Francesco Collecini, estro e perizia

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

 

Il sito reale di Carditello

Nel vario quadro della straordinaria fioritura artistica e culturale del Settecento meridionale, spicca la figura di un architetto che seppe dare nuova unità espressiva, in senso neoclassico, all’eredità del maestro Luigi Vanvitelli, Francesco Collecini. Egli, di raffinata educazione disegnativa, fu a Caserta e dintorni un interprete di modelli della scuola, nei quali si segnalò per capacità, intelligenza e disinvoltura. Pur subendo gli influssi più diversi, in bilico tra esigenza d’indagine sul neo-cinquecentismo napoletano e ricerca di forme neoclassiche, l’artista si mosse con abilità tra l’accademia del primo Settecento e la nuova arte classica romana e padroneggiò non una sola arte, ma cercò in varie direzioni diversi sbocchi al suo spirito creativo (ingegneria idraulica, architettura, urbanistica), dimostrando sempre la forza del suo ingegno; grazie al proprio estro inventivo ed alla grande maestria tecnica, riuscì felicemente a conservare un’autonomia di temi e di significati. 

Collecini nacque a Roma nel 1723, la data più probabile tra le varie congetturate dagli studiosi. Egli ebbe, senza dubbio, una formazione tardo-barocca, tipica dell’ambiente della capitale pontificia; infatti, il suo primo lavoro fu il concorso clementino romano per l’architettura sul tema “un magnifico collegio capace di potervi insegnare le matematiche e le belle arti”, disegni che gli valsero un clamoroso secondo premio ex aequo, considerando che era appena esordiente. Desideroso di apprendere nuovi indirizzi artistici, passò a Napoli, un ambiente di decisiva innovazione in ogni campo, diventando allievo ed aiutante di Luigi Vanvitelli e, poco dopo, architetto particolare di Ferdinando IV. Così, Collecini lavorò a lungo a Caserta e negli altri siti reali borbonici, eseguendo importanti opere architettoniche ed urbanistiche, che permettono di considerarlo l’ultimo geniale architetto del Settecento napoletano.

La Castelluccia nei giardini della Reggia

Già nel 1752 da Caserta inviò un resoconto della posa della prima pietra della reggia al principe Camillo Borghese, che forse lo aveva introdotto nella cerchia di Vanvitelli, dato che l’artista stesso ne riconobbe il ruolo di patrocinatore. L’anno dopo, come primo aiutante del grande maestro, eseguì la livellazione dell’acquedotto carolino. Nel 1769, durante l’assenza del maestro, diresse la costruzione della Peschiera Grande nel parco e rimodernò l’edificio della Castelluccia, nell’estremità orientale della reggia, trasformandolo in padiglione di giochi (erotici, come narrano gli scrittori delle delizie casertane) per il diciottenne re Ferdinando.

Il ruolo, svolto con perizia e diligenza, non gli permise, tuttavia, alla morte di Vanvitelli (1773), di succedergli nella carica di direttore generale della fabbrica della reggia; il posto, infatti,  fu assegnato al figlio Carlo, che il geniale architetto, per l’eterno vizio del nepotismo, aveva associato alla direzione poco prima della morte, motivo per cui Collecini dovette accontentarsi della qualifica di architetto particolare di Ferdinando. Nonostante questa delusione, gli anni successivi furono i più dinamici ed interessanti della sua vita. A lui furono affidati due incarichi assai impegnativi, il progetto e la direzione dei lavori del sito reale di Carditello e il progetto e la direzione delle fabbriche della colonia di S.Leucio.

Il sito reale di Carditello era stato concepito nel 1744 da Carlo, che vi aveva impiantato un allevamento di cavalli; esso ricevette nuovo sviluppo con Ferdinando, che v’introdusse l’allevamento dei bovini e la lavorazione dei formaggi, incaricando Collecini (1787) della costruzione di un grande complesso, comprendente una residenza reale ed ambienti destinati ad azienda agricola. La soluzione adottata è un organismo a doppio T, rigorosamente simmetrico: al centro il casino reale, da cui partono i lunghi corpi bassi delle ali riservate all’azienda. Otto torri negli snodi dei corpi di fabbrica ritmano la composizione. Lo spazio retrostante è diviso in cinque cortili destinati alle attività agricole, mentre l’area antistante, riservata alle corse dei cavalli, è risolta ala maniera di un circo romano: una pista in terra battuta circonda un prato centrale; alle estremità due fontane con obelischi in marmo al centro del prato un tempietto circolare, dal quale il sovrano assisteva agli spettacoli ippici.

Ancora più complessi sono i compiti che attendono Collecini a S.Leucio dove, a partire dal 1778, fu posto in pratica un progetto di sperimentazione lavorativa, economica e sociale, che sfociò nella colonia industriale tessile, direttamente dipendente dal re e retta da uno statuto speciale. L’impegno globale richiesto a S.Leucio previde non solo la prestazione degli svariati servizi tecnici e professionali, ma anche una sorta di adesione morale agli obiettivi del progetto. La presenza di Collecini a S.Leucio data nel 1773, quando Ferdinando fece costruire un casino di caccia, una vaccheria ed abitazioni per i guardiani del bosco e curò il restauro del palazzo del Belvedere.

Diventato ormai famoso, fu nominato accademico di S.Luca 1775; due anni dopo cominciò, sotto la direzione di Collecini, la trasformazione del palazzo del Belvedere in seteria. Dopo una serie di lavori di scavo nelle pendici della collina, l’antico casino diventò così il corpo centrale di un grande edificio con cortile interno, comprendente anche abitazioni per i maestri direttori della fabbrica, una scuola normale ed una sala per filanda (1793), un filatoio ed altri accessori della manifattura.

Nel 1786 Collecini diede inizio alla costruzione, di fronte al Belvedere, di due quartieri di abitazioni per le maestranze della manifattura, atti a contenere trentasette unità familiari. Nel 1794, fu costruita la Trattoria, adiacente al quartiere militare, portata a termine nel 1798; così, si completò il primo settore di una città radiale di grandi dimensioni; i lavori per la costruzione della nuova città Ferdinandopoli, però, furono interrotti nel 1799, a causa della Rivoluzione napoletana. Col ritorno del re, Collecini riprese l’attività per circa due anni, impegnato in lavori di restauro a Carditello. Il suo ultimo progetto fu eseguito nel 1801 per la chiesa della Vaccheria (terminata nel 1805 dal suo allievo Giovanni Patturelli). Morì nel 1804 a S.Leucio di Caserta.