Louis Ferdinand Céline, un intellettuale nichilista di destra

Posted on 25 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Louis Ferdinand Destouches, più noto L.F.Céline, nacque a Courbevoie, presso Parigi, nel 1894. Dopo aver frequentato le scuole superiori, a diciotto anni si arruolò nell’esercito francese nel 12° reggimento “Corazzieri”, di stanza a Rambouillet. Due anni dopo, partito per la guerra (1914), in una rischiosa azione nelle Fiandre occidentali, fu gravemente ferito al braccio, guadagnandosi la decorazione con la Croce di Guerra e, congedatosi (1916), andò a dirigere una piantagione di cacao nel Camerun. Pur spossato dalla malaria, ivi contratta, s’iscrisse alla facoltà di medicina a Rennes, laureandosi nel 1924 con una tesi interessante sviluppata, tra argomentazioni scientifiche e divagazioni romanzate, sull’asepsi della pratica ospedaliera, e con un voto brillante. Medico di bordo, viaggiò in giro per il mondo, specie in America ed in Africa: quindi, ritornò in Francia e si stabilì a Clichy, per esercitarvi la professione di medico per i poveri a titolo gratuito. Durante le interminabili notti insonni, scrisse il suo primo libro, “Voyage au bout de la nuit” (Viaggio al termine della notte, 1932), salutato come una rivelazione, grazie al totale sconvolgimento dei canoni del linguaggio letterario, diventato vivo, disarticolato con arte geniale. La trama delle avventure, che si narrano, trova un filo conduttore in un’oscura filosofia e nella totale sfiducia nelle possibilità di riscatto dell’uomo dalle proprie miserie ed infamie.

Continuò a descrivere con sadico compiacimento la miseria materiale e morale dell’individuo, in “Mort à credit” (Morte a credito, 1936), “Bagatelles pour un massacre” (Inezie per un massacro, 1938), “L’école des cadavres” (La scuola dei cadaveri, 1938). In questi ultimi pamphlet, traspare il suo viscerale antisemitismo: gli ebrei erano stati la rovina della Francia ed egli, reclamando una rigenerazione razziale della Francia, auspicava l’alleanza con la Germania hitleriana per annientare capitalisti e bolscevichi. Nonostante queste tetre idee, Céline non fu un vero e proprio collaborazionista filo-nazifascista, in quanto, soprattutto per la sua visione nichilista, anche in occasioni ufficiali tra il 1940-44, non riusciva essere gradito ai gerarchi. Inoltre, né fu teorico né esecutore di stermini ebraici; egli stesso scrisse: “Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi, di ariani, di ebrei. Ho peccato a credere al pacifismo degli hitleriani. Di recente, il presidente francese Nicolas Sarkozy, disse: “Non tutti quelli che, come me, leggono Céline sono antisemiti”.

Alla fine della guerra (1945), l’accusa di antisemitismo e di collaborazionismo gli valsero l’esilio in Danimarca, dove restò fino al 1951, quando beneficiò dell’amnistia che gli servì per tornare in Francia, a Meudon, vivendo, dopo la confisca di tutti i beni per “indegnità nazionale”, con il magro esercizio di medico, con la misera pensione di ex-combattente, con la fedele moglie Elizabeth Craig e con pochi animali. Nelle ultime opere “Les beaux draps” (Le belle lenzuola, 1941), “Féerie pour une autre fois” (Fantasmagorie per un’altra volta, 1952),  “D’un château à l’autre” (Da un castello ad un altro, 1957), “Nord” (1960), “Le pont de Londra” (Il ponte di Londra, *1964), la maniera stilistica e contenutistica, testimonia la decadenza dell’artista e la caduta morale dell’uomo. Furono gli anni dell’emarginazione sociale e culturale, voluta dagli scrittori di sinistra, e fu vittima come decine di intellettuali, non solo francesi, del clima oscurantista dell’intolleranza, creato dai mass-media, tanto bravi a distorcere e a non far capire più la verità. Esempio emblematico fu quello di Jean-Paul Sartre, che ne chiese la condanna, additandolo come emblema del collaborazionista nel “Portrait de l’antisémite”. Céline  (1848) gli replicò con l’articolo “A l’agitè du bocal” (All’agitato del vaso), ma ormai egli era ignorato e dimenticato. Morì a Meudon, il 29 giugno 1961, nell’indifferenza totale. Invece, un prezioso contribuito alla conoscenza dell’uomo e dello scrittore è stato dato dalla pubblicazione (1991) delle “Lettres à la Nouvelle Revue Française”, scritte da L.F.Céline all’editore parigino Gaston Gallimard nell’arco di un trentennio (1915-1945).

Il filosofo americano Peter van den Bosch, nel suo “Les infants de l’absurde” (I figli dell’assurdo, 1951) scrisse: “Siamo i fantasmi di una guerra che non abbiamo fatta. Per aver aperto gli occhi su di un mondo disincantato, siamo i figli dell’assurdo. In certi giorni il non-senso del mondo pesa come una tara. Ci sembra che Dio sia morto di vecchiaia e che noi esistiamo senza uno scopo. Siamo nati fra le rovine”. Una parte della nostra generazione cerca in Céline la negazione del mondo moderno. In un mondo dove già Eduard Keyserling esaltò le oscure  forze telluriche operanti sui ciechi impulsi degli uomini,  al di sopra dei quali le civiltà tessevano i loro fragili e fatui giochi. Ancora prima l’olandese Johan Huizinga descrisse le civiltà come convenzionali commedie, nelle quali gli uomini giocano, recitando la loro parte, secondo particolari ideali di vita bella, poi frantumate e travolte di volta in volta dalla brutale realtà.

Oswald Spengler profetizzò il tramonto dell’Occidente e celebrò nell’uomo il più magnifico degli animali da preda, creato per la rapina e per la strage. Soltanto le opere di Céline riescono a renderci pienamente il regime di follia del mondo moderno, che si basa sui criteri dell’utile e del tempo e non sui valori tradizionali del sacro e dell’eternità, il mondo moderno si fonda sulla democrazia e sul comunismo e sull’uguaglianza e non sui principi della gerarchia dell’eroismo, del rito, del sacrificio, della legge. Certo, poco tradizionale potrà sembrare la presenza nell’opera di Céline,  della violenza, droga, sesso, prostituzione, trafficanti disposti a tutto; poco tradizionale il suo linguaggio dell’argot, gergo dell’odio decomposto, “scatofagico”, degli ossessivi tre punti di sospensione; poco tradizionali le sue invettive, le sue bestemmie ma, come scrisse lo scrittore americano Jack Kerouac, basti leggere il capitolo sulla giovane prostituta di Detroit o quello sul curato angosciato, che entra dalla finestra in “Morte a credito”, o la storia dell’inventore meraviglioso, per far cadere le accuse di cattiveria al vetriolo, da più parti mosse al collaborazionista Louis Ferdinand. Inoltre, non bisogna dimenticare che anche la “Via della Mano Sinistra” fa parte della tradizione. Nel cap. XI della “Baghadgita”, infatti, come “forma suprema della divinità” viene indicata quella forza distruttiva e travolgente, che comporta il distacco e lo svincolamento da ogni ordine e norma esistente. L’uomo differenziato potrà, quindi, vivere nel cuore stesso del kalì-yoga e servirsi della droga, del sesso, dell’anarchia, per rovesciare le valenze negative del mondo moderno, facendo dei suoi rapporti con esso un puro esercizio di forza.

Da qui il nichilismo di destra di Céline, che ha il senso di valori per nulla incorporati nell’ordine esistente, che nega il mito di palingenesi ugualitaria e non crede all’esistenza del popolo: “Esistono solo gli sfruttatori e gli sfruttati, ed ogni sfruttato altro non desidera che diventare sfruttatore: il proletario eroico, egualitario, non esiste. È un sogno vano, una sciocchezza; di qui l’inutilità assoluta accorante di tutte quelle figurazioni imbecilli: del proletariato in tuta, eroi del domani e del cattivo capitalista a pancia piena e catena d’oro”.