Malatesta anarchico già a quindici anni

Posted on 26 agosto 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

  

Riporto integralmente dall’ “Almanacco libertario” del 1933, un articolo dal titolo “Così cominciò per Errico Malatesta”, firmato L.F., che ritengo Luigi Fabbri, amico e compagno del famoso anarchico sammaritano:

 

 

 

 

   

  

 “Viveva la famiglia Malatesta già nell’anno 1868 in Napoli, venu­tavi dalla non lontana Santa Maria Capua Vetere, ed abitava nel pa­lazzo Pignatelli sito nella via dello stesso nome. Una mattina di primavera di quell’anno, il 25 marzo, la famiglia era già levata, per una scampagnata già decisa da qualche giorno.                                        

    La carrozza era già pronta e si stava per montarvi. Mentre il padre era lì ad accomodare qualche cosa che i gitanti dovevano portare con sé e i ragazzi si rin­correvano giocando nel cortile del palazzo, si avvi­cinò a quegli un delegato di pubblica sicurezza seguito da due guardie che, declinata la propria veste ufficiale, gli chiese se lui fosse Errico Malatesta. ‘Sono Malatesta’ rispose l’interrogato, meravigliato, ‘pe­rò non Errico. Io mi chiamo Federico’. ‘No! no! noi cerchiamo Errico’… ‘Ma! c’è il mio ragazzo che ha nome Errico. È impossibile che sia lui’…’Sono io!’ esclamava intanto uno dei giovanetti, che avevano smesso di gio­care e si erano avvicinati. Il delegato squadrò da capo a piedi il ragazzo, piccolo e mingherlino e ancora coi calzoni corti, si strinse nelle spalle, e poi: ‘Se voi siete Errico Malatesta, abbiamo l’ordine di arrestarvi. Forse ci sarà un  errore, ma si vedrà in questura…Ora bisogna che venite con noi.’

    Addio scampagnata, andata in fumo! La carrozza per la gita servì invece alla  polizia per condurre in questura il ragazzo, accompagnato dal padre. Giunti colà, si attese un po’ l’arrivo di un funzionario superiore, poi padre e figlio furono introdotti dinanzi a lui. Il funzionario, anch’egli sorpreso di trovarsi dinanzi quasi un bimbo, e pensando sulle prime che ci fosse un equivoco, spiegò di che si trattava. Era giunta poco tempo prima all’indirizzo del re Vittorio Emanuele II in Firenze una lettera insolente, con frasi audacemente sovversive; e la lettera proveniente da Napoli era firmata Errico Malatesta. Il reato era grave, e c’era l’ordine del governo di arrestare e mettere sotto processo lo sfacciato rivoluzionario. Ma forse c’era un errore di nome, o un’omonimia, oppure uno scherzo di cattivo gusto di qualche altro ragazzaccio conoscente dei Malatesta…

    ‘Nessun equivoco!’ interruppe Errico, ‘la lettera l’ho scritta veramente io.’ La meraviglia aumentò, e il padre specialmente se ne sbigottì. Egli era bensì di idee liberali, ma molto moderate; e a lui, uomo d’ordine, l’idea di sapere in carcere il figlio, coi pregiudizi del tempo doveva sembrare un disonore, oltre allo strazio del suo naturale affetto paterno. Su preghiera del padre e per la poca età del reo, questi non fu portato in carcere, in attesa di una decisione, fu trattenuto per tutta la giornata, guardato a vista, in un ufficio di questura. Durante il giorno egli fu sottoposto a parecchi interrogatori. Fu mandato a prendere in casa qualche manoscritto scolastico del ragazzo e confrontato con la lettera incriminata, che era stata trasmessa a Napoli col verbale. Così fu constatata l’identità della calligrafia. Si cercò di capire dalle parole di Errico se potesse esservi stato qualche istigatore. Niente. Il giovanetto rivendicava la più completa ed esclusiva responsabilità del suo atto.

    Intanto il povero padre, lasciato il figlio in questura, correva per Napoli a interessare le sue diverse conoscenze; fra cui v’erano non poche persone influenti nel mondo ufficiale, per ottenere il rila­scio. La questione fu seriamente discussa in questura. L’età del delin­quente escludeva la possibilità d’una condanna e fors’anco del processo. Ma, quel caso di delinquenza precoce richiedeva qualche severa misura. Si temeva il malcontento delle autorità centrali della capitale. La legge prevedeva, in casi consimili, come provvedimento ammini­strativo, la casa di correzione per minorenni; e il questore insisteva perché vi fosse rinchiuso quel pericoloso rivoluzionario in erba.

     Ma non se ne fece nulla. Le insistenze del padre e delle persone da lui messe in moto finirono col persuadere le autorità a prendere la cosa nel suo aspetto più semplice e ragionevole di una ragazzata. A sera tardi il giovanetto fu rilasciato e riconsegnato al genitore. E i due se ne tornarono a casa, dove li aspettava la cena. A tavola, com’era prevedibile, seguirono lunghe discussioni sugli incidenti della giornata. Il padre, fra l’altro, criticava le idee repub­blicane allora, del figlio; ma questi si difendeva così bene, che a un certo punto il primo arrivò a concedere al ragazzo che poteva anche aver ragione, aggiungendo però il consiglio di tenere per sé quelle sue idee, senza farle conoscere agli altri e senza esporsi a sicuri guai.

   ‘Ma è inutile avere delle idee – gli replicò Errico – se non si manifestano, non si propagano e non si combatte per esse!’ Allora il padre, crollando il capo e con le lacrime agli occhi esclamò: ‘Povero figlio mio, mi dispiace dirtelo: ma tu finirai impiccato!’. Così cominciò, a quattordici anni, la vita politica di Errico Malatesta”.

 

 

Errico Malatesta, nato a S.Maria di Capua il 4 dicembre 1853 da Federico e Lazzarina Bastain, dopo aver fre­quentato le scuole elementari ed il ginnasio “Tommaso di Savoia” nella città natale, nel 1868 si trasferì a Napoli, dove proseguì gli studi liceali e si iscrisse, nell’Università federiciana, alla facoltà di Medicina. In quegli anni, avvenne la svolta fondamentale della sua vita, quando ripudiò gli ideali repub­blicani e aderì all’Internazionale socialista. Perseguitato dalla polizia e costretto ad interrompere gli studi, riparò in Svizzera, dove s’incontrò con Michail Bakunin. Rien­trato in Italia, partecipò alla prima Internazionale; il suo nome è legato d’ora in poi a tutti i convegni, i congressi, le agitazioni promossi da tale associazione. Nel 1874, capeggiò una banda in Puglia; nel 1876, partecipò al Congresso di Firenze, nel quale furono formulati i principi del comunismo anarchico; nel 1877 promosse, insieme a Carlo Cafiero e Pietro Cesare Ceccarelli, i moti del Matese, che scoppiarono  a S.Lupo, Letino e Gallo. La scelta cadde sul Matese, in quanto il territorio permetteva facile rifugio ai cospiratori e la popolazione, ostile al potere centrale, era stata messa a dura prova dalla lotta al brigantaggio; lo scopo del conato insurrezionale, come i protagonisti poi spiegarono, non era tanto una rivoluzione, quanto un atto dimostrativo, una “provocazione”, un messaggio di uguaglianza e di libertà dalla servitù, dall’ingiustizia e dalla miseria, in attesa di tempi maturi per una rivoluzione più vasta e incisiva. Gli atti rivoltosi si ridussero, in effetti, alla distruzione dei documenti conservati negli archivi di quei comuni ed alla propaganda sovversiva agli abitanti locali, ammaestrati dall’esperienza erano alquanto scettici. Alla fine, costretti alla resa, stremati dal freddo e dalle marce, nella masseria ‘Concetta’ presso Letino, grazie alla delazione di Salvatore Farina, gli insorti fu­rono tradotti nel carcere di Santa Maria C.V. Assolto, con altri venticinque rivoltosi difesi dall’avv. Francesco Saverio Merlino, nel processo penale che seguì, dopo una breve sosta nella città natale, si trasferì all’estero, in particolare a Londra. Nel 1884 ritornò in Italia e pubblicò La questione sociale. Di nuovo in esilio, presa definitivamente la strada dell’anarchismo, girò l’Europa e soltanto da clandestino potè ritornare in Italia e diffondere le idee anarchiche su L’agitazione  di Ancona. Ar­restato e condannato, da Lampedusa evase e raggiunse Malta, poi Londra e gli Stati Uniti. Nel 1913 ritornò in Italia e, di nuovo ad Ancona, fu redattore di Volon­tà; partecipò ai moti della «settimana rossa» (giugno 1914). Durante la guerra, soggiornò a Londra, ma nel 1919 lo troviamo a Roma a dirigere Umanità nova. All’avvento del fascismo, egli continuò a scrivere su Pensiero e Volontà, almeno fino al 1926, quando le leggi speciali costrinsero l’anarchismo alla clandestinità. Sorve­gliato speciale, visse i suoi ultimi anni a Roma, dove morì il 22 luglio 1932. Lasciò scritti teoretici, diari, rela­zioni, ed articoli raccolti nel 1936 in Opera omnia.