Pasquale Visocchi, agronomo e consigliere provinciale

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

 

Atina all'inizio del Novecento

Atina, oggi in provincia di Frosinone, adagiata sulle pendici delle Meinarde, domina la Val di Comino, equidistante da Cassino, Sora ed Opi. Antichissima città dei Volsci, conquistata dai Romani all’epoca delle guerre sannitiche, come attesta Tito Livio (9.28), diventò municipio romano, citata come “Atina potens” da Virgilio nell’Eneide (7.63) e conserva resti cospicui archeologici. Dopo le invasioni barbariche, entrò nell’orbita della contea di Capua; poi, infeudata dai Normanni, l’imperatore svevo Enrico VI la donò a Montecassino; gravitò comunque intorno a Capua e saldamente nelle mani della cospicua famiglia Cantelmi. Al centro, si trova la piazza Saturno, dove si erge il palazzo Cantelmi, già sede del comune, della biblioteca e del museo civico, poi trasferiti nel palazzo Visocchi; più avanti, la settecentesca chiesa dell’Assunta, con pregiate tele di Aloiso Volpi, discepolo di Francesco Solimena.

In questo gradevole paesino, ricco di monumenti e di cultura,

Pasquale Visocchi

ebbe origine l’antica famiglia Visocchi. Alla metà del Settecento risale il capostipite Pasquale; i figli maschi, più rilevanti per l’antiquaria, furono Francescantonio e Giuseppe. Il primo, nato nel 1766, ebbe una severa formazione classica ed ecclesiastica e seguì la vocazione religiosa, diventando presto dotto sacerdote, poi vicario capitolare; infine, il papa Gregorio XVI lo designò vescovo di Gallipoli (1832), per le elevate qualità intellettuali e morali. Accolto dal popolo con grandi onori, ma purtroppo colpito da una grave malattia, dopo alcuni mesi, morì nell’aprile dell’anno successivo, compianto dai fedeli e commemorato solennemente dal vescovo di Lecce, Nicola Caputo. Lasciò scritti d’argomento sacro e visse beneficando i bisognosi, come attestano gli storici locali.

Del secondo, Giuseppe, conosciamo solo che, da una famiglia della piccola borghesia imprenditoriale, nacque intorno al 1785 ed ebbe ben sei figli maschi. Il primogenito Pasquale, nato il 17 maggio 1817, fu iniziato agli studi classici dallo zio sacerdote Francescantonio; proseguì gli studi presso il Collegio Tulliano di Arpino e poi a Napoli, presso la scuola di Basilio Puoti, col fratello Giacinto, e presso l’Università di Napoli, dove seguì le lezioni di botanica e di agricoltura. A causa della scomparsa improvvisa (1841) del padre Giuseppe, costretto ad interrompere gli studi universitari, ritornò ad Atina per occuparsi dei fratelli e delle proprietà familiari. Iniziò, così, la carriera imprenditoriale nel settore industriale, istituendo e dirigendo una cartiera, e nel settore agricolo, in particolare nella viticoltura.

Pasquale Visocchi, nella funzione di sindaco di Atina dal 1847 al 1850, di sentimenti liberali, resse il paese con moderazione e giustizia, anche se il regime borbonico lo guardava con sospetto soprattutto per le intemperanze patriottiche del fratello Giacinto, fervente idealista, più volte salvato dalla polizia politica; subito dopo l’Unità, per un buon decennio (1861-73) rappresentò il suo mandamento, in qualità di consigliere, in seno dell’Amministrazione Provinciale di Terra di Lavoro, presieduta in quei difficili anni dall’on. Giuseppe Polsinelli, dal gen. Raffaele Cuccari, dal sen. Giacomo Coppola e dall’on. Pasquale Pelagalli; egli ebbe colleghi illustri, come il capuano Salvatore Pizzi, l’arpinate Angelo Incagnoli, il piedimontese Nicola Ventriglia, egregi amministratori pubblici dimostratisi all’altezza del compito; alla nostra provincia lasciò l’onore di un vanto italiano, con la geniale preveggenza della sua visione europea, per l’applicazione pratica di un fondamentale principio agrario, sul quale si fonda tutta l’evoluzione della moderna agricoltura.

Quando imprese ad occuparsi dello stabilimento per la produzione della carta, avvalendosi dei consigli del francese Pierre Poche, si recò in Francia, acquistò i macchinari necessari e, in brevissimo tempo, realizzò l’omonima cartiera, inaugurata l’8 maggio 1841. Essa occupava, verso il 1870, circa centoventi operai, con una produzione che si aggirava sui 3200 q/a, per un fatturato di circa 370.000 lire dell’epoca. Lo stabilimento, nel corso dell’Ottocento, pur registrando vicende alterne e diverse proprietà, rimase operante fino al 1872.

Nel frattempo, intuendo che, per migliorare la produzione agricola, occorreva utilizzare l’antica pratica del sovescio, egli l’attuò su alcuni terreni sperimentali, dai quali ricavò dopo un decennio le specie più fertili, fra le quali la capraggine (la “galega officinalis”), la fava e il trifoglio. In tal modo, confermò e perfezionò gli studi condotti in Francia da George Ville, tanto che l’enologo Ottavio Ottavi, nel definirlo l’inventore del processo di siderazione, invitò gli agricoltori italiani, dalle pagine del periodico “Il coltivatore”, a seguire l’esempio di Visocchi, secondo il quale l’azoto naturale necessario alla vegetazione era assorbito dall’atmosfera delle leguminose sovesciate: tale tesi fu convalidata nel 1888 dagli esperimenti di Hellriegel e Willfart, che osservarono come l’azoto atmosferico fosse fissato dai batteri nelle minuscole nodosità presenti sulle radici delle leguminose.

Negli stessi anni, aveva cominciato a studiare le condizioni dei terreni e la possibilità d’impiantarvi vitigni francesi. Dal 1860, importò dalla Francia sia uve rosse (cabernet franc, sauvignon, merlot), sia uve bianche (pinot, semillon, russane) e le sue esperienze furono riprese con successo dalla Scuola di Enologia di Conegliano. Nel 1885, quando il rinomato francese G.Ville, nel suo trattato “Le propriètaire devant sa ferme dèlaissée”, propose il nuovo sistema da lui detto siderale, di fornire l’azoto alle piante cereali, coltivando queste sopra un sovescio di leguminose, che lo assorbivano dall’aria, l’agronomo francese Eduoard Leconteaux, dubitando della riuscita del sistema, nel “Journal d’agricolture pratique” (47/1885), invitava, come avrebbe fatto egli stesso nella Sologne, molti a fare la prova del sistema, per assodare se non fosse fantastico il metodo del Ville.

Visocchi. rispondendo all’appello, diede al mondo intero una conferma schiacciante della perfetta riuscita. Egli, su principi scientifici già provati, fin dal 1872 aveva coltivato grano e granturco intercalati da un sovescio di leguminose concimato con sali fosfatici e potassici; gli elevati e costanti raccolti dei suoi cereali dimostravano che l’azoto bisognevole era stato fornito dall’aria per l’intermezzo del sovescio. Alla sua lettera, scritta in proposito al Lecouteaux,  fu da questi pubblicata nel predetto “Journal” (dic.1885), con gli onori dell’articolo di fondo, il Ville, rispose subito al Visocchi compiacendosi degli anni di dimostrazioni, laddove egli non avesse pensato all’applicazione e avesse prove due anni; soggiunse che era “impossibile presentare sotto una forma più semplice e convincente un risultato così considerevole”.

Il geniale agronomo, al termine delle sue febbrili esperienze ed iniziative, scrisse un trattatello divulgativo, d’ispirazione catoniana, dal titolo “I principi e le regole della concimazione dei campi”, nel quale passò in rassegna gli elementi più propizi alla fertilità dei terreni. Infine, è sorprendente che un uomo dedito alla politica ed all’imprenditoria, coltivasse vari interessi letterari e culturali: innanzitutto, scrisse una “Grammatica italiana” e fondò una scuola di lettere italiane e latine, poi già conoscitore del francese, in età matura imparò il tedesco; ancora, fu accompagnatore ufficiale di Theodor Mommsen nel corso della ricognizione delle epigrafi latine esistenti nell’agro atinate, rimanendo per molti anni in contatto epistolare, anzi il celebre studioso germanico gli spedì una copia della monumentale “Storia romana”; infine, devoto alla religione e zelante benefattore, fu presidente della Congrega di Carità di Atina. Morì nella città natia il 26 marzo 1908.