Cneo Nevio o della superbia campana

Posted on 25 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Cneo Nevio nacque quasi certamente a Capua nel 270 e, benché di nascita plebea, ottenne la cittadinanza  romana e prese parte alla fine della prima guerra punica. La sua biografia contiene forti tracce di polemica antinobiliare ed egli fu l’unico tra gli scrittori coevi a non godere di appoggi di patroni aristocratici. Addirittura, egli attaccò in poesia la potente famiglia dei Metelli con l’ironico senario “Fato Metelli Romae fiunt consules”, giocando sulla voce ambigua “fatum” (destino / rovina), ed i patrizi risposero con il saturnio al vetriolo, “Malum dabunt Metelli Naevio poetae”, senza equivoco una minaccia di tono mafioso. Forse fu incarcerato e morì in esilio ad Utica nel 201 aC.

Egli portò sulle scene latine tragedie tratte da argomenti greci di collaudata tradizione epica (ciclo troiano), i cui titoli “Aesiona”, “Danae”, “Equos troianus”, “Hector proficiscens”, “Iphigenia”, “Lycurgus”, ma anche da eventi storici romani (le cd. fabulae praetextae), col “Romulus” e il “Clastidium”. La sua popolarità di autore di teatro fu dovuta alle commedie di tema greco (palliatae) e latino (togatae), come “Tarentilla” e “Corollaria”, nelle quali il fiero poeta diede sfogo la sua satira sociale, rifacendosi essenzialmente alla tradizione romana popolare, consolidata nella satura e nei fescennini.

Di tutta la produzione teatrale di Nevio non rimangono che parecchi titoli e molti, ma brevi frammenti. Nell’ultima fase della vita si dedicò alla composizione di un poema in saturni, il “Bellum Poenicum”, col quale inaugurò l’epica nazionale, raccontando la prima guerra punica, e ricollegando le vicende storiche alle leggendarie origini troiane di Roma. Di questo poema, ampio ed organico, ci sono rimasti una cinquantina di frammenti e certamente subirono diretto influsso Ennio e Virgilio, che ne ammirarono l’ampio ed arioso respiro e l’arcaica e suggestiva rudezza.

Nel 1985 il preside Gastone La Posta, insigne filologo ed umanista, constatato che l’intitolazione del glorioso liceo classico sammaritano “Tommaso di Savoia”, pur risalendo al lontano 1879, tuttavia da decenni era desueta, volle intitolare l’istituto al capuano Cn.Nevio, uno dei pochi poeti latini liberi da condizionamenti ideologici e politico-sociali. La grande lapide marmorea, ricordando l’evento storico, contiene il famoso apoftegma, che ogni alunno dovrebbe leggere con attenzione: ego semper plvris feci potioremqve habvi libertatem qvam pecvniam. Essere un uomo libero, fiorito nel tipico clima del conformismo politico e culturale, che permeò la classe dominante romana della prima e media fase repubblicana, per una serie di condizionamenti politici economici e sociali,  equivaleva essere arrogante, superbo; era già un topos diffuso nella cultura romana degli anni delle grandi conquiste.

Aulo Gellio afferma che egli per la sua assidua maldicenza, contro i principali cittadini, fu imprigionato ma, non sopportando la prigione, in una nuova commedia fece ammenda e, per intercessione dei tribuni della plebe, fu liberato, ma la prigionia fu commutata con l’esilio ad Utica, in Africa, come attesta Gerolamo (“il comico Nevio morì ad Utica, cacciato da Roma dal partito dei nobili e specie ad opera dei Metelli”). L’accorto biografo cristiano preferì come fonte l’antiquario Varrone a Cicerone, che pose la morte di Nevio nel 204. Anche Plauto aveva alluso alla sfortuna di Nevio, ricordando “il poeta latino, poggiato il mento sui gomiti all’inferriata del carcere”.

Parlando di superbia campana Tito Livio sottolineò la famosissima “superbiam ingenitam Campanis” ed Aulo Gellio, riferisce l’epitaffio pieno di orgoglio campano (“epigramma Naevi plenum superbiae Campaniae”); entrambi ripetono un topos poco credibile, di chiara derivazione annalistica, zeppa di moralismo, di stantii pregiudizi e di spudorata tendenza filoromana ed anticapuana.  In questa sede,  mi preme ribadire non tanto l’infondatezza della stupida favola di Capua luogo della superbia e dell’arroganza, quanto un particolare che è sfuggito a vari studiosi di Nevio.

È noto che, per tutti i grammatici e filologi, l’etnico di Capua è campano. Tutte le volte quando autori greci e latini intendono gli abitanti di Capua li denominano Campani, non Capuani. Allo stesso modo, tutto ciò che si riferisce a Capua è campano. Vero è, d’altro canto, che nessuno nomina la patria di Nevio, limitandosi a definirlo campano. Ma l’attribuzione della superbia campana a Nevio, pur non costituisce una prova provata, è anche vero che quell’attributo si può attribuisce con certezza come aggettivo di Capua. In conclusione, da tutti gli elementi probanti, Nevio fu originario di Capua o, quanto meno, dell’ager Campanus, vale dire di una città molto vicina.

Nevio ebbe lettori ed ammiratori a Roma fino ai tempi tardi. A Cicerone piaceva molto il suo poema: per lui, dalla “Odyssia” di Livio Andronico, rigida come una statua primitiva, all’opera di Nevio, non era ancora perfettamente viva, ma bella come una statua di Mirone. Al “Bellum Poenicum” attinsero largamente Ennio e, soprattutto, il sommo Virgilio; ai tempi di Orazio era tra le mani e nel ricordo del pubblico, quel “vetus poema”; il dotto Frontone lodava le parole felicemente scelte e nuove o inattese, proprio nel tempo di Aulo Gellio scopriva come una rara curiosità un manoscritto di quella “Odyssia” liviana, che nessuno leggeva più.