IL SANGUE DEI VINTI È MENO ROSSO

Posted on 16 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

A colloquio col figlio del caduto ten. pilota Roberto Salvi

 

In un’assolata mattina di settembre, egli mi ricevette nello studio, con sincera gentilezza e contenuta letizia, in una villetta della periferia di Teano. Gli avevo preannunciato questa visita e, dopo contatti epistolari e telefonici, subito mi aveva mandato fotocopie sulla figura mitica del padre. Il figlio, medico, intorno alla settantina, come egli disse, ormai vicino alla pensione, era preciso nei ricordi, cordiale; mentre parlava, per qualche attimo colsi un silenzio naturale, tuttavia strano, pietrificato, lunghissimo, durato sessanta anni.

 

Nella prima lettera inviatami, il medico aveva esordito: “Mi meraviglio che qualcuno s’interessi a mio padre, un oscuro milite fascista, che la patria antifascista ha sempre ignorato; il sangue dei vinti è meno rosso”. In quello scritto, che mi fece provare pena e rabbia: dopo sessanta anni, la Repubblica Italiana, democratica ed antifascista, nonostante gli appelli lanciati in tal senso da personaggi politici, dal presidente Ciampi, dal sen. Violante, dal sindaco Albertini e da qualche isolato storico, come il giornalista Pansa, preceduto in verità da Giorgio Pisanò (troppo “fascista” per essere una voce che grida nel deserto), continua non solo ad ignorare, ma anche a denigrare, uccidere e linciare più volte la parte perdente, molto spesso pulita, nobile, eroica, sinceramente dedita alla Patria.

Personalmente, non ci conoscevamo. Eppure, in quello studio, egli, scavando nella memoria, su mie sollecitazioni, quando studiò nel vetusto e glorioso regio classico “Tommaso di Savoia”, si ricordò di mio padre, avendolo avuto insegnante d’educazione fisica; poi, di mia sorella, quasi coetanea; allora erano non moltissimi gli alunni di quella rinomata scuola e, sia pure in classi e corsi diversi, si conoscevano tutti; si ricordò d’altri nomi, di fisionomie, di docenti, di vari valenti professionisti degli anni Cinquanta, un’epoca straordinaria ed indimenticabile…

Il medico Lucio Salvi aveva appena nove anni, quando il padre Roberto cadde nel Bergamasco, sulle Prealpi milanesi, era la primavera del 1945, ma di lui ricordava proprio poco, in quanto egli era partito per la guerra ancor prima alla fine del 1940. Eppure, aveva raccolto notizie, fotografie, lettere (indirizzate ai genitori, ovviamente), giornali dell’epoca e fogli di Combattenti e Reduci; nella sua intera vita aveva coltivato, con profondo amore e struggente nostalgia, che gli hanno consentito di considerarlo ancora vivo che, tutto sommato, sarebbe stato novantenne.

Roberto nacque il 13 dicembre 1915 da Mario (un combattente della Grande guerra, un fascista irriducibile, che nel clima torbido negli anni della caccia alle streghe, fu arrestato ed internato nella Certosa di Padula dagli americani in quanto “fascisti criminali”, in compagnia di una dozzina di veri galantuomini, tra cui gli avv. Edilio Borgia, e Giulio Gaglione, il giornalista Silla Reale, l’ing. Enrico Saccone, i gerarchi Luigi Di Muro, Salvatore Mottola,  Emilio De Pascale) e da Carmela Delle Femmine.

Compiuti gli studi medi e superiori nel predetto regio ginnasio-liceo “Tommaso di Savoia” (ivi ebbe come compagni di scuola Giuseppe Caiati, Assunta Della Valle, Mario De Felice, Anna Mascolo, Achille Pozzuoli, tutti diventati famosi), ivi conseguì il diploma di maturità classica nel 1935. Desideroso di realizzarsi pienamente, quasi nello stesso tempo frequentò il corso di sottotenente di carriera nell’Aviazione Militare a Grottaglie (Ta) e s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli. Vinto il concorso, fu assegnato pilota e conseguì la laurea in Legge nel 1940; comunque, preferì intraprendere la carriera di pilota militare.

Allo scoppio della guerra, facendo parte del Gruppo “Terracciano”, prese parte alle più ardite azioni dell’arma (Punta Stilo, Sidi el Barrani, Alessandria), distinguendosi per capacità ed ardimento. Dopo il nefasto 8 settembre 1943, scrisse una lettera al padre, della quale riporto una parte:

“Montescudaio, 19 settembre 1943. Caro papà, mamma cara, dopo molto peregrinare, sono arrivato qui. Non sono scappato né ho dismesso la divisa; sono rimasto al campo col cuore schiantato da tanto disonore. Non ho avuto un istante di dubbio: solo col sangue potrà essere lavata tanta ignominia. Un giorno, papà, ti dicesti che, se noi avessimo desistito dalla lotta, sarei andato con i tedeschi; e tu non mi disapprovasti. Di’ alla mamma che cerco nella guerra quella dignità che altri infangarono col tradimento. Se fossi scappato, sarei diventato un mascalzone; poi, ho avuto paura di essere debole di fronte al vostro affetto, che mi avrebbe distolto dalla via dell’onore. Io sono felice di andare a combattere per la Patria. Voi siate fiduciosi, io ritornerò, vi bacio tutti caramente. Roberto”.

Dal suo diario, apprendiamo che il 25 gennaio 1944 partì per il fronte russo, un’avventura. Giunto in Germania, i famosi F81, erano pezzi di archeologia, tutti soffrivano la fame, la posta non arrivava. Era prossima la partenza della sua squadriglia; l’aereo si impuntò, era il giorno di Pasqua (9 aprile 1944), finalmente partì; subito un’avaria, un atterraggio di fortuna in Polonia. Ripartito Roberto verso l’Ucraina, i motori rifecero le bizze; atterrò in un campo arato. Dopo tre giorni, arrivò in Russia; gli aerei, senza pezzi di ricambio, erano inservibili. Da lì, in carro bestiame, ritornò in Germania, alla fine di aprile arrivò al Brennero, finalmente in Italia.

Qui, non ebbe esitazione ad aderire alla Rsi, dopo la disfatta della gloriosa aviazione fascista, si arruolò nel corpo degli Alpini, assumendo il comando di un battaglione di Brigate Nere, dislocato, presso Alzano, in provincia di Bergamo, in precisione nella Valle Seriana. Ai primi dell’aprile del 1945, i “Mongoli” (in realtà Azeri, originari dell’Azerbajdzan), ingaggiati dai Tedeschi con la consegna di contrastare la guerriglia partigiana, alcuni rimasero al fianco dei nazi-fascisti, altri, nel tentativo di fuggire, si trovarono di fronte alle Brigate Nere che, nel corso di una legittima azione punitiva, vedendo l’inferiorità numerica, intimarono loro di arrendersi. I disertori finsero di arrendersi e nell’avvicinarsi,  tenendo nascoste pistole e mitra, aprirono il fuoco. Capito l’agguato, Roberto ordinò ai commilitoni di rispondere al fuoco. Quasi tutti i brigatisti si salvarono, tranne Roberto, colpito al petto. Era la mattina del 13 aprile 1945, dodici giorni prima della “liberazione”.

L’ardito ed eroico caduto in un vile agguato, ottenne onorificenze non solo nel corso delle esequie, svoltesi a Bergamo (dove la salma riposa), ma anche dopo, quando fu proposta la decorazione con medaglia d’oro con la seguente motivazione: “All’invito del comandante di non esporsi eccessivamente, rispondeva con nobili parole di completa dedizione alla causa e si lanciava all’assalto; colpito a morte da una raffica di mitra, ai suoi uomini accorsi per aiutarlo raccomandava di resistere a tutti i costi. Il reparto resistette e si salvò”. Non ci fu il tempo di decretare la decorazione.

Il medico, alla mia domanda come abbia accettato il destino crudele non solo negli anni immediati, ma anche nei decenni successivi, con pacata ironia ha risposto che, con la dignità e con la forza spirituale, gli uomini veri, anche in condizioni difficili, hanno la capacità di guardare con fiducia alla vita, alla professione, alla famiglia, conservando sempre un cantuccio non piccolo per il ricordo di un padre generoso e sfortunato che servì la Patria, nella quale credeva fin troppo, ed affrontò con dedizione la sorte crudele (inflitta da una masnada di vili sbandati) ed ingiusta (voluta da vari regimi, per natura faziosi e per elezione indisposti ad onorare gli eroi).