zapatera prodigiosa”. Nel 1932, diede il primo spettacolo della Barraca, un teatro ambulante universitario, con gli intermezzi cervantini, poi il “Calderon”, ma la rappresentazione della “Vita è un sogno” fu interrotta dai giovani monarchici. L’anno dopo, comunica all’amico Carlos Morla l’idea di “Yerma”, pubblicò la “Oda a Walt Withman”, si recò a Buenos Aires, dove rimase per tutto il 1934; in Uruguay lavorò a “Yerma” e ritornò in Spagna, trovando il paese in gravi disordini ed, in piena estate, lo prostrò la morte in una corrida l’amico Ignacio, per il quale scrisse il memorabile canto funebre “Llanto por Ignacio Sanchez Mejias” (1935). Aveva quasi portato a termine “La distruzione di Sodoma”. Ormai scoppiata la rivoluzione, pur avendo la possibilità di salvarsi la vita nel lontano Messico, preferì rimanere nella sua Spagna e corse a Granada, per festeggiare col padre il giorno di San Federico.

    Egli continuava a lavorare a poesie e romanzi, quando alla metà del luglio 1936  l’uccisione del tenente repubblicano Josè Castillo, capo della Guardia d’assalto per mano di falangisti e, per ritorsione, l’assassinio del leader nazionalista Calvo Sotelo, perpetrato dai miliziani, segnarono l’inizio ufficiale dell’accesa e sanguinosa guerra civile spagnola, nella quale furono coinvolti italiani, tedeschi, russi, inglesi, francesi, che elessero la penisola iberica come il teatro dello scontro tra le destre e le sinistre europee, una specie di prova generale dell’imminente scoppio della seconda guerra mondiale. Nel precipitare drammatico degli eventi, la sua Granada fu occupata dai franchisti il 20 luglio 1936. Due settimane dopo, gli insorti falangisti filo-fascisti uccisero il sindaco socialista Manuel Fernando Monterinos, il cognato di Lorca. Il poeta, non sentendosi ormai più sicuro ad Huerta S.Vincente, si rifugiò in casa dell’amico poeta Luis Rosales, i cui fratelli militavano nella falange, ma ciò non servì a salvargli la vita. Il 17 agosto 1936, lo prelevarono dalla casa di Rosales e lo tradussero nella Capitanìa; poi, caricato con altri compagni su un camion militare, a Viznar, presso Fuentegrande, due giorni dopo, fu fucilato all’alba.

     Lorca creò un’ardua arte “popolare, ma nobilitata dall’aristocrazia del sangue, dello spirito e dello stile andaluso”, come egli scrisse, influenzato dalle idee del teatro della crudeltà, teorizzate da Antonin Artaud nel Manifesto dell’ottobre 1932. Egli espresse, in forma vertiginosamente surrealista, una violenta metafora del proprio dramma interiore vissuto, non solo la morte, ma anche la vita, proiettata, sia pure nel culto dell’energia, dei colori, dei profumi, delle passioni indomabili, nella dimensione sanguinosa, lugubre, traslucida, angosciosa, trasparente del presentimento della morte.

 

6 Comments

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