Brasillach come Chénier salì sul patibolo per le sue idee

Posted on 24 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

A Frèsnes è l’alba del 6 febbraio 1945. Nei corridoi della prigione stillante, ampi e tetri, il condannato conta gli ultimi minuti. La domanda di grazia, firmata da François Mauriac, Albert Camus, Jean Cocteau, Paul Valery, Paul Claudel, Sidonie Gabrielle Colette e da trenta Accademici di Francia, è stata seccamente respinta dal generale “alleato” Charles De Gaulle. “Arrivederci Béraud, Comballe”. A Montrouge lo legano al palo, egli sorride. Grida “vive la France!”, con lo sguardo nel sole, si puntano i fucili, l’ufficiale ordina il secco “feu!”, undici proiettili lo crivellarono.

Robert Brasillach, scrittore, poeta e critico, era nato a Perpignan nel 1909. Entrato giovanissimo nel giornalismo con Charles Maurras nel 1932, come titolare della rubrica letteraria dell’Action française. S’interessò di cinema, componendo un’opera storica (Histoire du cinéma, con Maurice Bardèche, 1935), di teatro, per il quale scrisse La reine de Césarée, si diede al romanzo, prima con Le voleur d’étincelles (1932), limitandomi ai principali, poi con Le marchand d’oiseaux (1936) e con Comme le temps passe (1937). Fascista convinto, di formazione umanistica e cattolica, maturatosi nel vivacissimo clima dell’antipositivismo francese, dai contorni spiritualisti, volontaristi e attualisti, nella temperie accesa, livida e settaria della Resistenza, fu accusato di collaborare coi tedeschi occupanti, ma in realtà la sua attività politica si era limitata alla pubblicazione di articoli di giornale; la cosa  gli costò alla Liberazione il processo e la condanna a morte mediante la fucilazione, nonostante, con una memorabile arringa l’avvocato Jacques Isorni, si fosse sforzato di dimostrare solo la sua  colpevolezza di reato di opinione.

“No, camerata Brasillach – con questa lettera postuma volle ricordare alla Spagna e all’Europa il giovane giornalista J.L. Gomez Tello, premessa all’edizione dei Poemi di Frèsnes – non solo a te hanno posto le catene nella mostruosa prigione di Frèsnes, quelle  catene le portiamo tutti alle caviglie dal 1945. Noi, una gioventù come mai ne è esistita altra, la gioventù di Europa che cadde con Erwin Rommel, con Léon Degrelle a Derenkowez, con Rodolfo Graziani in Africa, una gioventù sacrificata nei cento giorni dell’accerchiamento di Francoforte, nei tre mesi dell’assedio di Koenigsberg, caduta difendendo Stalingrado e Roma, travolta nella lotta eroica al metro di Berlino e fra le macerie di Colonia, immolatasi a Parigi, caduta fucilata con Carlo Borsani, noi abbiamo il diritto di invidiare la tua morte. Tu sei morto quando tutto era bello e puro e fresco, come la primavera dei soldati dell’Europa, alzata come una nube rossa sui carri armati e sui cannoni. Ti fucilarono perché eri entusiasta, impetuoso, sincero e violento, come il mondo che desideravamo costruire. Noi in un mondo vecchio e codardo siamo fucilati ogni giorno. Sai, Robert, fucilato per aver creduto nell’Europa di Carlo Magno e di Roma, che domani forse dovremo morire per l’Europa dei mercanti e dell’oro? Tu hai visto morire sotto le raffiche i fanciulli tedeschi combattenti contro i Senegalesi in difesa della patria, tu hai visto a S.Maria Novella i giovani squadristi morire col braccio alto e al grido Mussolini! sulle labbra. È bello morire così, è bello pensare che a questa Europa che non è né quella di Strasburgo né quella di Stalin, noi possiamo offrire le stille del sangue di Brasillach, che il suo difensore ha raccolto su di un foglio di carta.”

Testimonianza di traboccante umanità e d’incrollabile fede nelle idee, i Poemi di Fresnes, scritti con una “penna stridente in una cella / dove l’umidità gocciola di continuo” con “il parco di Sceaux all’orizzonte / la via dei pellegrinaggi, i pioppi, le case”, mentre “un fischio nel corridoio / uno spioncino che si apre nella porta / un carro che riparte / una ciotola che ci vien portata / sembrano rumori che si alzano da un porto” costituiscono una limpida e commossa confessione poetica dell’uomo, incalzato da un inesorabile destino di morte. I desideri nel travaglio dell’imminenza del verdetto già scontato si smorzano e si riducono all’essenziale: “O Signore, noi non desideriamo niente / solo gli amici, la giovinezza, i giochi dei fanciulli / la casa il mare la Senna e i libri”. La vita già gli sfugge dalle mani: “La mia vita è un uccello nella rete del cacciatore / ecco l’ultimo atto, l’ultimo secondo”, ma non dispera mai: “ciò è impossibile alle promesse del mondo / resta ancora possibile a voi solo, Signore”.

Tuttavia, “l’uccellatore si avvicina col suo sacco in mano” e, quando la morte di Robert è ormai decisa, le immagini e le parole sembrano contrarsi: “Ho passato questa notte sul Monte degli Ulivi / ne ero forse indegno, dopo di voi, o Signore? / Non lo so, ma la catena era pesante ai miei piedi / ed io sudavo, come voi, il mio sudore” e velarsi di cupa disperazione umana: “Vado verso Getsemani / durante tutta la notte oscura / la notte e lunga e dura / la notte che precede l’agonia / il sudore cola dal mio corpo / il sangue sfugge dalle mie vene”. Eppure, la fede nella redenzione celeste non lo abbandona mai: “Tutto è possibile quando voi volete, o Signore / il catenaccio viene tirato sulla soglia della prigione / il fucile si abbassa davanti al bersaglio / i morti già pianti escono dal sepolcro”.

L’amaro rimpianto di una vita breve, ma intensamente vissuta, e il solitario colloquio con la morte, che s’appresa, non sono tutto. C’è nei versi di Fresnes la descrizione inquieta dell’angosciosa e terribile pena del prigioniero “con la catena ai piedi / dietro enormi chiavistelli / di tutti i prigionieri del mondo / che sono tutti uguali / e vanno marciando al passo / con le spalle curve sotto il peso del destino dell’uomo”, di quelli passati “i loro nomi sui muri muffiti / già si cancellano / hanno sofferto e sperato / talvolta moriva tra queste mura” e di quelli presenti “Buon Natale ai ragazzi in cella / Natale dietro le sbarre / Natale senza albero e senza allegria / Natale senza fuoco e senza doni”; la sua personale sofferenza “Non ho mai posseduto gioielli / né anelli, né catenelle ai polsi / ma ora mi hanno messo la catena ai piedi”; il tormento di vivere “dietro le sbarre” cancellando i giorni sul calendario “ad uno ad uno”.

Idealmente si collegano nei Poèmes de Fresnes tre componimenti sublimi: il Canto per Andrea Chénier, ghigliottinato dai giacobini più esagitati nel 1794 “Nel cuore l’ultimo canto di Orfeo / te ne vai verso il patibolo / o fratello dal collo mozzato / tu sognavi nelle notti nere / un’alba ancora che t’illuminasse / per poter commuovere la storia / su tanti innocenti massacrati / è passato un secolo e mezzo / la stagione dell’uomo è ancora peggiore / ecco di nuovo i tempi di Andrea Chénier; il Giudizio dei giudici, un’accusa ai giurati, implacabili ed assetati di sangue, non di giustizia, e nello stesso un forte messaggio di fede, di coerenza e di coraggio per i giovani di Europa, artefici un giorno della resurrezione e del riscatto: “Quelli che partono con le mani legate, cui è negato un nuovo giorno / quelli che cadono all’alba, legati al loro palo / quelli che lanciano un ultimo grido al momento di perdere la pelle / questo formeranno un giorno l’Eterna Corte di Giustizia”; infine, il Testamento di un condannato,  stilato nella convinzione che le idee non muoiono, per cui la guerra combattuta per una causa giusta deve continuare con lo slancio di quelli che la cominciarono: “Ma ecco soprattutto, o fratello mio / il coraggio della giovinezza / lascio a te il meglio / i diciassette anni, la nuova alba / i colori del mattino avanzato / A voi fratelli / camerati dei fili spinati / ecco le nostre nevi sul campo / ecco le nostre speranze di esuli / le nostre lunghe attese / la nostra limpida fede / Solo che non mi si può strappare / l’amore e il gusto della terra / la fiducia dei miei fratelli / e sempre il pensiero dell’onore”.