I fondamenti ideologici del Setificio di S.Leucio

Posted on 25 aprile 2011 by alberto

 

di  Alberto Perconte Licatese

 

L’allevamento dei bachi da seta risale ai tempi dell’imperatore cinese Hoang-Ti (ca. 2600 aC), che incaricò la moglie Lei-Tsu di studiare quegli animaletti e di accertare l’utilità dei fili da essi secreti. Ella, allevandoli sui gelsi, delle cui foglie erano ghiotti,  trovò il modo di dipanare il filo serico del bozzolo e di filarlo, onde ottenere tessuti e manufatti. Con certezza, come asserisce L.A.Muratori (1740), in Italia la tessitura della seta era conosciuta dai tempi remoti. È noto, nell’impero romano orientale, sotto Giustiniano (ca. 550 dC), due monaci,  di ritorno dalla Cina, introdussero i bachi, nascondendone le uova nei loro bastoni. Da Costantinopoli, gli Ebrei li trasportarono a Napoli, ivi stabilendosi presso la chiesa di S.Maria Cosmodin. Intorno al Mille, le testimonianze della produzione della seta nel meridione si moltiplicano: l’utilizzo delle foglie di gelso per allevare il baco da seta risulta documentato nella “Carta di Montevergine” (1036) e, nello stesso tempo, le cronache medievali dell’abbazia di Montecassino attestano che l’abate Desiderio donò panni serici colorati, acquistati ad Amalfi nel 1062, per regalarli al re Enrico IV. Il marchese Domenico Caracciolo (1781), nella cattedrale di Palermo, nel corso di lavori di restauro, diretti dall’ing. Ferdinando Fuga, trovò preziosi frammenti serici, dottamente illustrati dall’archeologo Francesco Daniele (1784).

Nel quadro nel riformismo napoletano, i Borbone rivolsero particolare attenzione alla gestione del territorio casertano, dove collocarono una reggia nell’entroterra e lo disseminarono di siti reali, adibiti a svago ed a scopi strategici ed industriali. Le costruzioni monumentali furono dettate dal desiderio di emulare la magnificenza di simili edifici europei, ma anche da esigenze concrete; così, intorno alla reggia di Caserta, ruotarono la Vaccheria, Carditello, i Ponti della Valle, S. Leucio.

Uno dei primi atti amministrativi di Carlo (1735) fu la confisca del   territorio di Caserta, proprietà dei Gaetani di Sermoneta, aristocratici di sentimenti filo-austriaci, con la destinazione a tenuta di caccia. Subito dopo la costruzione della reggia, Carlo pensò al Belvedere di S.Leucio (che prendeva il nome dalla chiesetta, intitolata al santo e primo vescovo di Brindisi, risalente intorno al 1100). Mentre la cappella si riduceva ad un rudere, all’inizio del 1700, Giulio Acquaviva ed il figlio Andrea,  restaurarono il Belvedere, coltivarono il terreno a vigneti ed uliveti ed adibirono il fitto bosco a tenuta di caccia. Verso il 1750, re Carlo, incamerato tutto il sito, mantenne per qualche decennio tale destinazione.

I veri artefici della fioritura culturale ed artistica, animati da spirito innovatore furono Carlo A. Broggia, sostenitore, nel “Trattato dei tributi” (1743), del liberismo economico e dello sviluppo di traffici ed industrie, tendenti a combattere la crisi delle attività produttive e la miseria materiale della nazione; ed ancor più Antonio Genovesi, che nelle famose “Lezioni di commercio” (1765) enunciò i canoni di una sana economia pubblica, incentivante emulazione, operosità e profitto. Tra i prodotti più adatti al clima del regno era “la seta, materia d’infinite arti di lusso…; i popoli che son ricchi di seta hanno una sicura rendita e merita quella coltivazione la protezione del sovrano.” Le teorie di giuristi ed economisti convinsero discepoli ed amici ad attuare quelle idee: Ferdinando Galiani e Melchiorre Delfico difesero la libertà del commercio e propugnarono l’abolizione dei tributi feudali; Giuseppe M.Galanti e Giuseppe Palmieri affrontarono i problemi dell’economia dello stato, in una visione chiara delle necessità dei tempi. Domenico Caracciolo, un politico aperto alle innovazioni, ambasciatore di Napoli prima a Torino, poi a Londra, dopo aver seguito gli sviluppi dell’industria serica in quelle regioni, inviò tre relazioni, una a Carlo (1755), suggerendo sistemi nuovi di lavorazione, e due a John Acton (1765), sostenendo che i metodi di lavorazione, applicati a Napoli, avrebbero prodotto manufatti superiori.

In tale atmosfera di febbrile rinnovamento sociale ed economico, così ebbe particolare impulso la lavorazione della seta, fondata sull’abolizione dei privilegi, su sistemi produttivi aggiornati, sull’insegnamento professionale specializzato. Le radici ideologiche ed operative del setificio di S.Leucio affondano nella tradizione protezionistica di Antonello  Petrucci da Teano, segretario di Ferrante d’Aragona e nel colbertismo (che prese questo nome da G.Battista Colbert, primo ministro di Luigi XIV, promotore di agevolazioni ed incentivazioni) dei Borbone di Francia. Così, con un provvedimento napoletano del 1739, fu istituito il Supremo Magistrato di Commercio, col compito primario di ripristinare le norme  dell’arte della seta.

Tornando ai pensatori, nel 1749 L.A.Muratori, nella sua ultima opera “Della pubblica felicità”, trattando l’introduzione di arti negli stati, scrisse: “Napoli si protesterà tenuta al genio di Carlo, allorché egli coll’aumento e coll’introduzione di nuove arti avrà obbligati i poveri a guadagnarsi il vitto con l’esercizio delle medesime”; Domenico Grimaldi, profondo conoscitore dei problemi della seta, affermò che “il regolamento economico su questa preziosa derrata cagionava danno alle finanze e scoraggiava l’agricoltura, le manifatture ed il commercio”; si battè, inoltre, per l’introduzione di macchinari più moderni, come l’organzino, usato in Piemonte; Giuseppe Maria Galanti, per incarico di Ferdinando IV, stilò una relazione sulla condizione della lavorazione della seta nel Regno (1788) e Giuseppe Palmieri lamentò la crisi del settore, dovuto sia al sistema fiscale sia all’organizzazione del lavoro.

Michelangelo Schipa riconosce che Carlo realizzò poco per la sericoltura, ma in compenso, istituì il laboratorio delle pietre dure e degli arazzi a S.Carlo alle Mortelle, le fabbriche dei cristalli al Castel dell’Ovo, delle porcellane a Capodimonte, purtroppo saccheggiate e distrutte nel 1799; il lungimirante sovrano, facendo venire esperti lionesi, cercò di installare un setificio, ma l’iniziativa fallì per contrasti politici tra i due stati; tuttavia, siglò un trattato commerciale con l’impero ottomano (1740) ed istituì a Messina la Compagnia di Commercio, allo scopo di stabilire contatti economici con Asia ed Africa.

L’ispiratore del processo di rinnovamento della produzione serica fu il marchese Domenico Caracciolo, che nel 1865 stilò una relazione al sovrano e, dopo l’espulsione dei gesuiti e l’incameramento dei loro beni, attuò un programma d’istruzione professionale, con la fondazione dell’Azienda di educazione; di conseguenza, l’arte della seta fu la prima ad essere introdotta nelle soppresse case di S.Giuseppe a Chiaia e del Carminiello al Mercato, dove furono impiantati i macchinari più moderni (l’organzino), e nominò Domenico Cosmi soprintendente generale dell’educazione pubblica, che svolse un ruolo primario nell’organizzazione della colonia di S. Leucio.

Ferdinando, nel decennio 1768-77, ordinò la costruzione di un edificio a due piani (il cd. casino vecchio) su un’altura nella zona occidentale del bosco, inizialmente per uso di riposo durante le battute di caccia; poi, eseguiti gli opportuni adattamenti, vi realizzò un moderno setificio per la produzione delle stoffe, adatte ad abbellire gli interni della reggia casertana. Essendovi morto (1778) Carlo Tito, il primogenito dei sovrani, l’edificio fu abbandonato. Poco dopo, il re, pensando ad un simile impianto più idoneo, pose gli occhi sul Belvedere e volle ristrutturare (arch. Francesco Collecini), affrescare (pitt. Gerolamo Storace) e trasformare la sala d’ingresso in cappella, per soddisfare le esigenze spirituali della gente nel frattempo ivi radunata.

L’imponente fabbricato, a cui si accede ancora per la porta monumentale, sormontata dallo stemma reale, e per la strada a due bracci in salita, oltre alla cappella, conteneva depositi, cucine, alloggi per gli amministratori, armeria,  due giardini su terrazze e fontane. Richiamato dal complesso di S. Leucio venne il pittore J.Philipp Hackert, che ebbe alloggio a Caserta in un palazzo baronale, dove nel 1787 fu ospite J.Wolfgang Goethe, e curò la decorazione interna (bagno grande) del Belvedere. A settentrione del corpo principale, un altro fabbricato fu destinato ad alloggi ed all’opificio; le opere proseguirono col progredire dell’industria serica; negli anni 1783-87 furono completati i filatoi e le officine.

Si arriva così (1789) alla promulgazione del codice ferdinandeo, che potrebbe avere come precedenti teorici la “Repubblica” di Platone, o la “Città del Sole” di T.Campanella. Ma contarono di più i contributi giuridici di Francesco D’Andrea, Giuseppe Valletta, C.Antonio Broggia, Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, G.Vincenzo Gravina, Gaetano Argento, Gaetano Filangieri.

La legislazione leuciana si basava su un metodo educativo, ancora improntato all’insegnamento dei Gesuiti e degli Scolopi, articolato in  cinque regole fondamentali: tabelle, lettere iniziali, quattro operazioni,  lettura, domande. Quanto al contenuto sociale e politico, essa s’ispira a Cartesio, Voltaire e Rousseau, sulle cui teorie si delineò un modello di stato di felicità, ispirato ai principi dell’uguaglianza, della democrazia e della funzione preminente del sovrano “pater reipublicae”, all’insegna dell’emancipazione dalle schiavitù fiscali; insomma, su una base etica, giuridica e paternalistica. Dopo la trattazione dei doveri positivi, è dato spazio alle norme morali, pubbliche e costituzionali, il diritto privato, la famiglia, l’educazione, il lavoro, l’assistenza sociale, la salute pubblica, la religione.

Se è molto improbabile che l’autore sia stato Ferdinando, l’attribuzione del codice a famosi intellettuali è infondata; il sovrano ci mise di suo un umanitarismo, innato per il benessere dei sudditi, e ciò indussero alcuni a pensare, come ispiratore, al filosofo francese Morelly che, nella “Basiliade” (1753) e nel “Code de la nature” (1755) vagheggiò un sistema politico costruito sul puro naturalismo, ma le analogie erano solo formali. Pare, piuttosto, che sia servita come modello l’organizzazione della comunità primitiva dei selvaggi Guarany, studiata dal padre gesuita ligure Lazzaro Cattaneo (1560-1640), le cui relazioni, redatte dopo una missione nelle Indie, non sfuggirono a L.A.Muratori (“Il Cristianesimo felice nelle missioni”,1740), che prestò particolare attenzione a quelle tribù comuniste del Paraguay. Tenendo conto del forte influsso di Muratori sulla cultura napoletana del tempo e della simpatia di Ferdinando giovane per i Gesuiti, è verosimile che la legislazione leuciana sia stato il frutto della collaborazione del sovrano (ideatore ed ispiratore), del pensatore poliedrico Antonio Planelli (estensore materiale) e dell’ufficiale della segreteria reale Domenico Cosmi (curatore della stampa).

Il setificio dalle origini all’Arte Seta Alois. L’opificio di S.Leucio non ebbe particolari contraccolpi in occasione della Rivoluzione Napoletana e della relativa repressione (1799), né nel periodo francese (1806-12), anzi prosperò, attesa la simpatia di G.Napoleone e di G.Murat per i cospicui vantaggi economici e fu gestito dalla Società Reale. Da Francesco I ottenne la concessione (1829) il cav. Raffaele Sava, che la tenne fino al 1860. Il governo sabaudo, dopo un periodo di comprensibile confusione, nel 1868 affidò la fabbrica alla società Ventura-Grauso-Pascal; poco dopo, mentre (1883) i Cicala impiantarono un laboratorio a Caserta, la sede principale fu trasformata in società Maresca-Pascal e continuò fino al 1887, quando la ditta Raffaele Alois installò un opificio a Briano; poi, la società De Negri amministrò S.Leucio e Sala (1895) e Giuseppe Mezzacapo assunse la gestione del Belvedere (1902). Ruolo preminente nel settore serico svolse la famiglia Alois per almeno sei generazioni. Essa compare nella zona di Puccianiello, con Davide e Raffaele (1814), tessitori della Reale Fabbrica della Villa Aldifreda, e con Maria Giuseppa (1820), moglie del medico condotto del Belvedere. Nel periodo unitario gli Alois istituirono (1865) una fabbrica a Briano, passata poi al figlio Raffaele (1887). I figli Antonio e Giovanni diedero vita ad una vera impresa, che copriva l’intero ciclo produttivo, dalla bachicoltura alla tessitura; quindi, il nipote omonimo Raffaele (1922), figlio di Antonio (a lungo Presidente dell’Azienda), provvide ad ingrandire la fabbrica; l’opera si completò con la nascita della Passamanerie Casertane, specializzata in articoli complementari. Sulla strada percorsa dal padre, i figli Giosuè, Antonio e Caterina, hanno dato vita all’ASA (1994), l’azienda pilota del polo serico casertano che, impiegando tecnologie avanzate, sempre nel rispetto della tradizione, e perseguendo l’integrazione tra tessuti e passamanerie, è oggi una realtà imprenditoriale, tesa alla ricerca di nuove prospettive  commerciali e ad una solida collocazione economica nel territorio.