Gramsci per partito preso travisò l’arte pirandelliana

Posted on 26 agosto 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

 

 Antonio Gramsci, il teorico del marx-leninismo italiano dei primi decenni del Novecento, lasciò, tra l’altro, vari scritti di critica letteraria, soprattutto nei quotidiani e nei “Quaderni del carcere”. Ebbene, abbagliato dall’ideologia, si avventurò ad esprimere giudizi cupi e cerebrali su parecchi scrittori e poeti, che avevano avuto la colpa di non inquadrare il loro pensiero nella logica della lotta di classe, del ruolo primario del proletariato, della rivoluzione social-comunista. Uno di questi fu Luigi Pirandello, che ebbe due colpe: di aver una concezione letteraria ed artistica anti-positivistica, irrazionalista e problematica; di aver aderito in piena libertà al fascismo. Per questi motivi, fu uno dei bersagli preferiti per i suoi strali velenosi, essendosi rivelata la sua critica quasi infondata e del tutto inficiata dall’ottuso e livido pregiudizio ideologico. 

     Il pensatore sardo scrisse una quantità di articoli su Pirandello a Torino (1915-20) sul “Grido del Popolo” e nella rubrica “Sotto la Mole”, sulla pagina piemontese dell’”Avanti”. La commedia ‘Pensaci, Giacomino’, fu da lui definitauno sfogo di virtuosismo, di abilità letteraria, di luccichii discorsivi; i personaggi sono oggetti di fotografia piuttosto che di approfondimento, ritratti nella loro esteriorità più che in un’intima ricreazione del loro essere morale. Pirandello coglie della vita la smorfia, più che il sorriso, il ridicolo più che il comico e deforma la vita per un’abitudine professionale ironica.” Eppure, Arminio Janner scrisse: “Il paradosso (il marito scongiura l’amante di non abbandonare la moglie) è solo esteriore, nasce da categorie convenzionali: situazione singolare e divertente, ma di una paradossalità solo esteriore”. Aggiunse Giuseppe Giacalone: “Artisticamente è un dramma felice, sia per il dialogo, sia per gli effetti emotivi. La poesia è tutta contenuta in questa linea paradossale sul piano sentimentale, come affermazione di libertà dai pregiudizi; non c’è nulla di cerebrale o di razionale”.

     Gramsci considerò ‘Liolà’ “il prodotto migliore dell’energia letteraria di Pirandello, che è riuscito a spogliarsi dalle sue abitudini retoriche. Egli è un umorista per partito preso, spesso la prima intuizione dai suoi lavori viene a sommergersi in una palude retorica di un moralista predicatorio e di verbosità inutile.” Posizione davvero originale: prima apprezza il lavoro, poi stronca l’autore, ripetendo logori luoghi comuni. Invece, Giacalone la vede “un canto festoso e georgico alla vita e all’amore; un ottimismo vivace e profondo anima il protagonista. Qualche critico ha ravvisato in Liolà l’antidoto contro l’atmosfera grigia e soffocante; qualche altro la più alta incarnazione della nostalgia siciliana di Pirandello e del trionfo innocente dello scandalo. Liolà è un’autentica ed istintiva creatura, che si porta addosso il senso della sconfitta e della solitudine.”

     Il romanzo ‘Fu Mattia Pascal’ per Gramsci “è una farsa che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica e che il suo corrispondente pittorico dell’arte figurativa vascolare, è una vita ingenua, rudemente sincera, un’efflorescenza di paganesimo per il quale la vita è bella, il lavoro è un’opera lieta e la fecondità irresistibile prorompe da ogni parte”. Ci provò a demolire il capolavoro un altro critico mal disposto verso l’agrigentino, Benedetto Croce: “C’era qui materia soltanto per un piccolo racconto scherzoso che si sarebbe potuto intitolare ‘Il trionfo dello stato civile’; invece, Pirandello ne fece un lungo romanzo con un’intonazione fra meravigliata ed angosciata”. Anche il filosofo abruzzese non capì il romanzo, servendosi dell’obsoleta chiave interpretativa naturalistico-estetica, senza rendersi conto che si profilava sullo scenario europeo l’uomo nuovo e problematico, ma Gramsci sbagliò troppo. Per Giacomo Debenedetti, invece, “non si può limitarsi all’inadattabilità di un individuo, espressa in una favola paradossale e spinta ai limiti del verosimile. Il paradosso inventivo, l’impennarsi dell’immaginazione e la sfida all’inverosimile hanno qualcosa di dimostrativo, tendono ad una esemplarità, sono mossi dal bisogno di superare il caso personale e di prospettare un malinteso tra l’uomo e l’ambiente sociale”. Altro che un dramma satiresco! 

     Acido, poi, è il giudizio del Gramsci su ‘Così è se vi pare’: “La dimostrazione della tesi pseudo-logistica che la verità non esiste. L’autore non ha saputo trovare dramma e neppure rappresentazione viva ed artistica di persone vive, che abbiano un significato fantastico. Un semplice fatto di letteratura; il dramma solo adombrato, accennato: i due pseudo-pazzi non rappresentano la loro vera vita, ma sono presentati come pedine della sua dimostrazione logica”. Giacalone sostiene proprio il contrario: “La tragedia esistenziale di Ponza e Frola rimarrà inconsolabile, perché quel tormentoso indagare non ha come movente la curiosità, ma coinvolge le ragioni stesse della vita, la paura di precipitare nel vuoto e nell’assurdo. Anzi, grazie al prodigioso umorismo pirandelliano, il dramma è tenuto sulla scena proprio dalla dialettica più serrata, con angoscia; un dramma vivacissimo per la tensione emotiva”.   

     In “Letteratura e vita nazionale” (1951*), Gramsci affrontò in generale il problema: “L’importanza di Pirandello mi pare di carattere intellettuale e morale, cioè culturale, più che artistica: egli ha cercato di introdurre nella cultura popolare la dialettica moderna in opposizione al modo aristotelico-cattolico di concepire l’oggettività del reale; questa concezione si presenta al pubblico come accettabile, così i drammi del siciliano mostrano meno il carattere di dialoghi filosofici, che tuttavia ne hanno abbastanza, poiché i protagonisti devono troppo spiegare e giustificare il nuovo modo di concepire il reale; d’altronde, nell’autore la dialettica è più sofistica che dialettica. Ha ragione egli a protestare per primo contro il pirandellismo, una costruzione astratta dei sedicenti critici. Non pare si possa attribuirgli una concezione del mondo coerente né estrarre dal suo teatro una filosofia, né dire che il teatro pirandelliano sia filosofia. Il problema è questo: la filosofia implicita è solo cultura ed eticità individuale, esiste un processo di trasfigurazione artistica o questi punti di vista sono di origine libresca, dotta, presi dai sistemi filosofici individuali o esistenti nella vita stessa, nella cultura del tempo, persino popolare di grado infimo, nel folclore?”                    

     Sarebbe troppo facile anche a me smontare l’accanito e cervellotico giudizio sul pirandellismo, sull’umorismo, sull’assenza d’arte; preferisco riportare il pensiero di due critici non certo filo-fascisti, Francesco Flora e G.Debenedetti. Il primo afferma: “In uno scrittore così ricco, che ha rappresentato nel pirandellismo uno degli aspetti più popolari della vita moderna, bisogna concentrare l’attenzione sull’umanità delle passioni e lì consisterà la sua arte. È facile riscontrare influssi di Dostoewskij in Pirandello; di altri russi, come Andreev, o di drammaturghi recenti, da Shaw ai francesi intimisti, ai futuristi, ai siciliani veristi, a cominciare da Verga. Pirandello impronta di se stesso le sue rapide pagine e il suo sigillo è inconfondibile: egli ha esercitato influsso vastissimo su tutto il teatro mondiale”. Il secondo esprime un pensiero proprio calzante: “Un cultore dei ragionamenti rigorosi potrebbe senz’altro rispondergli che allora l’umorismo non è arte. Pirandello vuole invece arrivare a dire che è  un’arte sui generis. E chi non capisce o nega la sua arte lo fa perché obbedisce ad un’altra idea dell’arte, in lui cristallizzata in pregiudizio”.