Carlo Alberto Biggini, giurista e pedagogista. A Salò fu ministro dell’educazione nazionale

Posted on 24 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Carlo Alberto Biggini, nato a Sarzana nel 1902, intrapresi gli studi nel liceo classico “A.Doria” di Genova, li interruppe per gli obblighi militari (1920-22); nel frattempo, aveva aderito al fascio genovese; sottoscrisse il manifesto gentiliano (1925), all’Università di Genova conseguì la laurea in Giurisprudenza (1928) ed in Scienze politiche (1930); infine, all’Università di Pisa il diploma di perfezionamento in Scienze corporative, diventando convinto fautore della dottrina corporativa; produsse varie opere (influenzate dal pensiero di Giovanni Gentile) di diritto pubblico e di storia, collaborò a numerose riviste scientifiche. Convinto fascista e devoto a Mussolini, fu eletto deputato (1934) e partecipò alla campagna d’Africa e di Grecia; nel 1942, fu nominato ispettore generale del Pnf, nel febbraio 1943 ministro dell’Educazione Nazionale e membro del Gran Consiglio, nel quale il 25 luglio confermò il lealismo a Mussolini. L’8 settembre lo colse a Viareggio e, superate non poche remore, egli aderì al fascismo repubblicano e continuò a ricoprire il ministero dell’Educazione, fino al 25 aprile 1945, quando si trovava a Padova, sede del suo dicastero; salvato da alcuni colleghi dalla bufera di quei giorni, lì, colpito da una grave malattia, si rifugiò nel locale ospedale sotto il falso nome De Carlo; poco dopo, morì nel novembre dello stesso anno.

Prendendo in rapido esame le opere di Biggini, Il fondamento dei limiti all’attività dello stato (1929), è il punto di partenza degli studi giuridici in essa ripudiò ogni forma di integralismo; l’identificazione dello stato con la società che lo esprime lo porterà qualche anno dopo, in uno studio pubblicato negli Studi sassaresi (La realtà dello stato ed i suoi organi, 1935), a respingere il principio dell’identificazione dello stato ed i suoi organi, inserendosi nella polemica contro il formalismo di scuola liberale del diritto costituzionale; sarà poi definitivamente riaffermato in una rassegna dei successivi studi di diritto costituzionale del 1938. Accanto al filone principale della produzione giuridica pubblica, costituzionale e corporativa, Biggini coltivò anche interessi storici, di cui trovò la sua maggiore espressione nelle indagini sul pensiero di Pellegrino Rossi, economista e giurista carrarese, di Giuseppe Ferrari, filosofo e politologo milanese, dello storico Francesco Ercole e dell’economista Carlo Cattaneo. Inoltre, pubblicò nel 1926 uno studio su La politica di Augusto, mettendovi a fuoco i fondamenti del principato, ed una Storia inedita della Conciliazione, fondata su documenti ufficiali, forniti dallo stesso Mussolini. Libero docente di Diritto costituzionale (1932), di Diritto comparato, di Dottrina dello stato presso l’università di Sassari; quattro anni dopo, divenne titolare di Diritto corporativo; poi, a Pisa fu nominato rettore di quella prestigiosa università. In questo periodo collaborò a numerose riviste giuridiche politiche, filosofia, economia e dottrina fascista.

Alieno da polemiche politiche nel seno del fascismo, mantenne sempre ottimi rapporti con i maggiori esponenti del partito. Tuttavia nell’ambiente spezzino, dove aveva ricoperto alte cariche politiche, nel 1935 il direttore dell’organo L’opinione, un esponente fazioso ed intransigente lo attaccò per una poco compresa continuità tra liberalismo e fascismo. La critica grossolana ed ottusa  di quel conterraneo non scalfì in Mussolini la considerazione di Biggini; anzi, il capo del governo lo nominò membro della Camera della corporazione olearia, poi di quella tessile, e lo coprì d’incarichi, tra cui presidente del Consiglio supremo delle scuole superiori e commissario dei Littoriali, ispettore generale del Pnf (1942) e ministro dell’Educazione Nazionale (febbraio 1943). Come ministro, si proponeva di accentuare il carattere selettivo della scuola media, di diminuire il numero delle scuole, introducendo il latino in tutte le scuole (tranne tecniche e professionali) e di sfoltire le università.

Nel periodo della Repubblica di Salò, con decreto 20.12.1943, sottopose a revisione i ruoli degli insegnanti universitari, che avevano ottenuto le nomine per motivi esclusivamente politiche. Con un’ordinanza ministeriale 18.6.1944 modificò l’ordinamento degli studi medi, richiamandosi all’insuperabile legge Gentile, mediante l’appello Agli uomini della scuola e la circolare Valori tradizionali nella scuola italiana. Con i suoi provvedimenti, la scuola media veniva soppressa e sostituita da tre classi di ginnasio, dopo le quali si poteva accedere ai licei classico scientifico e magistrale, tutti quinquennali, tranne il magistrale quadriennale; inoltre, introdusse corsi di lingue straniere nel liceo classico e la possibilità di accedere ai licei, anche provenendo dall’avviamento, mediante un idoneo esame integrativo; infine, lo studio del latino anche nel liceo artistico.

In quei mesi movimentati e difficili, Biggini, di fronte alla prepotenza ed alla cupidigia dell’alleato germanico, si adoperò con tutti i mezzi per salvaguardare il patrimonio artistico e culturale esposto alle offese della guerra, comprese proteste ufficiali alle autorità tedesche, allo stesso Mussolini (che allora, preso da altri problemi, in questo tema si dimostrava troppo condiscendente) e la ferma presa di posizione nei confronti dell’alto commissario R.Reiner sulla questione più generale della sovranità in materia scolastica. Perfino egli dovette contrastare l’intransigenza delle frange oltranziste filo-germaniche che lo accusavano di debolezza e complicità morale con i nemici dei fascisti repubblicani, ma dimostrò straordinaria fermezza nel perseguire una politica conciliativa al fianco di elementi moderati, come Carlo Silvestri ed Edmondo Cione, allo scopo di attenuare la radicalizzazione della guerra civile, e perfino di rappresentanti della resistenza, di estrazione socialista. Tuttavia, nonostante il consenso di Mussolini, il tentativo della costituzione a Milano, nel 14 febbraio 1945, di un Raggruppamento repubblicano socialista, fallito per l’ostilità dei tedeschi, che non solo sciolsero il neonato movimento ed anche soppressero il suo organo di stampa L’Italia del popolo.