Giovanni Mozzi, il preside che veniva da lontano

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

 

Giovanni Mozzi

Giovanni Mozzi (Frattamaggiore 1933-2005), conseguita nell’Università di Napoli la laurea in Lettere (1955) col massimo dei voti, discutendo la tesi in storia moderna Gli Angioini a Napoli, rel. prof. E.Pontieri, frequentò l’Istituto storico “B.Croce”, ove, sotto la guida del prof. F.Chabod, lavorò ad una monografia su La spedizione di Lautrec del 1528 nel regno di Napoli. Vincitore di concorsi a cattedra (storia e filosofia, italiano e latino), insegnò codeste discipline in vari istituti (1955-68); dal 1969, ricoprì l’incarico di preside e, superato il concorso specifico (1975), fu preside titolare presso il liceo scientifico (Maddaloni, Sessa Aurunca, Vairano, Marcianise), magistrale (Capua), classico (Aversa), dove rimase per diciassette anni (1983-2000. Partecipò, da docente, commissario e presidente, ad esami di maturità, a concorsi a cattedra ed a corsi abilitanti. Fu commissario governativo negli istituti legalmente riconosciuti, socio dell’Istituto per la Storia del Risorgimento e della Società Napoletana di Storia Patria. Ha pubblicato, una monografia sul Secolo XVII (ed.Saie, Torino), un Commento ai  Promessi  Sposi (ed.Glaux, Napoli) ed, in collaborazione col prof. C.Salinari, l’ultima edizione riveduta della Storia della letteratura italiana.

Già non è agevole annotare i tratti salienti di un vero uomo di scuola; è difficile delineare il profilo interiore di uno straordinario uomo di cultura; infine, è perfino arduo commemorare l’uno e l’altro, avendo avuto il sottoscritto, non certo per caso, il privilegio di stabilire un sodalizio letterario ed umano, più che ventennale, con lui come preside in servizio prima e poi a riposo. L’uomo di scuola (insegnante e preside), senza dubbio, profuse non solo profondo sapere, ma anche soprattutto inesauribile linfa d’umanità. Nei ruoli ricoperti, egli né fu preso mai dalla tentazione del fiscalismo, né ridusse la didattica ad un’arida media aritmetica di voti, né si servì di un quarto di voto come uno spartiacque (iniquo e maniacale) tra bocciatura e promozione di un alunno. Egli ebbe sempre al centro del processo educativo la personalità (con tutte le immancabili difficoltà, debolezze, esuberanze) del giovane e, soprattutto da preside, in sede di scrutinio propendeva sempre ad aiutare (ed amabilmente spingeva i docenti a fare la stessa cosa per la salvezza scolastica, e non solo, del ragazzo), seguendo il criterio della vecchia giurisprudenza in dubio absolvitur reus. Ho partecipato a tantissimi scrutini, talvolta tormentati, ebbene, il preside Mozzi non forzò mai, per indole alieno da tali mezzi, i docenti, ma con calibrata energia e, nello stesso tempo, con cordiale cortesia, con innato surreale umorismo e con irresistibile fascino magnetico, insinuava in ognuno, messo nella stessa disposizione d’animo di Menone di fronte a Socrate appena sfiorato dalla torpedine, la vis imponderabile del dubbio, corrosivo e demolitore di ogni tenace resistenza e di ottusi pregiudizi.

L’uomo di cultura, molto distante dalla figura (capziosa, monocorde, cervellotica, parziale e fastidiosa) dell’intellettuale di professione e, di conseguenza, non asservito ad un’ideologia, si era formato alla vecchia scuola idealistica di B.Croce ed attualistica di G.Gentile, filosofi che contribuirono alla più organica e seria riforma scolastica del secolo scorso e, per severi studi liceali ed universitari e per vocazione mentale e caratteriale, era versato alla storia, ma difficilmente era colto non preparato o non informato su un altro argomento, e ciò grazie alla profonda e sterminata cultura umanistica; in caso contrario, confessava candidamente i suoi limiti. Dopo decenni di scuola, di studi, di letture, di conoscenza e di frequentazione degli uomini, la sua cultura né cattedratica, né libresca, né spocchiosa, era così accattivante, poliedrica, versatile, vasta ed assimilata, che tanti docenti, compreso me, entravano nella presidenza con piacere, senza chiedere il permesso, anzi era lui che li invitava ad accomodarsi e a prendere il caffé.

Al drammatico bivio del Sessantotto, alla confluenza ed allo scontro dei massimi sistemi politici e culturali di varie e contrarie tendenze ormai inconciliabili, i più (docenti, presidi, professori universitari, rettori) imboccarono la scorciatoia più comoda dell’insensata innovazione e del demagogico lassismo, anche per fare carriera; egli, invece, convinto che il sapere e il buon senso del sophós, non s’innovavano, caso mai, si approfondivano, si confrontavano, si arricchivano di altri saperi, scelse la strada della sana tradizione ed addirittura alla reazione, intesa non una torre d’avorio ma un approdo ideale lucidamente esposto e dimostrato razionalmente, in parte come una semplice ed irrinunciabile esigenza di ritornare al passato, in parte come un obbligato freno alla dissennata corsa al futuro, le poche possibilità della salvezza del genere umano, lusingato e pervertito dalle cieche e pericolose magnifiche sorti e progressive, tra l’altro, fraintese e strumentalizzate solo in chiave politica e civile.

La sua posizione culturale certo non gli impediva (che è proprio del saggio di razza) di comprendere le ragioni degli altri, sempre pacatamente, come spesso nel cenacolo della sua presidenza, nel clima stimolante del dialogo socratico, si dibattevano tesi opposte, con un effetto ricreativo per tutti. Mentre gli altri sostenevano le loro teorie, egli pensava, non dava risposte immediate, apodittiche ed enciclopediche, ma traeva dalla formidabile memoria episodi, personaggi, sentenze, aneddoti, con cui, rispuntati da uno zibaldone senza fondo, vivo e vivificatore, non solo smussava le armi troppo aguzze, ma anche dava agli altri la possibilità di riflettere.

A tante persone l’esperienza non serve a nulla e ripetono gli stessi errori. Mozzi, forte della sua cultura e dell’indole del pensatore meridionale, di certo inversamente proporzionate al fisico minuto, era scattante, brioso, brillante, parlava anche con i gesti e spesso solo con la mimica, risorsa immediata del dinamismo intellettivo, si mostrava in ogni momento disponibile, semplice, comunicativo, generoso; talvolta, di fronte a colleghi, genitori ed alunni che, entrando nella presidenza su tutte le furie, egli non raccoglieva le provocazioni e sopportava anche le maleducazioni, perché aveva un’arma segreta: Sedetevi! Il clima cambiava nel giro di qualche minuto. La sua sapienza, di apertura mondiale, era nel fondo levantina, composita, capace di conciliare lo scetticismo, lo stoicismo, il razionalismo, l’aneddoto, la fantasia, il realismo picaresco della vecchia Napoli, rimasta, tutto sommato, vicereale e borbonica, nel bene e nel male. Col personale ausiliario ed amministrativo, non sempre diligente e corretto, con gli alunni, che si lamentavano di tutto, con i docenti, che arrivavano in ritardo e non erano molto ligi nello svolgere delle loro funzioni, non dimenticando mai di essere un educatore, preferiva non abbassarsi al loro livello, anziché aspettarsi che essi si elevassero al suo. Egli, pur sofferente nel fisico e preoccupato per tante responsabilità, era sempre accanto a chi aveva bisogno di consigli, a chi soffriva nel corpo e nell’animo. Era un preside atipico (sorridendo, egli rifiutava il titolo altisonante di dirigente scolastico, manager e tutta la nomenclatura innovativa – recupero, griglie, progetti, percorsi – più risibile che stupida); era un’affidabile guida culturale, un maestro di alta statura, un carismatico educatore, un impagabile pedagogo, che pure aborriva la pedagogia e la didattica, ormai ridotte ad esercizi declamatori ed a formule grafiche, svuotate di solide basi teoriche, astratte e prive di contenuti disciplinari.