SALVATORE DI GIACOMO in Terra di Lavoro

Posted on 25 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Salvatore Di Giacomo nacque a Napoli il 12 marzo 1860 da Francesco Saverio, medico, e da Patrizia Buongiorno, musicista; conseguita la licenza ginnasiale nel collegio della “Carità”, frequentò il liceo “Vittorio Emanuele II”, dove conseguì la maturità; iscrittosi alla Facoltà di Medicina, solo per compiacere il padre, presto abbandonò gli studi universitari, dedicandosi alla letteratura e al giornalismo; in quegli anni, fu anche bibliotecario della “Lucchesi-Palli” di Napoli. Tuttavia, come compositore, non ebbe un esordio brillante, al punto che il suo primo lavoro fu fischiato durante l’esecuzione nella villa comunale. Il coraggio di un imprenditore musicale, Mario Costa, lo lanciò nel mondo della canzone. Iniziò anche la collaborazione al “Corriere del mattino”, ma il direttore Martino Cafiero gli consigliò di tralasciare il giornalismo e lo spinse piuttosto alla composizione delle canzoni più belle del suo repertorio, “Era di maggio” e “Carulì”. Nel 1892, con Benedetto Croce ed altri, collaborò alla rivista “Napoli nobilissima” e subentrò a Matilde Serao nella rubrica “Api mosconi vespe” del “Corriere di Napoli”; alla fine dello stesso anno, assunse l’incarico di vice-bibliotecario presso il Conservatorio di S.Pietro a Maiella e, poco dopo, passò alla Biblioteca universitaria partenopea.

Con l’apertura a Napoli, grazie ad una ditta di pianoforti di Lipsia (Polyphon Musikwerche), di una casa discografica innovativa, Di Giacomo ebbe l’opportunità, insieme ad altri compositori, di continuare il lavoro con una retribuzione dignitosa. Però, a causa della guerra e delle tendenze antigermaniche di alcuni autori, compreso Di Giacomo, la filiale della Polyphon e l’omonima casa discografica chiusero battenti. Egli continuò il suo lavoro tra composizioni poetiche, saggi, studi storici e libretti, mantenendosi col suo ufficio di bibliotecario dell’Università federiciana, con l’incarico della Biblioteca teatrale di Lucca, ispettore della Biblioteca del Conservatorio di S.Pietro a Majella. Quando egli aderì al fascismo, Mussolini avanzò la proposta (1924) della sua nomina a senatore, ma gli esponenti intransigenti, col pretesto che “avrebbe introdotto la Piedigrotta in senato”, la respinsero; l’anno dopo, sottoscrisse il manifesto degli intellettuali fascisti (1925) e solo nel 1929, in compenso, fu nominato Accademico d’Italia. Proprio alla sua fama contribuì l’affermazione di autore di celebri canzoni di Piedigrotta, le cui alternanze di tono (dalla malinconia di “Marechiaro” alla malizia vivace di “Spingole francese”), costituiscono la vocale modulazione del popolo napoletano, capace di ridere anche nella sventura. Il maggiore Di Giacomo va ricercato nel lirismo intenso, con cui sono evocate le cose umili della vita quotidiana, nella purissima vena musicale, che Renato Serra riportò alle sorgenti della lirica greca. Il poeta napoletano esordì come verista sentimentale, affrontando le tematiche delle prigioni, degli ospizi, del mondo plebeo dei “bassi”, formicolante di una folla colorita e picaresca di vagabondi, scugnizzi e reietti (“San Francisco”, “Munasterio”). Passa dal genuino sentimentalismo prima all’incanto fiabesco (“Donna Amalia”), poi alla lirica (“Pianefforte e notte”), infine al dolente verismo delle “Novelle napolitane” (1914), le cui pagine migliori trascorrono dalla commozione di “Senza vederlo” alla drammaticità di “Assunta Spina”. Di Giacomo scrisse anche volumi di antichità e di curiosità napoletane: “Storia della prostituzione in Napoli” (1889), “Storia del teatro di S.Carlo” (1891), “Napoli figure e paesi” (1909), “Luci e ombre napoletane” (1914), “L’ignoto” (1920), “Da Capua a Caserta” (1924). Trascorsi gli ultimi anni tra malinconia, misantropia e malesseri fisici, morì nella sua città il 5 aprile 1934.

La frequentazione e la presenza del poeta nella provincia di Caserta lasciarono testimonianze preziose, costituite dall’attrazione e dall’attaccamento per questa nobile terra ricca di natura e di memorie tenaci, anche se è oltremodo arduo seguire una precisa cronologia. All’indomani delle elezioni amministrative di Napoli (luglio 1914), deluso per il suo risultato (si era candidato col letterato Francesco Torraca in una lista conservatrice liberale, il Fascio democratico, sconfitto dal Blocco socialista guidato da Arturo Labriola), all’amico pittore Luca Postiglione scrisse: “Napoli è ancora immutata, è torpida. Voglio andare a Caserta; nel bosco, vi si respira”. Ebbe fitti rapporti col Museo Campano di Capua, in particolare col direttore Raffaele Orsini e col militare e letterato Francesco De Renzis, un protagonista dell’impresa garibaldina a Capua nel 1860. Nel 1922 egli, dietro le insistenze pressioni del prefetto Enrico Santangelo, pubblicò uno studio su Casertavecchia nella “Collezione Settecentesca”, già avviato nel lontano 1907, quando per documentarsi tenne un epistolario col casertano avv. Giuseppe Daniele, pronipote del celebre erudito Francesco.

La presenza digiacomiana a Caserta in quel periodo è confermata da due lettere alla fidanzata Elisa Avigliano; intento a ricercare notizie sulla reggia vanvitelliana, fu ospite del senatore Augusto Pierantoni, nella cui casa di Centurano, dove, frequentata allora da Matilde Serao e da Federico Verdinois, si era formato un vero e proprio cenacolo letterario; e, trovandosi nei giardini del palazzo reale, scrisse: “Solo qui, in questo bel parco, l’aria è fresca, tra i viali ombrosi e discreti, è come già l’alito dell’autunno. Ho preso una giornata di svago”. In Terra di Lavoro, collaborò a varie riviste: al settimanale “Vita nostra” (1890), al quindicinale “Esperia”, fondato a Caserta (1895), sui quali scrissero Matilde Serao, Grazia Deledda, Enrico Panzacchi; alla trimestrale “Rivista Casertana” (1921) di Pignataro, diretta da Nicola Borrelli, con poesie, recensioni, interessandosi anche al recupero dei resti mortali del musicista aversano Niccolò Jommelli: sul “Mezzogiorno” del 27 giugno 1924, sollecitò il comune di Aversa ad adoperarsi per la sistemazione delle spoglie dell’illustre musicista nella città normanna.

Il suo breve soggiorno a S.Maria C.V. fu suggerito per precauzione, in quanto nell’estate del 1893 scoppiò il colera a Napoli, quando prese alloggio con la madre e la sorella (il padre era morto per il precedente del 1884), in via Torre, presso parenti larghi; ivi, ebbe occasione di incontrare l’erudito ed archivista Fausto Nicolini, già conosciuto a Napoli nella casa di Croce, al quale Di Giacomo comunicò per lettera di “trovarsi lì per sfuggire al colera che imperversava su Napoli”; anche a Capua frequentò gli intellettuali capuani, come il direttore della Scuola Normale di Capua, l’abruzzese Vincenzo Bindi. Il legame patriottico che il poeta e scrittore napoletano stabilì con la città di S,Maria, teatro della battaglia del Volturno e lo scenario di una secolare tradizione risorgimentale alimentata e rinverdita da spiriti eletti immortali e degnissimi. Per questo motivo, in occasione dell’allestimento della “Mostra di ricordi storici del Risorgimento nel Mezzogiorno d’Italia” nella Galleria Principe di Napoli, inaugurata nel 25 maggio 1911, col patrocinio della città di S.Maria, sindaco avv. Corrado Fossataro, a cura del prof. Ernesto Papa (il cui fratello prof. Pasquale, insigne dantista, propose l’istituzione del Museo Garibaldino nel 1905), Di Giacomo, ispiratore ed organizzatore, curò la pubblicazione del “Catalogo” edito nel 1912 dal Comitato della Mostra, donando una copia al Municipio di S.Maria con la dedica autografa: “Al Municipio di S.Maria C.V., dal cui patriottico largo e nobile concorso ebbe accrescimento degnissimo ed onorevole la mostra storica napoletana. S.Di Giacomo”.

Le narrazioni e le descrizioni che riguardano la nostra provincia furono le novelle “L’ignoto” e “Il voto”, che ebbero come sfondo la città di Capua, definita “città di chiese e di caserme”; e la guida artistica “Da Capua a Caserta” (1924), un nostalgico itinerario che, arricchito da circa centocinquanta illustrazioni d’epoca, esprime lo stato d’animo di Di Giacomo testimone della fine di un mondo scomparso, voci, musiche, profumi, sogni, insomma della dissoluzione del passato. Dalla splendida basilica di S.Angelo in Formis, dal maestoso anfiteatro campano di S.Maria, dalla superba reggia borbonica di Caserta, tutti gioielli che una mano divina dovrebbe custodire per i posteri, riboccano l’acribia erudita, la sacralità dell’antico, il gioco fascinoso della fantasia.