La metamorfosi, un’allegoria tra arte e vita

Posted on 25 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Di casi di perdita, totale o parziale, temporanea o definitiva, dell’uso del linguaggio verbale, nella letteratura classica – almeno latina e greca -  non sono riuscito a trovare traccia esplicita. Cercando una spiegazione diversa, cioè metaforica, dapprima ho pensato all’espressione lupus in fabula, usata da Plauto e da Cicerone, già avvolta nella leggenda, secondo la quale, incrociandosi gli occhi di un lupo e di una persona, quest’ultima perdesse la parola. Il detto latino, ancora adoperato, indica sinteticamente il forte disagio di colui che, all’arrivo della persona di cui si sparla, tronca il discorso. Dopo, più verosimilmente mi è sembrato che l’espediente della metamorfosi, una tecnica costantemente usata nella letteratura greco-romana, allusiva e composita di elementi realistici, mitologici, religiosi, potesse adombrare una serie di malattie invalidanti di varia gravità e durata. 

Nella cultura classica e moderna, alla pari del viaggio fantastico o introspettivo, la metamorfosi, senza dubbio, è un mezzo potente cognitivo e pedagogico, per simulare un itinerario allegorico o simbolico proteso alla resurrezione, alla rigenerazione, alla catarsi, alla redenzione, mediante una serie di pratiche previste dall’iniziazione, di dure prove mortificanti, umilianti, angosciose, tendenti alla riabilitazione e talora comportanti drammi e traumi interiori.

Nel tentativo di semplificare il discorso sul complesso tema della metamorfosi dall’antichità ad oggi, il punto di partenza è il memorabile brano dell’Odissea (10.240), quando Ulisse raccontò la vicenda dei compagni trasformati da Circe in porci, maturata in un’atmosfera magico-fiabesca ed onirica, mentre Senofonte (Mem.1.3.7) attribuì a Socrate l’opinione che quella metamorfosi simboleggiasse l’asservimento degli uomini ai piaceri corporei, in particolare della gola. Ovidio (Met.14.279) che, tra l’altro, ritornò all’episodio omerico, col solito compiacimento e con evidente finalità antieroica, immaginò che Macareo, uno dei compagni di Ulisse, raccontasse di aver vissuto la disgustosa vicenda. Comunque, da porci ritornarono ad uomini, trattandosi quindi di un caso reversibile, per effetto dell’incantesimo di una maga. Tornando ad Ovidio, nella sua opera (Metamorfosi) della piena maturità, il poeta sulmonese ricavò dalla mitologia greco-latina centinaia di trasformazioni, per soddisfare tutti i gusti, per divertimento, per afflizione, totali, parziali, definitive, temporanee, tendenti alla elevazione o alla degradazione, con scopi religiosi, eziologici, morali,  poetici, in chiave decadentista ed antieroica.

Il neo-sofista greco Luciano di Samosata, nel Lucio o l’asino, raccontò la vicenda singolare di un uomo, appunto di nome Lucio, che per desiderio di trasformarsi in uccello, per l’errore di un’ancella, che scambiò l’ampolla della pozione magica, diventò asino, vivendo in tale condizione esistenziale fino a che, attraverso una serie di scialbe disavventure, colorite dalla  fantasia e dall’umorismo, riacquista la condizione umana.

Tralasciando tutte le metamorfosi dell’età medievale e rinascimentale, dai caratteri allegorici o fantastici, nell’Ottocento, troviamo il famosissimo Pinocchio di C.Lorenzini, che presenta tre metamorfosi, una da un pezzo di legno a burattino, che ha i tratti della vicenda fiabesca, l’altra da burattino ad asino, permeata dai caratteri di romanzo di avventura e di formazione, la terza da asino a bambino, maturato ancora nella magia, ma nello stesso tempo permeato da pedagogismo e moralismo liberal-borghese dell’epoca. Anche Robert  Stevenson, col suo Dr. Jeckyll e Mr. Hyde, maturato nel clima positivistico, con geniale inventiva, operò un recupero del mito della scienza, facendola sconfinare nella fantasia.

Nel secolo scorso, Franz Kafka, nella Metamorfosi,  testimoniò il disagio esistenziale di Gregorio Samsa che “destandosi  si trovò mutato in un insetto mostruoso” che, fino alla morte, convisse con la famiglia in un’atmosfera di antifiaba, nella condizione solitaria ed alienante di Samsa/ragno, vittima dei meccanismi stritolanti economici, burocratici, scientifici, politici dell’atmosfera antipositivistica.

Infine, Cesare Pavese ne I dialoghi con Leucò riprese da Ovidio (Met. I.198 seg.) il mito classico ed antropologico di Licaone, un uomo feroce ed empio, divenuto il simbolo della disumanità e della violenza bestiale, per punizione trasformato in lupo, nella ricerca di una impossibile sintesi idealista tra ragione (io) e natura (non-io).

Tuttavia, la vicenda dell’Asino d’oro mi sembra la più esemplare e più vicina all’itinerario riabilitativo, lucidamente ripercorso dal latino Apuleio di Madaura nel composito racconto, animato da una legge volatile ed aleatoria, nell’arte e nella vita, da una perpetua confusione tra essere ed apparire, dalla curiosità e dall’amore, dall’ispirazione e dall’arbitrio degli dei, le più potenti spinte alla trasformazione da uomo ad asino ed al recupero della condizione umana. Questo interessante romanzo matura nel clima  filosofico, religioso e poetico del tempo (II sec. dC)  e, svolgendosi in chiave allegorica ed iniziatica, adombra il cammino dell’anima che, grazie all’iniziazione ai misterici, giunge finalmente alla salvezza. Il protagonista Lucio, intrappolato nella nuova forma del quadrupede ignorante per antonomasia, nasconde all’interno animo, sensibilità, intelletto e raziocinio, che gli permettono di osservare la realtà e gli uomini da un’angolazione privilegiata. Non potrebbe essere questa la metafora di un cammino penoso, frustrante, faticoso, ma anche stimolante, esaltante, deliberato, tendente alla riabilitazione funzionale e alla riappropriazione, mediante il nòmos (regola, esercizio, educazione) di un bagaglio culturale, accumulato nel corso di vari decenni, di apprendimento, di abilità  e  di meccanismi vitali, che la fysis (natura, istinto, capriccio), con un colpo proditorio, inaspettato ed iniquo tenta di scippare in parte o del tutto?