Giacinto Bosco, un gigante tra i nani

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

 

Giacinto Bosco

Ho l’impressione che i sammaritani non abbiano mai  nutrito eccessiva simpatia per il concittadino professore senatore Giacinto Bosco.  Egli era poco gradito ai socialcomunisti e meno ancora ai monarcofascisti; i democristiani, forse, si sentivano più oscurati che rappresentati da lui. Poi, un po’ alla volta, insieme alla terminologia colorita e bellicosa di un tempo, tra ulivi e poli, tra leghe e alleanze, tra squadre ed unioni, il buonismo imperante ha smorzato gli odi, i risentimenti, le antipatie ed (ahimé) anche  le passioni, al punto che la morte del “senatore professore”, almeno qui nella sua città natale, è passata quasi sotto silenzio. Personalmente, sin dagli anni Sessanta quando, giovanissimo intrapresi la lunga militanza nel MSI di Arturo Michelini e di Giorgio Almirante, l’ho sempre considerato, come era più che naturale, un avversario politico e, se fosse morto solo cinque anni fa, sicuramente non sarebbe toccato a me scrivere di lui, ma a qualche bardo di regime. Oggi mi sembra altrettanto naturale che spetti a me, sia per l’onere che spontaneamente mi sono assunto di celebrare i fasti (e i nefasti) di questa città, sia per essere stato testimone non passivo di gran parte delle vicende politiche nazionali e locali, nel contesto delle quali si è svolta la parabola politica del senatore (dal fascismo all’antifascismo, dalla diga al centrodestra, dal centrismo al centrosinistra, dallo stragismo all’affarismo, dalle mani pulite al giustizialismo e al bipolarismo imperfetto), sia per un dato anagrafico, in quanto i più anziani sono stati coinvolti di persona e, di qualunque segno politico fossero, sarebbero meno obiettivi e i più giovani (ci giurerei) non sanno neppure chi fosse Giacinto Bosco (il quale, per la sua longevità, diciamolo pure, ha avuto il triste destino di sopravvivere a se stesso), sia infine perché qui a S.Maria non l’ha fatto nessun altro, cosa che non mi è sembrata giusta.  Con tutta franchezza, è perfino inutile, a questo punto, chiedersi se e quanto sia cambiato io o il mondo che mi circonda.

 

* * *

Certamente dell’uomo Bosco non si può definire esemplare la coerenza politica. Durante il fascismo, pur non essendo acceso fascista, antifascista acceso di sicuro non fu, se per tredici anni fu professore universitario ed il suo nome non risulta tra quelli dei dodici cattedratici che in tutta Italia, nell’ottobre del 1931, rifiutarono l’atto di sottomissione alla dittatura; se con il collega Amintore Fanfani partecipò ai Littoriali della cultura; se in quegli anni “ruggenti” scrisse di sua volontà, non certo costretto o ricattato, su argomenti di attualità (la campagna d’Africa, l’alleanza con la Germania, l’entrata in guerra dell’Italia, la costruzione del nuovo ordine europeo) e su riviste di regime (come la Rivista di studi internazionali, da lui fondata e diretta), senza manifestare sia pur larvate forme di dissenso; se, infine, nel 1940 fece parte della commissione per la stipula dell’armistizio con la Francia.

Come altri milioni di italiani, si svegliò antifascista il 26 luglio 1943 e, presunto tale, oltre che come esperto di diritto, fu chiamato dal governo Badoglio a collaborare  alla stesura della dichiarazione di “Roma città aperta”; ma qualche anno dopo, nell’aprile del 1948,  candidato al senato nel nostro collegio sotto il simbolo dello stemma civico, raccolse, senza avvertire disagio o fastidio, i voti dei monarchici, dei nostalgici fascisti e dei qualunquisti, risultando eletto tra i primi della Campania a Palazzo Madama. In quel momento, egli cavalcò la tigre dei risultati del referendum, che due anni prima avevano visto qui la stragrande maggioranza dei votanti favorevoli alla monarchia (circa l’80 % nella nostra città). Però, in quelle elezioni la DC di Alcide De Gasperi ottenne la maggioranza quasi assoluta, mentre la destra, sebbene ancora forte nel meridione, uscì sonoramente sconfitta a livello nazionale. Nessuna esitazione; dopo un mese, il senatore sammaritano era già passato al gruppo DC.

Nelle successive elezioni (1953), non essendo troppo sicuro dell’appoggio dei suoi concittadini (che nel frattempo avevano persino eletto un’amministrazione comunale di destra, sindaco il monarchico Armando Adinolfi, vice il missino Mauro Borgia), con straordinario fiuto, si candidò anche nel collegio di Piedimonte, dove per (sua) fortuna fu eletto, mentre i suffragi della città natale andarono massicci al monarchico Lauro e al liberale Nicola Fortini. Da allora in poi, fu quello il suo collegio, il suo serbatoio di voti, fino al 1972, l’ultima volta che i fedelissimi amici dell’alto Casertano lo elessero senatore. A S.Maria, i cui abitanti ritenuti traditori tenne sempre “in gran dispitto”, non si fece vedere che molto di rado, ma non mi risulta che qualcuno si affliggesse gran che per questo, specie i suoi amici di partito. Anzi, pur essendosi egli interessato sia per la localizzazione dello stabilimento Siemens, sia per la costruzione del nuovo palazzo di giustizia, i dc locali non gli ebbero alcuna riconoscenza e preferirono lasciare in asso lui e la sua corrente per aggrapparsi a potenti più vicini e maggiormente disponibili a lasciarsi coinvolgere in imprese spregiudicate.

All’epoca del centrosinistra, fu uno dei primi ad entrare nella corrente di Amintore Fanfani, contribuendo a determinare quello spostamento, disastroso ed irreversibile, dell’asse politico italiano verso una sinistra arrogante e faziosa che, con la violenza, il ricatto, la lusinga, pretese sempre di più dalla “balena bianca” fino a toglierle ogni autonomia di pensiero e di azione. Il cedimento del luglio 1960, quando i portuali di Genova non solo impedirono il congresso del MSI, ma anche causarono la caduta dell’ultimo governo di centro-destra (Fernando Tambroni), spianò la strada ad altri sempre più vergognosi cedimenti, ad altri ricatti, dal divorzio alla lottizzazione del potere, al condominio politico, all’abbraccio fatale con l’affarismo, la mafia e la camorra.

Giacinto Bosco, appunto negli anni Sessanta, raggiunse gli apici della sua carriera politica, nominato ben otto volte ministro nei dicasteri più svariati, secondo la logica perversa della spartizione della torta tra partiti, partitini e correnti:  dalla Pubblica Istruzione alla Giustizia, dal Lavoro alle Poste, dalla Difesa alle Finanze, dicasteri nei quali dimostrò, a dire il vero, di possedere non poca competenza specifica. Ciò non toglie che parecchie innovazioni da lui attuate, più che rispondere a bisogni reali, nascessero sotto la spinta della bufera riformistica e demagogica che caratterizzò la politica di quegli anni, come le infauste novità introdotte nella scuola italiana durante il suo ministero, prime fra tutte l’abolizione del salutare esame di ammissione e l’istituzione della media unica, cause prime del degrado delle istituzioni scolastiche italiane a cominciare dalle elementari per finire all’università.

 

*  *  *

 

Questi forse furono i piccoli difetti, le umane debolezze, gli errori di visuale di Giacinto Bosco. Eppure, nonostante tutto, egli giganteggia nella selva di nani, di mediocri, di arrivisti e di tromboni sfiatati che, non solo senza ideologie chiare e precise, ma anche privi di capacità culturale e politica e, cosa ancora più grave, sforniti di un benché minimo senso del pudore, hanno occupato la vita pubblica italiana da un buon decennio. Egli ha avuto dei meriti che neppure un avversario politico può onestamente disconoscere e, si badi bene, non sono quelli che una certa retorica tipica dei “coccodrilli” già pronti da anni nelle redazioni dei giornali, considera tali, cioè l’aver fatto costruire una strada, un edificio scolastico, uno stabilimento industriale, l’essersi interessato per far arrivare la corrente elettrica in un paesino di montagna, per l’apertura di un ufficio postale in una zona agricola, per l’eliminazione di un passaggio a livello o per l’assunzione di qualche centinaio di disoccupati. Questi sono doveri di chi governa, ritenuti meriti solo da chi intende la politica come uno strumento per consolidare le clientele elettorali nelle circoscrizioni di appartenenza e legarle con un vincolo di vassallaggio; lo sarebbero, se l’uomo politico realizzasse simili progetti di tasca propria, con un gesto di gratuita munificenza  o  di semplice beneficenza personale.

I suoi meriti sono altri. Innanzitutto, quello di una solida e ben costruita preparazione culturale. Egli, nato a S.Maria C.V. il 25.1.1905, figlio di un valente medico, ma erede di una secolare tradizione familiare forense, da studente-prodigio bruciò le tappe del suo curriculum nel glorioso liceo “Tommaso di Savoia”,  presentandosi a sedici anni e mezzo a sostenere gli esami di maturità classica come “saltatore per merito” nella sessione di ottobre 1921, superandoli (a quei tempi!) con la media del nove; in poco più di tre anni, conseguì la laurea in Giurisprudenza appena maggiorenne (ventun’anni, allora). A venticinque anni è già libero docente di Diritto internazionale nell’Università di Roma; due anni dopo è titolare di cattedra per detto insegnamento, che impartì prima a Firenze, poi a Roma, senza interruzioni fino al 1980 quando, dovendo lasciarlo per limiti di età, fu nominato professore emerito. Nel corso della carriera universitaria produsse scritti di elevato valore dottrinario, prime fra tutte le “Lezioni di diritto internazionale”, pubblicate in più riprese dal 1930 al 1981; pronunciò discorsi memorabili in senato sui temi più svariati, dal patto atlantico al mezzogiorno, dalla indissolubilità del matrimonio alla scuola, dalla giustizia all’unità europea.

Ebbe inoltre, senza ombra di dubbio, quelle qualità che il vero politico non può non avere: il tempismo, il senso del limite, la capacità di intuire l’evolversi della situazione e prevedere in anticipo le conseguenze e gli effetti. Come era entrato in politica attiva nel 1948, calcolando il momento propizio, così ne uscì per tempo, senza lasciarsi coinvolgere dalla degenerazione che negli anni Settanta e Ottanta fece sprofondare la sua parte politica nella melma. Nel 1972, quando si dimise da senatore e da ministro, non lo fece per motivi di età (aveva 67 anni, molti oggi a quest’età non solo non demordono, ma persino esordiscono), ma perché, avendo ritenuto ampiamente esaurito il compito di politico,  preferì ricoprire una carica confacente alla sua vocazione di giurista, prima il Consiglio Superiore della Magistratura, poi l’Alta Corte di Giustizia, in seno alla quale rappresentò degnamente l’Italia, come del resto già aveva fatto in altre occasioni e in altri consessi internazionali.

Egli, infine, nella buona sostanza, onorò le cariche ricoperte con un radicato e solido senso di onestà morale ed intellettuale. Fece parte di quella generazione di politici che si sferravano attacchi violentissimi, anche personali, in Parlamento, ma potevano guardarsi in faccia,  perché ognuno sapeva (di sé e dell’altro) da quale parte stesse e che cosa volesse. Nella sua visuale, discutibile, s’intende, il senatore di S.Maria (o di Piedimonte che dir si voglia) era convinto di essere nel giusto e di contribuire a costruire un’Italia migliore, sia quando riformava la scuola o il sistema carcerario, sia quando introduceva la giusta causa nel licenziamento o istituiva l’ordine dei giornalisti, sia quando ammodernava i servizi postali. Forse, da quelle e da altre riforme, volute da lui e da altri dopo di lui, non è uscita l’Italia migliore che egli vagheggiava e, con ogni probabilità, se ne sarà reso ampiamente conto, visto che è rimasto lucidissimo fino all’ultimo giorno di vita. Egli non pensava di certo, fervente e sincero sostenitore dell’unità d’Italia, che qualcuno nella pianura padana avrebbe innalzato il tetro vessillo della secessione; né che le leggi dello Stato (nel quale credeva fermamente), ispirate al garantismo e al permissivismo fino all’eccesso, avrebbero consentito all’esecutore materiale di un centinaio di omicidi a danno di delinquenti e di innocenti (tra cui un bambino lasciato morire nell’acido) di evitare il carcere spacciandosi per “pentito”; né che la scuola, che egli vagheggiò come strumento di elevazione morale e materiale, si sarebbe trasformata in un parcheggio per asini e fannulloni destinati ad ingrossare le file dei disoccupati. E chi dice che, nei momenti di serena riflessione e di mistico raccoglimento, a tutto ciò egli non abbia guardato con malinconia e preoccupazione, soffrendone non poco nel suo animo di credente? Morì, quasi dimenticato, a Roma il 12 ottobre 1997.

 

 

One Comment

  1. info massa muscolare
    2835 giorni ago

    L’ho condiviso su facebook!