IL TERZO MILLENNIO – Note di cronografia storica

Posted on 16 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

È fin troppo facile intuire quanto sia convenzionale, ma obiettivamente necessario, ogni qualsivoglia sistema di misura. La metrologia, sin dai tempi antichi, è stata introdotta per soddisfare bisogni concreti, per utilità pratiche di vita quotidiana, per necessità militari, politiche, economiche, ed è cambiata innumerevoli volte; ancor oggi, sono centinaia i sistemi di misura in vigore nel mondo. Eppure, pur essendo pienamente consapevoli di applicare un criterio convenzionale, quando misuriamo il peso di una mela o l’altezza di un muro, abbiamo la netta percezione sia dell’operazione che stiamo compiendo, in quanto rientra nell’ambito delle dimensioni tecnicamente e razionalmente verificabili, sia dell’oggetto che stiamo misurando, per il semplice fatto che lo vediamo, lo tocchiamo, persino lo modifichiamo. Ma, quando si tratta di misurare il tempo, allora anche l’oggetto della misurazione ci sfugge: avvertiamo solo che stiamo quantificando un’entità che non vediamo se non per i suoi effetti, le sue conseguenze. Tuttavia, anche in questo caso, le esigenze della vita sociale, del nostro vivere quotidiano ci impongono di attribuire una dimensione ad una categoria dello spirito, ad una cosa che non esiste al di fuori di noi, ma prende corpo in noi come una valutazione soggettiva, arbitraria ed estremamente condizionata da fattori esterni.

La riflessione sul tempo è stata oggetto del pensiero filosofico già nei cosiddetti  presocratici. Talete afferma che “il tempo ritrova tutte le cose” (fr.2.1.130 Diels), immaginandolo come un un guardiano eterno del cosmo che lo può controllare in tutti gli attimi, i secoli ed i millenni che si susseguono indefinitamente; Pitagora collega il tempo col movimento degli astri (fr.96 DK) ed Eraclito sostiene che il mondo non è generato nel tempo, ma nel pensiero (fr.1.10.6 Diels), stabilendo così una netta antitesi tra chronos e dianoia, l’uno risultante dalla successione di fasi e periodi, l’altra consistente nella razionalità atemporale; ancora Eraclito, come è noto, ritiene che non si possa “entrare due volte nello stesso fiume” (fr.4 DK), in quanto già un attimo dopo il fiume è diverso non per una qualità innata nel fiume che scorre e muta, ma perché il tempo nel suo divenire perpetuo lo fa cambiare. Con Platone, senza dubbio, si va precisando e fissando il concetto di tempo, considerato (Tim., 37-38) l’ “immagine mobile dell’eternità…che procede secondo il numero” , eternità che per sua natura è sempre immobile e presente, mentre il passato e il futuro possono essere appannaggio solo degli esseri che procedono da una generazione all’altra. Il contrasto tempo-eternità introdotto da Platone risulta di estremo interesse e sembra risolvere un problema antico posto già da Parmenide (fr.8 DK) che, escludendo il passato e il futuro , considerava il tempo un “entità eternamente presente” e da Melisso (fr.1-2 DK) che lo giudicava “ciò che sempre fu e ciò che sempre sarà”, escludendo in tal modo il presente che non trova più spazio tra l’eternità del passato e l’eternità del futuro; in altra occasione (Parm.,150 seg.), stabilendo un’analogia tra i numeri, ognuno dei quali ha antecedenti e seguenti, Platone sostiene che ogni uomo ha uomini che lo precedono ed uomini che lo seguono per età, in quanto “partecipa del prima, dell’ora e del poi, se partecipa del tempo”.

Tuttavia, colui che per primo nella storia del pensiero umano stabilì un rapporto chiaro ed inconfutabile tra tempo e numero fu Aristotele, il quale definì il tempo come “il numero di un movimento secondo il prima e il poi” (Fis.,219), movimento che, tuttavia, non è ancora un dato oggettivo delle cose, ma vi è impresso dall’anima che le conosce. Un posto di rilievo occupa la concezione del tempo nel pensiero degli stoici come Zenone, Crisippo, Apollodoro, ma spetta a Seneca il merito di aver indugiato più di tutti i dotti dell’antichità sul concetto di tempo, traendo interessanti conclusioni dalla fisica classica. Secondo il pensatore latino, il tempo in sé si divide nelle tre dimensioni ormai canoniche di passato, presente e futuro (Brev. 10: quod fuit, quod est, quod erit); in rapporto all’uomo, esso è incerto (il passato), breve (il presente), dubbio (il futuro) e col suo movimento sorprende le persone che, a loro volta, si muovono attraverso il tempo (Ep. 49), come una lunga carovana che avanza inconsapevole verso il suo destino di consunzione e di morte (Ep. 99).

Una svolta radicale la registriamo in Agostino, che come è noto, ebbe sul tempo un’intuizione geniale, destinata a grandi sviluppi nella filosofia moderna. Una volta fissato il principio che Dio è creatore di tutte le cose e che tutte le cose debbono essere ricondotte al suo creatore, il tempo avrebbe rischiato di rimanere fuori, avendo tutte le caratteristiche di una categoria autonoma; ebbene, il pensatore cristiano, affermando che Dio e la creazione sono al di là del tempo, deduce che anch’esso è una creatura  di Dio; a questo punto, sorge la difficoltà di definire il tempo, che ad un esame puramente razionale non esiste, eppure noi lo sentiamo in noi, nella nostra mente, nel nostro animo; pertanto, il tempo, pur non essendo una realtà in sé, diventa tale nell’anima e nella memoria degli uomini, è l’anima che si crea questa realtà; esso, in conclusione, è una distentio animi (Conf. 11.26). Certamente, l’uomo (in particolare lo scienziato) di oggi conosce molte più nozioni sul tempo, specie dopo l’elaborazione della teoria della relatività da parte di Albert Einstein, ma non è certamente casuale che alcune intuizioni di Seneca e di Agostino sulla dimensione tutta interiore del tempo siano entrate nella filosofia del Novecento, in particolare nel pensiero di Henri Bergson e di Martin Heidegger.

 

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E’ dalla definizione aristotelica, tuttavia, che è nato il computus, termine scientifico della disciplina che misura il tempo. La misurazione del tempo nel mondo antico, in rapporto alle esigenze, era certamente piuttosto approssimativa. Gli uomini di due o tremila anni fa facevano a meno dell’agenda e del calendario (vivendo forse meglio di noi sotto questo punto di vista), ma non potevano fare a meno di calcolare il tempo: la guerra di Troia durò (più o meno) dieci anni ed altrettanti ne impiegarono gli eroi greci per tornare a casa; i giorni di Ulisse, quando era trattenuto suo malgrado da Calipso, non passavano mai; i capi di governo stabilivano gli anni della durata di una tregua o di una pace; i poeti si auguravano di vivere sessanta o ottanta anni, Orazio esortava l’amata a cogliere l’attimo fuggente, Seneca ammoniva a far buon uso del tempo…

Anzi, per avere un’idea di quanto fosse complessa e problematica la nozione di tempo presso gli antichi, basti pensare che la civiltà greca disponeva, per esprimere quel concetto,  di almeno quattro parole: aiòn lo definiva nella sua dimensione atemporale (vita, secolo, epoca); chrònos indicava, invece, il tempo nella specifica relazione del prima-dopo, determinato o continuato che fosse; hòra rappresentava il periodo, la dimensione iterativa, ciclica, la stagione; kairòs, infine, era il momento opportuno, l’occasione da non perdere, il tempo colto nel suo manifestarsi proprizio, in una puntualità irripetibile; la giornata era approssimativamente divisa in alba, mezzogiorno, sera, notte; la divisione in settimane non esisteva, ma i mesi dell’anno e le stagioni sì (primavera, estate, inverno, poco avvertito l’autunno); quanto alle datazioni, si utilizzava come punto di partenza della cronologia ufficiale, la data della prima olimpiade (776 aC) ed il nome dell’arconte eponimo in carica in quel determinato anno. Nella cultura latina, segno di maggiore concretezza e semplificazione, la parola tempus accentrava un po’ tutti questi significati, equivalendo in molti casi ad aetas e ad aevum, che designavano il periodo, l’epoca, mentre hora indicava l’ora della giornata, divisa appunto in dodici ore diurne e dodici notturne, non si aveva nozione della settimana (introdotta in periodo medievale), invece contavano i mesi ed i giorni di essi; quanto alla data di partenza per il computo ufficiale degli anni, i Romani si rifacevano alla fondazione dell’Urbe, la cui data convenzionale era il 753 aC. L’avvento del Cristianesimo (dopo qualche secolo, ovviamente) costituì una rivoluzione anche in campo cronografico in quanto, a partire dal declino definitivo di Roma (V sec dC), si cominciò a datare gli avvenienti non più dalla fondazione di quest’ultima, ma dall’anno della nascita di Cristo, chiamato variamente anno della salvazione, della redenzione, del parto della vergine,  di nostro Signore.

A questo punto, mi pare che non si possa procedere, senza cercare di precisare un dato che sembra fuori discussione e per nulla controverso, l’anno della nascita di Cristo. Le date convenzionali (anno zero, 1 aC, 1 dC) sono tutte e tre infondate, in quanto l’anno zero non esiste, poi vedremo il perché; l’1 aC è improponibile in quanto Gesù non può esser nato prima di nascere; l’1 dC è illogico, perché il nostro salvatore non può esser nato già di un anno di età. Ma, ad escludere queste tre date, a parte ogni possibile banalizzazione di un evento che è quanto mai serio e gravido di conseguenze positive, sono le testimonianze contenute nei Vangeli e negli storici. Innanzitutto, l’apparizione della stella cometa in Oriente, cui si riferisce Matteo (2,1-10), non è stata mai convalidata dalla ricerca scientifica come avvenuta in quegli anni fatidici. Poi, la morte di Erode, datata con certezza nel marzo del 4 aC, fa escludere la nascita di Cristo negli anni immediatamente successivi, atteso che Matteo (2,1) e Luca (1,5) sostengono che, al momento della nascita di Gesù, Erode era purtroppo vivo e vegeto. Ancora, il censimento effettuato quando Cirino era governatore della Siria è un dato storico riferito con estrema chiarezza da Luca (2,1-3), ma nell’elenco dei governatori della Siria in quegli anni Cirino non risulta. Sappiamo, invece, con certezza che un censimento della Giudea fu effettuato nel 6-7 dC proprio da Cirino, governatore della Siria.

Sono lo storico Flavio Giuseppe (Ant.Iud. 18.2.26) e un’iscrizione (ILS 2683) ad attestare questo censimento, facendo intendere che era il secondo dopo pochi anni dal primo; tuttavia, Luca (2.1.2) parla solo di un primo censimento (prote apografè, descriptio prima). Tertulliano (Adv.Marc. 4.19) fissa la data della nascita di Gesù negli anni 9-6 aC, sotto Sentio Saturnino, governatore della Siria, datazione che coincide con i riferimenti evangelici sulla figura di Erode vivo, ma non sull’unico censimento, né tanto meno sull’apparizione della cometa in concomitanza dello straordinario evento della natività. Il dubbio sulla data di nascita di Cristo continua a sussistere, oscillando essa tra il 6 aC (più probabile) ed il 6 dC (meno probabile), né sembra possibile cercare certezze nei Vangeli, visto che le testimonianze degli evangelisti sono in proposito quanto mai vaghe e contraddittorie. Come si è visto, solo Luca parla del fantomatico censimento di Augusto, solo Matteo della fantasiosa apparizione della stella cometa; entrambi fanno riferimento ad Erode vivo, ma nessuno dei due si rende conto che i due eventi cui rispettivamente accennano sono tra di loro incompatibili.

Eppure, la storia non può fare a meno di certezze, in mancanza delle quali, si ricorre a convenzioni, come si è cercato di spiegare. Tuttavia, queste ultime sono costruzioni a posteriori e, di conseguenza, non sono esenti da errori. La datazione moderna ha una data di nascita precisa, il 532 dC, quando un monaco teologo e matematico originario della Scizia (od.Russia sud occ.), ma stabilitosi a Roma, di nome Dionigi il Piccolo (Dionysius Exiguus), incaricato dal papa Bonifacio II, procedette alla sincronizzazione dell’era cristiana con gli altri sistemi di computo in vigore a quel tempo (romano pagano, greco-bizantino, arabo), stabilendo che la nascita di Cristo era avvenuta il 25 dicembre dell’anno 753 di Roma. Ma commise due errori: primo, dimenticò l’anno zero, ed in questo potrebbe essere scusato, in quanto lo zero allora non esisteva né come segno, né come cifra, essendo stato introdotto nella cultura occidentale da Leonardo Fibonacci, più noto come Leonardo Pisano, che nel suo Liber Abbaci (1202) lo derivò dall’arabo zifr, latinizzato in zephirum e diventato prima zevero e poi zero nei testi in volgare; secondo, sbagliò nel far nascere Cristo in una data che la ricerca storica non ha potuto confermare.

Le cose non cambiarono con la riforma del calendario attuata nel 1582 da papa Gregorio XIII, il quale si limitò ad eliminare una decina di giorni per riportare in linea solstizi ed equinozi che, a causa di un piccolo scarto di ore contenuto nel calendario giuliano (Giulio Cesare), ancora in vigore, nel quale era stato inserito l’anno bisestile, ma si era ritenuta trascurabile una differenza tra la durata approssimativa (365,250) e la lunghezza reale (365,242) dell’anno, ragion per cui si erano registrati alcuni giorni di troppo; il papa stabilì anche, per evitare che l’errore si ripetesse, criteri nuovi per determinare gli anni bisestili, escludendo che fossero considerati tali gli anni dei centenari non divisibili per 400; in tal modo, si sarebbe avuto un giorno di scarto dopo ben 4000 anni;  tuttavia, continuò a far iniziare l’era cristiana dall’1 dC, passando direttamente, senza considerare lo zero, come avrebbero voluto le regole di matematica, dall’1 aC all’1 dC, e replicando pedissequamente l’errore di Dionigi (753 di Roma). D’altro canto, il cosiddetto anno zero non avrebbe trovato posto nella series annalistica, che annoverava i consoli dei singoli anni secondo la continuità numerica e cronologica 753…754…755, ecc. Sarebbe stato corretto assumere il 754 di Roma come primo anno della vita di Cristo e, quindi, come anno zero; alla fine di quell’anno sarebbe potuto iniziare l’1 dC, cioè il 755 di Roma, quando Cristo aveva effettivamente un anno. Infine, c’è da dire che l’astronomo Giacomo Casini nel 1740, in pieno illuminismo e scientismo, per dare razionalità e sistematicità ai calcoli degli storici, inventò di sana pianta l’anno zero, facendolo forzatamente coincidere con l’anno 1 aC; di conseguenza i calcoli astronomici (teoricamente esatti) divergono dal computo storico (che è reale ma non esatto).

 

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Tanto premesso, passiamo a considerare il millennio, che è un periodo di 1000 anni, cosa sulla quale nessuno potrebbe dissentire. Ma non tutti la pensano allo stesso modo sulla questione non proprio peregrina dell’inizio e della fine di esso. E’ bene intendersi su un punto fondamentale: l’estrema convenzionalità della misurazione del tempo potrebbe dare l’impressione che si tratti di una tipica disputa bizantina. Se noi dicessimo di trovarci nel 2340 o nel 3700 non cambierebbe perfettamente nulla: dovremmo ugualmente riscuotere lo stipendio ogni mese, pagare le bollette del telefono e della luce ogni due mesi, versare il canone televisivo ogni anno, rinnovare la patente o la carta d’identità ogni cinque anni e via dicendo; la nostra vita non cambierebbe di una virgola. Basti pensare che nel mondo coesistono una quarantina di sistemi di computo diversi: ad Istanbul gli epigoni della cultura bizantina oggi sono nel 7509, i cinesi di Pechino sono convinti di vivere nel 4637, in India (Saka) nel 1922, in Arabia nel 1421, ad Israele nel 5761; e si tratta di popoli che, se pur vivono diversamente da noi, questo non dipende certo dalla anno segnato dal loro calendario. Eppure, un po’ di coerenza ci dovrebbe essere. Invece, l’uomo massificato e intontito dall’orgia mediatica ha dovuto sorbirsi due inizi di terzo millennio, due festeggiamenti, doppia strumentalizzazione pubblicitaria, doppie bugie. Alla fine del 1999 si disse che il terzo millennio sarebbe cominciato il 1° gennaio 2000 e la cosa sembrò essere assodata, udito il parere di dotti togati e porporati, anche perché sembrava più esaltante che il Giubileo aprisse il nuovo millennio con nuove, ingenue ed ottimistiche aspettazioni di pace e di comprensione umana, che (ahimé!) non si sono viste neanche col binocolo. Poi, finito il 2000, si cominciò a sentir dire che il 1° gennaio 2001 si sarebbe dischiuso il terzo millennio e, all’insegna di questa gaia prospettiva, è stato festeggiato l’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio. E così, si è finito per confondere le idee.

Giovanni Godoli sul Giornale del 30.12.1999 scrisse: “Se considerassimo gli anni come elementi discreti, analoghi a sassolini, dovremmo fissare l’inizio del terzo millennio alla mezzanotte del 31 dicembre 2000. Ma faremmo un grosso errore. Il tempo, infatti, è una grandezza fisica continua il cui scorrere non può essere conteggiato come se fosse costituito da elementi discreti”. Già questa affermazione non è del tutto convincente, in quanto, una volta assunto un sistema di misura, che è l’anno, questo non può essere che un elemento discreto, indipendentemente dal punto di partenza; se poi questo è noto in quanto tale o assunto come tale, il computo è solo un calcolo aritmetico. Ma ancora più strana è la conclusione alla quale egli perviene dopo aver esposto la serie di errori commessi nel corso degli anni per fissare una datazione precisa: “Se si volesse iniziare il terzo millennio con il bimillenario della presunta nascita di Cristo, dovremmo attendere il 2001; se invece vogliamo attenerci ad una corretta numerologia, pur con la consapevolezza che a causa dell’errore storico ai primi due millenni manca un anno, dobbiamo affermare che il terzo millennio inizierà il 1 gennaio 2000″. Ebbene, all’esimio scienziato, quando afferma ciò, sfugge che proprio basandoci sulla numerologia il secondo millennio è finito a mezzanotte del 31 dicembre 2000, in quanto l’1 dC (benché frutto di errore) fa già parte della numerazione che da esso inizia e procede per decadi, centinaia e migliaia; ne consegue che il primo millennio va dall’1 al 1000 (compresi); il secondo dal 1001 al 2000 (compresi), il terzo dal 2001 al 3000 (compresi). Che se dovessimo calcolare l’anno zero come inizio della serie, allora addirittura il secondo millennio sarebbe già finito il 31 dicembre 1999. Molto più attendibile mi è sembrata in proposito la posizione assunta dall’Osservatorio di Greenwich che nella Conferenza di Washington del 1884 ebbe il compito di certificare il tempo nel mondo; secondo l’autorevole ente non ci sono dubbi: l’inizio del terzo millennio è caduto il 1° gennaio 2001. Se la psicologia collettiva, la suggestione del nuovo, la fretta tutta umana di anticipare gli eventi, una discreta dose di affarismo che si insinua in tutti i grandi avvenimenti della storia hanno fatto sì che nella sostanza il terzo millennio venisse festeggiato due volte, pazienza: sappiamo che così va il mondo. Ma non mi è sembrato fuor di luogo qualche precisazione in merito e, mi auguro, anche un po’ di chiarezza sull’argomento.