Don Simone Mincione o del grande sogno infranto

Posted on 25 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Fino ad alcuni mesi fa, parecchi, passando per via Galatina da S.Maria C. V. a S.Angelo in Formis, si chiedevano perché ancora si mantenesse in piedi quell’enorme rustico sventrato, scoperto, invaso dalle erbacce, dal muschio e dalla putredine; i più maturi, nel vederlo, si domandavano di chi fosse, perché non lo demolissero, perché non fosse stato completato, almeno in parte. Domande destinate a rimanere senza risposta. Quella gabbia fatiscente di pilastri e di solai era stato il sogno concepito dal sacerdote sammaritano,  Simone Mincione, nato a Casalba nel 1913, che studiò  nel Seminario di Capua, conseguì due lauree, una in teologia ed una in diritto canonico, poi fu parroco di S.Erasmo, allora il rione prettamente agricolo della città, docente di religione nel liceo classico  “Tommaso di Savoia”per vari decenni ed autore di scritti teologici  e canonici, tra cui “De essentia peccati”, “De recta can. 476 interpretatione”, “S.Alfonso poeta”.

Il suo sogno ambizioso, forse anche utopico, carezzato da lui e da pochi concittadini volenterosi, pii e generosi, aspramente contrastato da gerarchie ecclesiastiche,  da politici miopi ed invidiosi, da meschini potenti della finanza che non tolleravano che un uomo da solo, con la sua volontà, tenacia, intelligenza, cultura,  potesse concepire una grande opera di beneficenza.  All’inizio di quest’anno, il rustico sventrato e cadente è stato abbattuto,  subito  ridottosi ad un penoso ammasso di macerie; allora crollò definitivamente il sogno di don Simone e di una piccola parte della nostra città.

Alla fine della primavera del 1992, quando mi dissero che si era aggravato, volli andare a fargli visita. Lo trovai a letto in una stanzetta messagli  a disposizione dai Fratelli Carissimi, nel grande e glorioso istituto di via Tari, voluto dalla benefattrice Vittoria Peccerillo. Colsi nel suo sguardo, sempre straordinariamente espressivo, meraviglia e piacere. Meraviglia forse, perché erano ormai pochi quelli che lo andavano a trovare; come spesso accade, dei malati spesso gli amici e i conoscenti si dimenticano, solo perché non li vedono più o, anche senza cattiveria, li considerano già morti, o pensano di procurare fastidio facendo loro visita. Piacere, perché mi considerava non un semplice ex alunno, ma anche un collega e, soprattutto il figlio di un caro collega che egli stimava moltissimo.

I dolori lancinanti causati dal male incurabile che, ormai all’ultimo stadio, con le metastasi aveva invaso tutto l’organismo, gli impedivano quasi di muoversi, ma fingeva di non soffrire, non fece nessun cenno alla gravità della malattia, di cui era lucidamente cosciente. Fastidiosi reumatismi, diceva, che sarebbero passati con la cura seguita, ancora un po’ di pazienza e sarebbero finiti. Una pietosa bugia o un voluto eufemismo o un’allusiva e tremenda metafora. Parlò del più e del meno, specie di scuola, degli alunni di oggi, della degenerazione della cultura, per lui specie quella seria, umanistica, latina greca ebraica e cristiana, i politici insensati pian piano avevano demolito il solido edificio della scuola gentiliana.

La Pasqua precedente, una delle ultime volte che celebrò la messa, lo ricordo seduto su una sedia davanti alla cappella del Sacramento, nella “sua” chiesa di S.Erasmo, la “sua” parrocchia da quarant’anni. Lì i fedeli il giovedì santo, come tutti gli anni, pregavano in occasione della visita ai sepolcri, per lo “struscio”, un misto di mondanità e di fede, spettacolo ed occasione di incontro, tipico della vecchia chiesa controriformistica, uso quasi cancellato del tutto dalla liturgia conciliare e sempre, pare, più vicina a quella protestante. Con la voce ormai fioca (non possente come prima quando, parlando a bassa voce, si faceva ascoltare in tutta la chiesa senza amplificatore), ripeteva con nostalgia e con fede in latino i momenti forti della liturgia pasquale “Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit”  (rimani con noi, o Signore, poiché si fa sera). Sentiva che si avvicinava anche per lui la sera, la tenebra, il mistero e la paura che umanamente sono in essa, per cui l’unico appiglio è la fede, che non gli venne mai meno. Si sentiva come uno degli apostoli spaventati all’idea di rimanere al buio, senza Cristo, senza la sua luce, senza la sua parola. Ai poeti la sera evocò la speranza, il dubbio,  la quiete,  l’angoscia, l’imperscrutabile; ad un uomo comune, impotente contro la natura matrigna o contro il destino, pieno di incertezze e di tormenti,  suggerisce rassegnazione e serenità di fronte al volere di Dio. Certamente, la sua sera era triste come quella di tanti altri uomini consumati dalla sofferenza, dalle tribolazioni quotidiane, dai sogni irrealizzati.  In quell’autunno, nella stagione più adatta, quando la natura, uomini, animali e piante, avvertono il tramonto, il declino, la tristezza, il letargo, per rigenerarsi e temprarsi nel freddo invernale, se ne andò in silenzio, come egli desiderava, speranzoso di dar conto non agli uomini, spesso troppo bravi a condannare, ignavi, indifferenti,  o ad assolvere, ma a Dio.

Certamente, nessuno è in grado di giudicare se don Simone Mincione sia stato un buono o cattivo sacerdote. Certo, il suo modo di fare il sacerdote, le sue scelte di vita, i suoi errori (chi non ne commette?) e le maldicenze e le calunnie dei maligni avevano contribuito a dipingerne la figura di un cattivo sacerdote.

La grande avventura di don Simone, devoto e discepolo ideale di Bartolo Longo, cominciò all’inizio degli anni Cinquanta, quando dietro l’esempio del padre pompeiano, concepì l’idea di fondare a S.Maria un istituto di beneficenza per accogliere i bambini orfani, abbandonati, poveri,  l’Opera per i figli della Bontà. Con questa idea ambiziosa, ma non utopistica, vivacizzò la scialba atmosfera provinciale che caratterizzava la società sammaritana di quel tempo. Nel liceo, dove insegnava religione, raccoglieva alla fine dell’ora dagli alunni cinque o dieci lire a testa, dicendo che una caramella o una sigaretta in meno per noi era un mattone o un chilo di cemento per lui e per l’opera. Per essa organizzava lotterie, gare podistiche e ciclistiche, motociclistiche; egli stesso appassionato ciclista (amava ricordare che andava a Napoli in bicicletta per frequentare l’università) sfidò Fausto Coppi, che non raccolse la sfida, ma gli regalò una bicicletta, subito messa all’asta; per essa, sostenne uomini politici di vari partiti, rivelatisi poi poco affidabili; arrivò ad aprire sale giochi con flipper e bigliardini. Da parte delle autorità, politiche ed ecclesiastiche,  solo promesse, ma nessun aiuto e persino secchi dinieghi. Cominciò la guerra con le gerarchie ecclesiastiche,  fino alla sospensione a divinis; poi la reintegrazione.

L’opera nel frattempo, appena arrivata al rustico in cemento armato, si fermò e non andò più avanti. Rimase, per decenni lì sulla via del cimitero, il monumento all’indifferenza della città, a testimoniare il sogno infranto e una grande occasione perduta per il sollievo di centinaia bambini e famiglie. Chissà se un giorno qualcuno, spulciando nei documenti d’archivio della curia, scriverà la vera storia di don Simone e della sua irrealizzata “Opera”.

Lo ricordo bene come insegnante di religione, perché nella sua ora non insegnava religione, come gli altri sacerdoti dell’epoca, ma genetica, letteratura greca (diceva, ed ho motivo di crederlo, di essere stato uno dei collaboratori dell’abate Lorenzo Rocci per la stesura del famoso dizionario greco), di esegesi biblica. Pur tentati (era umano) di uscire dall’aula per rifigiarsi nei bagni, spesso rimanevamo incantati al suo eloquio scandito e preciso, costruito nella mente su saldissime basi culturali, non sbagliava una parola. Quando predicava in chiesa, cominciava da un banale fatto di cronaca per arrivare a S.Agostino, a S.Tommaso, ad Hegel. Una volta nel duomo pronunciò un’omelia funebre per un brav’uomo e lavoratore suo amico morto prematuramente, nella chiesa affollata egli era l’unico a non piangere. Per spiegare il Vangelo non aveva bisogno della traccia, che oggi i sacerdoti di oggi  ricevono dal Vaticano, col risultato che molti dicono le stesse cose, di una banalità ripetitiva e deprimente. Guizzi e lampi di genialità, improvvisazioni, exempla, accese polemiche dottrinarie e non svelavano un vangelo non di maniera, ma autentico, vivo, icastico.

L’ironia e il sarcasmo erano armi poderose in mano a lui. Ricordo che ad un tale che gli era andato a chiedere un certificato per un parente che “non si poteva muovere”, giocando sulla grossolana metafora, chiese con volto serio e preoccupato: “Ma perchè è paralitico?”. Quella sera nella stanzetta dei “Carissimi”, salutandoci  con una stretta di mano energica, notai nei suoi occhi lucidi forse per la febbre o per una lacrima di un singhiozzo trattenuto. Entrambi eravamo convinti che non ci saremmo più visti, come fu. Uscii dall’istituito con una grande pena nel cuore, pensando che don Simone avrebbe meritato una sorte migliore.