Agostino Nifo mezzo sessano, mezzo filosofo

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Agostino Nifo, filosofo e medico, nacque ad Joppolo, in provincia di Catanzaro, (secondo altri biografi, sarebbe nato Sessa Aurunca) nel 1473 da Jacopo, un valente giureconsulto di origine di Tropea, che gli fece compiere i primi studi nella sua città natia. Distintosi in giovane età negli studi aristotelici, divenne erudito enciclopedico e profondo conoscitore delle lingue antiche (arabo e greco), nonché astrologo, alchimista, negromante, erborista; cattedratico famoso e strapagato, godette anche dei favori del papa Leone X, sposò la patrizia sessana Angiolella Landi, da cui ebbe cinque figli; fu, nella sua vita avventurosa, non poco bizzarro e donnaiolo impenitente. In un quadro del pittore Luigi Toro, che si trova nella pinacoteca di Sessa Aurunca, è rappresentato Nifo a capo coperto e seduto al cospetto di Carlo V; a coloro che lo rimproveravano per tanta audacia, egli rispose che “di imperatori ce n’erano tanti, ma di Agostino Nifo uno solo!” Afflitto da podagra, morì nel 1545 nella città di Lucilio, dove fu sepolto nel convento di S.Domenico. Ai primi del Novecento, i suoi resti furono traslati nella chiesa di S.Agostino, dove tuttora riposano.

Delineare un profilo biografico critico del celebre Agostino Nifo, letterato, filosofo, storico, politico, matematico e medico, comporta, senza ombra di dubbio, ammirarne in pari misura la sublimità dell’ingegno, le vicende della vita e la stima in cui fu tenuto in molte parti d’Italia. Visse nel tempo del pontificato di Leone X e fu celebrato sommo scienziato per tutto il regno.  Giovanetto, per mancanza d’istruttori nella sua terra, fu mandato dal padre a Tropea, ove apprese i primi rudimenti di letteratura e vi attese alla lingua greca e latina. Cresceva e si coltivava per compiacere la madre più che il padre; ma, in quel tempo, perse la madre e il padre gli acquistò una matrigna, dalla quale subì ogni sorta di maltrattamenti; per il dispiacere e il disagio si trasferì a Napoli.

Desiderando essere istruito più in profondità nelle predette antiche lingue, cercò un sessano come istruttore, proprio per essere considerato sessano. Subito dopo, frequentò l’università di Padova; coltivato siffatto genere di studi, fece ritorno a Napoli; e, poco dopo, si trasferì di nuovo in Calabria. Essendo morto il padre ed avendo dilapidato il patrimonio, decise di ritornare a Napoli, si applicò all’insegnamento per vivere e si diede allo studio; in breve tempo, divenne colto in diversi rami dello scibile, specie nella medicina. Nell’anno 1492, ritornò a Padova: riconosciuto ed ammirato, fu scelto professore di filosofia. Allora, influenzato dal pensiero di Nicolò Vernia, cattedratico di filosofia naturale nell’Ateneo euganeo,  curò prima l’edizione delle opere di Averroè (1495-97) e poi incominciò a scrivere e pubblicare i trattati “De intellectu et daemonibus”, per le cui dottrine fu bollato come averroista e si attirò lo sdegno e la persecuzione dei teologi. Stava per piovergli sul capo una forte burrasca, vale a dire la scomunica, quando il benefico vescovo di Padova, l’umanista veneziano Pietro Barozzi, fece pubblicare il libro con alquante correzioni. Abbandonata Padova e ritiratosi a Sessa, Roberto Sanseverino, principe di Salerno, dopo reiterate istanze, potette averlo professore di filosofia nel liceo salernitano, ove rimase per alquanti anni. Scrisse ancora “Opuscula moralia”, “De pulchro et amore” e “De regnandi peritia” (1523), una sorta di traduzione del “Principe” machiavellico, del quale venne in possesso per caso i preziosi manoscritti, poco prima editi (1513). Ad un uomo rinomato conveniva altro ginnasio; infatti, fu chiamato nell’anno 1510 nell’Università di Napoli, dove tenne lezioni di medicina. Poi, passò a Bologna ed a Pisa, dove insegnò medicina con lo stipendio di cento fiorini al mese.

Conteso tra Bologna e Salerno, alla fine decise di ritornare a Sessa, per riposarvi in eterno. Le opere di Nifo possono dividersi in tre gruppi: commenti su Aristotele in sedici volumi (“In Aristotelis libros commentario”, Venetiis 1553*); opere metafisiche, ideologiche, mediche, astronomiche (Thessarologium astronomicum), morali, politiche (“Opuscula moralia et politica”), estetiche, in ventidue volumi; lettere e dissertazioni varie, in dodici volumi, tra cui “De infinitate primi motoris quaestio”. Diverse sono le opinioni degli storici e dei critici sulle opere del Nifo: chi le ha ritenute pregevoli, chi di poco rilievo e scorrette per lo stile. Certo, il geniale calabrese, se non tutti lo hanno soddisfatto, da molti fu apprezzato e le edizioni ristampate delle sue opere in vari regni ne danno prova. Bandite le frivolezze dei biografi sui costumi di Nifo e sui suoi pensieri metafisici, pensiamo piuttosto alle opere più impegnative, in specie quella sull’immortalità dell’anima, scritta in polemica con Pietro Pomponazzi, “Tractatus de immortalitate animae adversum Pomponatium(Venezia 1518), un capolavoro per le dottrine del tempo e per la forza degli argomenti: contro la teoria del pensatore mantovano, che negava l’immortalità dell’anima, Nifo sostenne che l’anima, in quanto parte dell’intelletto assoluto, è indistruttibile, alla morte, fondendosi con esso in un’unità eterna; inoltre, il maggior vanto che la Calabria meni è costituito dal commentario “Super perihermenias seu interpetrationes”, in cui si dichiara calabrese, ma nella seconda edizione, essendosi affezionato a Sessa, città eletta a domicilio ed avendo avutovi cittadinanza, si sostiene sessano. Molti discepoli uscirono dalla sua scuola e furono istruiti in diverse facoltà e scienze: citiamo, tra gli altri, Tiberio Rosello da Gimigliano, letterato insigne e cattedratico di filosofia naturale a Napoli ed a Salerno, con la fama, forse ereditata da siffatto maestro, di stravagante e mago.