Vincenzio De Muro, un erudito illuminato

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

 

Vincenzio De Muro

Vincenzio de Muro nacque nel 1758, da Giovanni Giuseppe e da Lucrezia Della Rossa, nella città di S.Arpino, edificata sui ruderi di Atella, antica città etrusca. Non manca una disputa dotta sulla data della nascita: infatti, il biografo cronologicamente più vicino a lui, Niccolò Morelli, lo ritiene nato nel 1762, mentre, con più fondamento, il Marchese di Villarosa e Pietro Napoli Signorelli, forniscono la data riportata all’inizio.  Dotato di acuto ingegno e di irrefrenabile desiderio di sapere, a nove anni entrò nel Seminario di Aversa, per imparare le lettere latine e greche, la filosofia e la fisica; appena ventenne, vi insegnò quelle due lingue e letterature per vari anni. Approfondite la teologia, la politica e la storia, fu consacrato sacerdote e si trasferì a Napoli, dove fu nominato professore di Eloquenza nell’Accademia Militare “Nunziatella”, proprio quando stampò la sua “Grammatica ragionata della lingua italiana” (1788) e poco dopo i “Primi rudimenti della lingua latina” (1790). Nel 1799, lettore del Voltaire e degli enciclopedisti e traduttore del Condillac, fu tenace sostenitore di un’educazione decisamente illuminata. Il suo “Piano di amministrazione dei beni ecclesiastici” (1799) fu indirizzato al governo della Repubblica Napoletana, presieduto dall’Abrial.

In esso, egli sosteneva che la rivoluzione, introducendo la libertà, senza dubbio avrebbe rispettato la religione, ma non avrebbe tollerato gli abusi, l’ignoranza ed il favoritismo troppo radicatisi nel clero. Il processo di democratizzazione del clero, il governo repubblica doveva garantire la proprietà dei beni ecclesiastici apparteneva alla nazione, essendo il clero soltanto usufruttuario. Il manifesto di rigenerazione spirituale del clero meridionale corrispondeva alle voci di condanna levate dall’abate G.F.Conforti, ministro degli interni della Repubblica, contro la degenerazione della chiesa, facendo leva sui principi democratici e repubblicani e sul richiamo al sentimento di uguaglianza espresso dalla “Lettera pastorale” (1799) di Bernardo della Torre, vescovo di Gragnano. La pericolosità dell’appello alla riforma spirituale della chiesa, contenuto nel “Piano” del lucido pensatore di S.Arpino, non sfuggì alla polizia borbonica, che procedette ad un’inchiesta sui pochi mesi dell’effimero governo repubblicano. Avendo cercato di minimizzare le sue simpatie democratiche, de Muro per fortuna uscì indenne dalla reazione; di nuovo, espresse le sue idee innovative nel 1808, in periodo francese, quando fu designato segretario della Società Pontaniana, fondata dall’umanista napoletano Gioviano Pontano (1471), allora ricostituita da Vincenzo Cuoco, con la collaborazione di G.Fortunato, N.Niccolini, G.Parisi, F.Lauria, G.B.Gagliardi e P.Napoli-Signorelli, come lo stesso de Muro ricorda nell’introduzione agli Atti della Società (1810); tra l’altro, nel suo discorso inaugurale ricordò “l’orrenda catastrofe che chiuse il secolo mettendo a soqquadro e avvolgendo in un turbine devastatore lettere e scienze e da tanta calamità rimasero sbalorditi gli ingegni”.

La sua adesione al regime di Giuseppe Bonaparte e, poi, di Gioacchino Murat fu convinta e totale. Le lodi rivolte al monarca francese potrebbero sembrare enfatiche, ma erano sincere. Il dispotismo illuminato, che l’abate aveva salutato già nel regno di Ferdinando IV (1788) non solo per la promozione e la protezione della cultura, anche per l’ideazione ed attuazione della legislazione innovativa leuciana. Potrebbe sembrare un meschino opportunismo, ma si trattava di un consenso suggerito dalla validità dell’educazione illuminata fondata sui principi di giustizia e di carità e sulla rinascita della cultura.

Il de Muro morì a Napoli con certezza nel 1811, lasciando il ricordo di un esemplare maestro. Questa data non facilmente potrebbe esser confutata, per il semplice motivo che proprio in quell’anno il Napoli-Signorelli pronunciò l’elogio funebre del dotto prelato nella prestigiosa Accademia napoletana e riferì che il de Muro era morto poco dopo aver letto l’orazione funebre per il vescovo Agostino Golino nel 1810; infine, il Villarosa dà per certo che de Muro morì il 9 gennaio 1811.

Nel felice clima di fermenti innovativi della Napoli di Carlo di Borbone, del card. Giuseppe Spinelli e del pedagogo Celestino Galiani, il de Muro pubblicò la traduzione del “Cours d’étude” del Condillac, con un’ampia introduzione programmatica. Ivi, egli sostenne che lo studio delle lettere classiche, abbandonate le preziosità etimologiche e l’erudizione acritica, ripristinò il significato degli studia humanitatis, ormai svuotati dal metodo gesuitico. Sulla scorta di Cicerone e di Quintiliano, egli ritenne che lo studio del latino e del greco si giustificasse solo come un veicolo che conduceva alla comprensione del mondo che è all’origine del nostro tempo.

Classicismo ed illuminismo si coniugarono felicemente nella prospettiva di una formazione culturale solida e duttile dei giovani dei tempi nuovi. Nell’equilibrata e fondata disputa sulla comparatio tra latino e greco, de Muro, pur riconoscendo quasi tutti i primati ai Greci, valorizzò il latino classico, che produsse “ingegni grandi che fecero sforzi per cercare al di là di ciò che la natura e l’ingegno avevano prodotto di più bello”.

Durante il suo segretariato perpetuo della Pontaniana, de Muro lesse due memorie (“Dei primi abitatori della Opicia” e “Delle favole atellane”, 1808-09), destinate a confluire in un’opera più impegnativa, sulle “Origini di Atella”, edita postuma a Napoli nel 1840 dal fratello Domenico. Nella prima, lamentando che le scarse fonti storiche e geografiche greche non contribuissero molto a chiarire la fondazione ed il popolamento dell’antica Campania e confutando l’abuso della spiegazione della colonizzazione ellenica di vaste regioni italiche, fece risalire l’etimologia dei Pelasgi ad una radice ebraica, che denotava dispersione e diffusione, comune a tutti i popoli instabili, teoria formulata negli stessi anni da Francesco de Attellis. Sulla cui scia, i Pelasgi erano fenici che colonizzarono la Grecia e l’Italia e le popolazioni anteriori della Campania erano gli Opici, scacciati dai Tirreni, che poi fondarono Atella.

Nella seconda memoria, trattò le Atellane, rappresentazioni teatrali (che presero il nome appunto da Atella) d’intreccio burlesco e satirico e di natura popolare e contadina, che poi passarono a Roma. S’ingegnò con l’acume dell’erudito sui termini specifici della fabula e si azzardò ad identificare Atellana e dramma satiresco greco: anch’egli trovò delle difficoltà insormontabili (l’assenza di satiri nell’Atellana, l’andamento più tragico che comico, essendo in azione eroi, come già notarono Giovenale e Svetonio) e stabilì uno stretto nesso tra la natura farsesca atellanica e commedia dell’arte, trovando elementi di continuità (Pulcinella considerato l’epigono di Dossenus, il gobbo furbastro). Neppure il passo di Livio autorizza a ricostruire correttamente la fase intermedia tra le burle estemporanee e le rudimentali trame dell’Atellana tardo-repubblicana, ripresa da Pomponio e Novio, e gli exodia costituivano, secondo de Muro, scenette giocose accompagnate da musica e danza, che sottintendevano un rapporto fra il genere atellanico e la commedia dell’arte, sul quale  s’indugiarono K.M.Lea e S.Cesaruolo (che di recente ha tracciato un profilo critico dell’erudito di S.Arpino) e le varie ricostruzioni demuriane furono confutate, già all’epoca, dal Napoli Signorelli. In ogni caso, la produzione didattico-pedagogica di de Muro presentò novità di idee e ricchezza di propositi; quella storico-erudita apportò un indubbio arricchimento agli studi locali e lustro alla Campania antica.