I miei ventisei anni nel liceo “Cirillo”

Posted on 12 giugno 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

La mattina del 1° ottobre 1976 (già, non tutti ricordano che allora l’anno scolastico cominciava in quel giorno) mi presentai nell’atrio del liceo “Cirillo”, come sempre, in congruo anticipo rispetto all’orario dell’inizio delle lezioni; ero emozionato, sì, perché, in età giovanile, nominato ordinario al “classico”, aspettavo l’assegnazione della classe. Alla porta della sala dei professori, il primo che (proprio per caso?) mi venne incontro fu Nicola Pagetta, che mi salutò con calore ed innata spontaneità e mi invitò a darmi del “tu”. Lo ricordavo dagli anni del liceo (1960-63), quando, essendo io alunno, egli insegnava italiano e latino nel corso D a S.Maria; egli, invece, mostrava di conoscere da sempre me, mio padre e i fratelli maggiori, che erano stati di casa nel “Tommaso di Savoia”. Quel gesto spontaneo e cordiale mi servì per scaricare l’ansia e mi riempì di gioia.

Al centro dell’atrio, il preside Enrico De Falco, uscendo dalla presidenza mi apostrofò con cipiglio bonario, sbrigativo ed informale: “Lei è Perconte?…Vada in 4 E!”, indicando l’aula vicina, accanto al vecchio locale della biblioteca. Con due passi, raggiunsi quella classe dove, nel frattempo, gli alunni, spaesati come me, si sceglievano i posti. Appena entrai, tutti in piedi, li salutai: “Buon giorno, buon anno scolastico”. Tutti in coro: “Grazie”. Poi, “Seduti!” Un silenzio irreale, scrutavo quei ragazzini che tutti mi fissavano in attesa di qualcosa. “Facciamo l’appello. Amabile Paola, presente; Andreozzi Maria, presente”…Parecchi non avevano né libri né quaderni, alcuni portavano il diario. Così, approfittai di parlare a lungo sul significato della scuola, del ginnasio, dell’importanza del latino (del quale essi già conoscevano i rudimenti) e del greco (che sembrava una “brutta bestia”), dello studio, della disciplina e cose simili…

Questo fu il primo giorno nel “Cirillo”. A parte gli argomenti, volta per volta da trattare, così tanti giorni si susseguirono per ventisei anni. Sarebbe superfluo dire che la scuola vissuta nel “Cirillo” per me è stata un’avventura straordinaria, perfino leggendaria. Mi volevano bene gli alunni (anche quelli che per profitto combinavano poco o niente), i colleghi, i presidi, il personale tecnico-ausiliare. Ho insegnato lettere nel ginnasio per diciassette anni e latino e greco per nove anni. Ricordare tutti gli alunni mi sarebbe impossibile; almeno una metà li ricordo, anche perché conservo gli elenchi di tutte le classi, così come erano allora; paradossalmente, ricordo meglio quelli del ginnasio, in quanto stavo con loro quasi tutti i giorni, per almeno quattro ore al giorno; invece, gli alunni del liceo, per una questione di orario, li vedevo meno. Alcuni li ho rivisti per caso, dopo venti o trenta anni, quando mi hanno detto il nome e la classe, in un baleno, in cuor mio, sono ritornato in una specie di preistoria, segnata dalla commozione ed offuscata da un velo di malinconia. La cosa più strana, essi mi hanno riconosciuto sempre per primi, nonostante gli impietosi segni impressi in me dal tempo, dall’anzianità, lusinghevole eufemismo, usato al posto “vecchiaia”, eppure esaltata da molti autori latini e greci, sinomino di saggezza.

I colleghi li ricordo tutti, soprattutto quelli che sono stati insieme con me per almeno venti anni; dopo, i cambiamenti, gli avvicendamenti, l’arrivo di nuovi, il pensionamento sono diventati ai miei occhi più frequenti e veloci; tanto che negli ultimi anni di servizio, erano solo una decina che insegnavano da più tempo nell’istituto. Nominare qualcuno sarebbe indelicato, perché equivarrebbe ad ometterne qualche altro; in realtà, erano tutti degni ed affettuosi. La vita scolastica è una ruota: quando io ero più giovane, mi rivolgevo ai più anziani per consigli didattici e personali; poi, i più giovani si rivolgevano a me (brutto segno?), ritenendomi più esperto. I presidi sono stati solo quattro: Enrico De Falco, distaccato e filosofo; Federico Santulli, accomodante e coltissimo, umano ed affabile; Giovanni Mozzi, storico, psicologo, disponibile, per me fu “duca e maestro”; Michele Costanzo, un pochino formalista, perfino fiscale, ma forse dietro la maschera del burbero si celava il timido.

Quanti i ricordi in ventisei anni di scuola? Innumerevoli. Ho vissuto, giorno per giorno, le vicende liete e tristi. La definizione di “uomo di scuola” forse per me suona riduttiva; per me, dalla scuola sono stato coinvolto, anche troppo, e questo è ancora un tratto fondamentale del mio carattere. Ne ho vissute di tutti i colori: il destino cinico e baro si è accanito con presidi, con colleghi più grandi di me e coetanei, con alunni ed ex alunni, con genitori di alunni ancor giovani. Sunt lacrimae rerum? Consoliamoci, ripetendo: anche questo fa parte della vita…E le cose belle? Tante. Nonostante l’inevitabile reiterarsi di momenti non lieti, che hanno scandito il mio cammino scolastico di quasi tre decenni, con enorme soddisfazione ritengo che, tutto sommato, ho contribuito alla crescita umana, culturale e spirituale degli alunni che, divenuti oggi avvocati, medici, professori, impiegati, avvertono gli anni del ginnasio e del liceo come una stagione irrepetibile e che ha lasciato un segno indelebile nella coscienza (non per niente si dice insegnare). Tutte le circostanze difficili e dolorose (che valgono per tutti, compreso me) sono ampiamente riscattati da un meraviglioso processo di evoluzione fisica e mentale che li ha portati ad intendere il valore dello studio, della socialità, della comprensione, dell’educazione, della legalità. Nella vita di un istituto, per necessità, come si dice, tutto passa, ma è apparente: tramandare, affidare alle giovani generazioni validi messaggi di umanità e di apprendimento, che si stratificano e si accumulano, diventando col tempo quella che si chiama “storia personale”.

 

 

One Comment

  1. Ida Pesce
    2926 giorni ago

    Salve carissimo prof.,
    stamattina ho avuto un’ immensa sorpresa ed emozione poter leggere queste meravigliose righe….nonchè ritrovarmi in una foto con gli amici del liceo.
    Non ho mai dimenticato i suoi insegnamenti e la sua profonda persona.
    Un abbraccio forte

    Ida Pesce