GEOGRAFIA E POPOLAMENTO DELLA CAMPANIA FELIX

Posted on 26 agosto 2011 by alberto

 

di  Alberto Perconte Licatese

  

        Per evitare ogni possibile confusione, è bene precisare che i confini geo­grafici attuali differiscono nettamente da quelli che la regione aveva nell’an­tichità, considerato che devono essere quasi del tutto escluse le at­tuali province di Benevento, Avellino e Salerno.

Inoltre, il nome Campania  risale al IV sec. aC, deri­vando dall’etnico Campani, che designò per secoli gli abitanti della micro-regione e della sua principale città, Capua. Il primo a parlare di Campania fu, infatti, Timeo, secondo la testimonianza di Strabone, in un contesto che denoterebbe una nozione della regione, agli occhi degli uomini del tempo, come un hinterland. A Polibio, il primo storico di cui possediamo una descri­zione dettagliata della regione (II sec. aC), sembra ancora man­care la nozione della Campania come regione naturale, ma egli conosceva bene i Campani ed ai popoli che li precedettero nel possesso della zona attri­buiva “il paese in­torno al Cratere”, artico­lato in quattro aree: l’ager Falernus, che includeva an­che il campus Stellatis, a nord del Volturno, con le città di Cales e Teanum; la paralìa, o fascia costiera, da Sinuessa a Cumae, a Dicearchia, a Neapolis; la piana di Nola e Nuceria o agro nolano-no­cerino; infine, la pianura intorno a Capua, l’ager Campanus  propriamente detto.

Tornando al problema iniziale, avvalendosi dell’onomastica, si può considerare Campania il territorio di Capua con questi con­fini: a nord, il corso inferiore del Volturno fino al mare; ad est, la catena del Tifata; a sud, il corso inferiore del Sarno, inclu­dendo pertanto la piana del Volturno, i Campi Flegrei e il Vesuvio, l’agro nolano-nocerino, la penisola sorrentina e la piana del Sarno (agro picentino). Nella se­conda ipotesi, al nucleo precedente si pos­sono aggiun­gere a nord la pia­nura che si estende oltre il Volturno fino alla catena degli Aurunci (agro falerno), a sud la piana del Sele, fiume che divise la Campania dalla Lucania anche in epoca augustea. Così delimi­tata, la Campania si presenta come una regione alquanto omogenea dal punto di vista geo-morfolo­gico, essenzialmente marittima, pianeggiante e vulca­nica. Il suo ful­cro, in­fatti, è l’area dei cra­teri, che si frappone tra due pia­nure costiere.

Entro questi limiti, si configurano vari elementi morfologici. Le coste si presentano basse e sab­biose da Sinuessa fino ai Campi Flegrei, con a ridosso dune e bosca­glia (la “silva Gallinaria”  di Cicerone e la “Gallinaria pinus” di Giovenale); nell’ul­timo tratto ci sono vari laghi vulcanici e costieri: il lago Patria, l’Averno, il Fusaro, il Lucrino; quindi, si fanno moderatamente alte e roc­ciose, a cominciare dal promontorio Miseno (di cui si possono con­siderare una propaggine le isole di Procida e Ischia) che, insieme al capo Posillipo e all’isola di Nisida, delimita il piccolo golfo di Pozzuoli; oltre, si apre il grande golfo di Napoli fino all’estremità della penisola sorren­tina, la punta della Campanella (che a sua volta continua nell’isola di Capri), da dove ha inizio il golfo di Salerno; infine, la piana del Sele, fiume che segna il limite meridionale della Campania antica. Attraversavano la regione cen­trale il Vulturno e il Clanio.

Il primo è considerato dalle fonti il più importante fiume della Campania. Esso, infatti, secondo Strabone, dopo aver solcato la re­gione in modo da dividerla in due parti, sfocia presso l’omo­nimo scalo marittimo (Vulturnum) e, a dire di Livio, era ben alimentato dalle piogge e navigabile; Lucrezio, Ovidio, Lucano e Silio lo definiscono di buona portata, mentre Virgilio lo considera “vadosus e Stazio poco adatto alla navi­gazione; le diverse valutazioni in proposito farebbero pen­sare a variazioni della portata o ad alterazioni del letto, di carattere con­tingente. È comunque noto che a partire dal II sec. dC, dopo la co­stru­zione della Domitiana, il fiume non fu più utilizzato per i trasporti. Il Clanio, all’inizio del Seicento canalizzato ad opera di Domenico Fontana  nel sistema dei Regi Lagni (restano le tracce del nome Clani / Lacni), nasceva dalle falde del monte Vergine e, dopo aver attra­versato il territorio di Nola e Acerra, fun­gendo da limite meridionale, si dirigeva verso Literno, diva­gando spesso prima di giungere al mare; a quanto mi ri­sulta, esso è stato citato solo da Dionigi e da Virgilio, che ne sottolinea l’insalubrità; il Savone, che attraversava il medio Falerno, è citato una volta dal solo Plinio.  

I Campi Flegrei costituiscono una vasta area caratterizzata da forte at­tività vulcanica e bradisismica; la sua natura fece favoleggiare che ivi si tro­vasse l’ingresso agli inferi; hanno nozione della zona Polibio e Strabone. Una porzione di essi, delimitata dalle strade consolari che da Puteoli e Cuma portavano a Capua, è da Plinio chiamata Leboria. Il Vesuvio, contrariamente all’opinione comune, basata sull’ico­no­grafia pompeiana della casa del Centenario, era già considerato vulcano, come fa  intendere Strabone, parecchio tempo prima della disastrosa eru­zione del 79 dC. Diodoro è ancora più preciso in proposito, ri­ferendo di un’an­tica eruzione di cui si conservavano ancora le tracce; interessanti sono an­che le descrizioni che ne fanno Plutarco, Floro e Dione Cassio, quest’ultimo  osservò da Capua, dove molto dimorò, l’eruzione del temibile vulcano verificatasi nell’anti­chità (203 dC).  

Il Tifata è un altro elemento importante della geografia campana e strettamente collegato con la storia e la cultura di Capua. Esso costituisce il più elevato monte di una modesta catena orografica pre­appenninica, che divide l’area pianeggiante dall’entro­terra montuoso, costituito dal Sannio e dall’Irpinia. È descritto ricco di vegeta­zione da Silio ed incombente su Capua da Livio.

La letteratura antica sulla Campania e sulle sue strutture geografi­che è tanto vasta da impedire una disamina esauriente in questa sede. Polibio, con chia­rezza scevra da enfasi, individuò i punti di forza dell’eccellenza della regione: la ferti­lità, la bellezza, la vicinanza al mare, la possibilità di fruire di scali; Plinio la definì con un attributo immaginifico e destinato a grandissima fortuna  “Campania illa felix”.

 

        

 

Quanto alle prime fasi del popola­mento del territorio, prima dell’arrivo dei Greci e degli Etruschi, l’assetto etnico della regione assume con­torni alquanto precisi, grazie al contributo della storiografia e della geografia greca che, a partire dal VI-V sec. aC, registra vari dati.

Esperia è per definizione terra d’occidente: così cogliamo in Dionigi l’immagine visiva e lingui­stica, saldamente radicata nelle menti degli antichi popoli dell’Ellade, delle regioni ita­liane, insulari o continentali che fossero; ma anche terra delle tenebre, l’u­nico luogo dove si potesse immaginare il Tartaro. Questa è la percezione che i Greci dell’età arcaica ebbero dell’I­ta­lia, in particolare del meridione e della Sicilia. Il mondo greco, nelle colonie e nella madrepatria, interessato per vari motivi (guerre, commerci, migrazioni, esplorazioni) alla realtà indigena, ne precisa con sempre maggiore chiarezza i luoghi e gli abitanti. La  letteratura geo-etnografica greca tende a risalire ad epoche molto lontane, come l’età micenea, nel tentativo di connettere con l’am­biente italico miti ed eroi greci; il che, se ai Greci consentì di sentire come familiari i luoghi e gli abitanti dell’occidente italico, pone alla storio­gra­fia una serie di problemi topo­nomastici. Nell’Odissea, l’isola di Circe, lo­calizzata dalla tradizione nel promontorio del Circeo, è immaginata all’estremo  oriente; per i Greci, i Cimmeri sono una popolazione pontica, mentre la tradizione li vuole in Campania. In ef­fetti, l’occidentalizzazione dei viaggi di Odisseo si sviluppa in ambienti che in qualche modo sono interessati alla colonizzazione del­l’occidente. Gli studi su quei fantastici viaggi non hanno dato esiti precisi, ma la tradizione letteraria che le vuole in occidente è troppo forte per essere confutata.

Esiodo, che pone l’isola di Circe nel Tirreno, visse in Beozia, regione greca interessata alla colonizzazione calcidese della Campania; Stesicoro fa giungere Enea e Miseno nell’Esperia; Omero pone i Cimmeri ai con­fini dell’Oceano e Strabone, riferisce che quel popolo vi­veva presso il lago di Averno; Pindaro, infine, pone sotto Pithecusa Tifone, cacciato dal Tartaro, sconfitto da Zeus. Ridimensionata la portata dell’eziologia mitica, la ricerca archeologica delle necropoli ha con­sentito di individuare nell’Italia meridionale tre gruppi distinti di po­polazioni indigene, che seguono il rituale delle tombe a fossa: uno  tirrenico, collocato in un’area estesa dal Lazio alla Sicilia (Ausoni); uno dif­fuso nella Campania meridio­nale e nel Bruzzio (Enotri); uno presente in Puglia, attivo negli scambi col mondo balcanico (Japigi). Antioco di Siracusa nomina spesso, quali popolazioni presanniti­che, gli Ausoni e gli Opici, considerandoli un unico popolo; Polibio, po­lemizzando con Antioco, ritiene invece Ausoni ed Opici due popoli di­stinti, ma non attribuisce loro una netta identità. Pertanto, è complesso tracciare linee direttrici del popolamento della Campania pre-greca e pre-etru­sca.

La recente ricostruzione storiografica ha conget­turato due ondate di popoli protostorici, prima gli Ausoni, detti anche Opici (affini ai Latini); poi gli Osci (Campani e Sanniti, del ramo osco-umbro-sabellico). La nozione di una signoria ausonica in una vasta area dell’Italia centro-meridionale, basata sui racconti di Timeo, è plausibile per cui, sulla base di questa tradizione compatta, si può concludere che gli Ausoni siano stati i più antichi abita­tori dell’Italia dal mar Ionio fino alla Tirrenia. Anche per gli Opici, l’estensione territoriale attribuita dalla tradizione era vastissima: Antioco li pone nel Bruzzio e Dionigi definisce opico il Lazio; Tucidide colloca nell’XI sec. aC il pas­saggio dei Siculi in Sicilia sotto la spinta degli Opici.

Il nome Ausoni, connesso con Aurora, designa i popoli portatori del culto del sole; certamente, gli Ausoni sono stati in Campania, sia per il loro etnonimo, sia per la toponomastica, la popola­zione che ha fatto da cuscinetto tra le genti del sostrato mediterraneo e le più attive ed intrapren­denti genti osco-sabelliche arrivate in un se­condo momento, che le emarginarono, popoli che potrebbero essere ap­punto gli Opici, arrivati con le successive ondate di indoeuropei qualche secolo prima del 1000 aC. Tuttavia, il rap­porto tra Ausoni, Opici e Osci è il nodo più impor­tante della storia del popola­mento della Campania, la cui soluzione chiarirebbe lo sfondo et­nico e culturale della regione prima dell’arrivo dei Greci e degli Etruschi.

Le vicende del popolamento della Campania antica sono in realtà più complesse di qu­anto abbiano congetturato, schematizzando un po’ troppo, gli studiosi del primo Novecento, essendo con certezza più di due le ondate di indoeuropei che giunsero in Italia in un arco di tempo molto lungo. Una più attenta rifles­sione sugli Ausoni, infatti, ci fa vedere in Strabone questo popolo distinto dagli Opici, tenendo presente che la fonte del geografo greco è Timeo, da cui ha attinto anche Polibio. Gli Ausoni sarebbero localizzabili ai margini setten­trionali della Campania, tra il Volturno e il Liri, dove poi presero il nome di Aurunci; di lì furono progressivamente so­spinti più a nord nel Lazio meridionale.

        Ormai da alcuni decenni, è stato identificato il villanoviano di Capua con la cultura iniziale degli Etruschi già esistenti in loco prima della vera e propria conquista del terri­torio. Il loro arrivo a Capua e la rifondazione della città, all’epoca cui si riferisce Catone (471 aC), costituisce la prova di una forte esigenza, avvertita da quella mino­ranza intraprendente, di assicurarsi il controllo sull’entroterra. Quindi, la formazione del popolo campano avviene non prima del V sec. aC, in un contesto variegato, in cui hanno parte rilevante popolazioni italiche, etru­sche ed italiote, in un sincretismo culturale e religioso che articola e forgia in maniera originale la compagine etnica della Campania pre-romana. L’insistenza della tradizione, ben riassunta da Strabone, nello stig­ma­tizzare una successione troppo convenzionale di assogget­tamenti a catena, rientra in una visione storiogra­fica meccanici­stica e moralistica, risa­lente a Timeo, che influenzò la storiografia greco-romana, poco credi­bile sotto molti aspetti; ep­pure, è il più chiaro segno della compresenza di di­verse componenti etni­che in Campania in un arco di tre o quattro secoli.     

One Comment

  1. iphone 5 release date 2011
    2813 giorni ago

    Very good information. Lucky me I reach on your site by accident, I bookmarked it.