Nietzsche: nascita e morte della tragedia

Posted on 16 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Sul problema della nascita della tragedia greca si sono cimentati numerosi pensatori antichi e moderni, a cominciare dai Greci. Infatti, Aristotele per primo dedicò un certo spazio nella sua fondamentale “Poetica”, suscitando una mole ingente di interpretazioni e congetture. Per l’estrema notorietà della concezione dello Stagirita, preferisco rimandare a qualunque aggiornato manuale di letteratura greca, che tratta con ampiezza e precisione la dibattuta questione. Poi, Teofrasto di Ereso ci lasciò la definizione della tragedia come una “peristasis  del destino  eroico”. Aristofane di Bisanzio si adoperò a comporre le trame delle tragedie (ypotheseis); Dionigi di Alicarnasso indugiò nel “De compositione verborum” su aspetti musicali e metrici; l’Anonimo del Sublime, citando vari versi di tragedie, diede giudizi puramente estetici; tuttavia, costoro lasciarono cenni più o meno vaghi sulla genesi e sullo svolgimento del dramma tragico.

Negli autori latini, come è noto, non si evidenziò particolare attitudine alla speculazione filosofica e critica. Infatti, appena sfiorarono qualche aspetto del problema i poeti Virgilio (Georg. 2.380), Tibullo (2.1.53) ed Orazio (Poet. 220). Nel Medioevo e nell’Umanesimo, non fu prediletta la tragedia come genere e, meno ancora, la connessa problematica filologico-interpretativa. Nel Rinascimento fu scoperta e tradotta la “Poetica” aristotelica, ma stranamente non si preoccupò delle origini della tragedia Vincenzo Gravina né nella “Ragion poetica”, né nel trattato “Della tragedia”.  All’inizio del Seicento, l’umanista olandese Daniel Heinsius nel suo “De tragoedia constitutione” (Leida 1611), lasciò un profondo ed articolato commento della predetta “Poetica”.

Il primo ad affrontare il problema fu il famoso filologo tedesco R.Bentley (1698), secondo il quale la tragedia ebbe origine dai cori tragici di Sicione, donde derivò il dramma di Tespi, e spiegò il significato della tragedia dal capro (tragos), l’ovino inteso come premio del certame. Alla metà del Settecento, il nostro G.B.Vico, che fece riflessioni acute e rimaste famose sulla questione omerica, nella “Scienza nuova” (1744) impostò il problema della genesi del dramma tragico in chiave dionisiaca con tale lucidità che rimase insuperata, sia dai sostenitori sia dai detrattori, la teoria delle origini dionisiache della tragedia. Le pagine del pensatore napoletano contengono varie intuizioni che anticiparono le ipotesi filologiche del secondo Settecento e dell’Ottocento, l’irrepetibile stagione degli studi ellenici in Europa, quali l’origine dionisiaca della tragedia, sviluppata dal coro del ditirambo arioneo, la filiazione della commedia dalla tragedia, l’interpretazione della tragedia dal “canto di capri”, cioè di coreuti vestiti da capri. Per quest’ultima, riprese e confutò il maggiore (e forse l’unico) studioso latino di poetica classica,  il cantore venosino .

Sulla falsariga del Vico, il filologo germanico Ch.A.Lobeck (1829) ribadì la teoria dionisiaca, mentre il connazionale linguista K.O.Müller sostenne l’origine dorica della tragedia, considerando il nucleo del satyricon tespiano, ma poi lo sviluppo fu attico e conservò, in ogni caso, l’influsso del culto dionisiaco nel dramma mistico, derivato dal ditirambo, che celebrava la passione del dio (pathe e cori bacchici).

Soltanto F.W. Nietzsche ebbe il merito indiscusso di aver dato inizio alla fase sistematica degli studi sul problema delle origini della tragedia greca. Il suo saggio sulla “Nascita della tragedia” (“Die Geburt der Tragödie”, Basilea 1871) si collocò nel periodo della giovinezza o cd. filologico, che va dai preludi dal 1866 ai saggi del 1870-71 (“Das griechische Misikdram”, “Sokrates  und die Tragodie”, “Homer und die classische Philologie”, “Ueber die Philosophie in tragischen Zeitalter der Griechen”), periodo che coincide anche con l’incontro con Richard Wagner e Arthur Schopenhauer. In verità, gli studi sulla letteratura greca furono precoci, frutto degli studi filologici, che seguì a Bonn con F.Ritschel, poi a Lipsia studiò Teognide e Diogene Laerzio e nel 1869 ottenne la cattedra di filologia all’Università di Basilea e nella stessa materia fu proclamato “doctor honoris causa” dell’Università  di Lipsia.

Tuttavia, il saggio sulla tragedia non si fondò tanto sulla filologia, ma sulla letteratura greca e sulla filosofia romantica, penso alle intuizioni dello scrittore tedesco A.W.Schlegel (la teoria della funzione politica del coro) e del filosofo A.Schopenhauer (l’esame filosofico dell’arte) e del compositore R.Wagner, al quale dedicò la “Geburt” (connessione tra musica e poesia),  dei quali Nietzsche  sviluppò con fervida fantasia alcune idee interessanti,  colte in nuce nelle loro opere.  Il concetto fondamentale è l’evoluzione della civiltà greca come frutto dell’opposizione  dialettica  tra l’elemento apollineo e il dionisiaco. La  visione apollinea è plastica, verità sognata, contemplazione dello spirito calmo, sereno, misurato, regolato; l’essenza dionisiaca è commozione, turbamento, furia, eccitazione nell’oblio e abbandono ancestrale, trasgressione, follia. L’attimo apollineo (construens) produce immagini definite, armoniose, stabili, rassicuranti; l’impulso dionisiaco (destruens) conforma la sensibilità al caos dell’esistenza e causa la spinta ad immergersi nel disordine, sottraendosi con atto di rivolta al “principium individuationis”. Il mondo apollineo degli dei olimpici era il mezzo con cui i Greci sopportavano l’esistenza caduca dolorosa fatta di vita amore morte; il dionisiaco è la complementare antitesi angosciosa del dilemma del dubbio del tormento del senso orgiastico, misterico, tragico della vita. Apollo, il dio dei responsi  e della razionalità e, pertanto, raffigurato nell’iconografia con forme belle, equilibrate, canoniche (nomos),  non può a fare meno di Dioniso, il dio dalle sembianze  sgraziate e dalla natura sconcertante (physis): la serenità perpetua è irreale, motivo per cui la contraddizione e la smoderatezza si rivelano come antitesi in un rapporto dialettico di genuina derivazione hegeliana. In arte l’epica e la lirica era il momento apollineo, il ditirambo e la tragedia il momento dionisiaco. La musica sale dal profondo all’orecchio  e quando la parola imita i suoi ritmi diventa coro, invece il dialogo, parola semplice e trasparente è di natura apollinea; il coro medita sulle sofferenze (pathe) con passione ed intuizione e saggia verità, il dialogo riflette, dibatte, aspira alla conoscenza razionale del mondo. Col trionfo dell’uomo teoretico ad opera dei sofisti e, soprattutto, di Socrate, peraltro sin dall’età sua considerato tale, in realtà il dionisismo cercava di comunicare non ai fenomeni,  ma dietro ai fenomeni, nella gioia dell’esistenza, nell’ebbrezza genuina, ispirata entusiasta natura, che è istinto reazione sempre differente ed inaspettata (physis); già i primi sofisti Protagora e Gorgia le avevano opposto il nomos, la regola, l’uniformità, il canone, il principio di organizzazione. La democratizzazione (in effetti, la democrazia fu un’invenzione dei retori ed è strano che il razionalista Tucidide l’abbia sostenuta ed idealizzata) ed ancor più l’imborghesimento della società greca che, almeno per cinque secoli, era restata aristocratica, depositaria della physis, della tradizione, dell’arbitrio, della legge non scritta (nomos agraphos).

L’invadenza dello spirito teoretico uccise la tragedia, trasformata già con Euripide in dramma borghese, destinato a diventare commedia nuova, sua erede naturale della vocazione umanistica e filosofica. Da un lato, Euripide contaminò lo spirito dionisiaco con il socratismo e condannò a morte la tragedia, dall’altro, Socrate dai contemporanei, specie i discepoli Senofonte e Platone, fu esaltato come il martire della coscienza morale e della visione filosofica del mondo. La condanna di Socrate fu il subcosciente tentativo di frenare il sopravvento della razionalità e della riflessione introspettiva, il trionfo della ragione, della giustizia, delle norme, del “conosci te stesso”, suicida imperativo categorico dell’uomo teoretico, capace di comprendersi e di autodisciplinarsi mediante la conoscenza speculativa, la virtù morale, l’acquisizione dell’equilibrio individuale e sociale.

L’interpretazione di Nietzsche  risente naturalmente ancora del dissidio tra il classicismo (Apollo) ed il romanticismo (Dioniso), che durò in Germania più del resto dell’Europa. J.Ch.F.Schiller si indugiò a lungo sulle  considerazioni sul coro tragico nella prefazione della “Sposa di Messina”;  J.W.Goethe  nel “Prometeo” concepì una tipica creatura romantica, il titano “che soffre piange gode e gioisce”, per nulla affatto voluto tale da Eschilo; R.Wagner, in specie nell’opera “Wort-Ton-Drame”, intuì il nesso tra lo spirito della musica e la nascita della tragedia.

Le critiche alle intuizioni geniali ed anticonformiste del filosofo di Röcken negli ambienti filologici furono particolarmente acide e sprezzanti: la sua filologia fu definita “futurista”. Del malumore si fece interprete il famoso filologo Ulrich von Wilamowitz in un opuscolo, che uscì a Berlino l’anno dopo (1872) e, poco dopo, nell’introduzione del suo “Euripides Herakles” (1889), dove limitò molto la portata del problema posto dal filosofo tedesco e, pur di riaffermare, per ottuso preconcetto, il primato della filologia ufficiale sulla filosofia nel campo critico-letterario, addirittura riprese (anche se per confutarla) la spiegazione aristotelica, a cominciare dall’etimologia della parola “tragedia”. Tuttavia, numerosi studiosi subirono influssi, più o meno considerevoli, dalla suggestiva teoria nietzschiana; in particolare, anche in tempi recenti, furono convinti sostenitori del dionisismo W.Otto (“Dionysos”, Frankfurt 1933), H.Jeanmaire (“Dionysos”, Paris 1951), E.Dodds (“I Greci e l’irrazionale”, trad. Firenze 1950), K.Kerènyi (“Dioniso”, Torino 1976), M.Maffesoli (“L’ombra di Dioniso”, trad. Milano 1989).

Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque a Röcken nella Sassonia prussiana il 15 ottobre 1844 da un pastore protestante K.Ludwig e dalla figlia di un pastore protestante Franziska Oeheler. Quando il padre morì (1849), la famiglia si trasferì a Naumburg, dove il bambino crebbe in un’atmosfera religiosa e coltivò la poesia e la musica. Nel 1858 entrò nella scuola di Pforta, dove seguì una formazione rigorosa classica; quindi, per frequentare l’università passò a Bonn, poi a Lipsia, dove seguì il massimo filologo tedesco vivente F.Ritschel e strinse amicizia con il famoso collega E.Rohde. Laureatosi in filologia classica, nel 1867 compì il servizio militare in un reggimento di artiglieria a Naumburg, interrotto dopo un anno per una caduta da cavallo; così riprese gli studi filologici e, scrivendo la prima opera (sulle fonti di Diogene Laerzio), ebbe occasione di  conoscere R.Wagner. Nel 1869 fu chiamato dall’Università di Basilea per insegnare filologia classica, distinguendosi per conferenze sul dramma greco, su Socrate e sulla tragedia, sulla visione dionisiaca del mondo e cominciò a stendere la “Nascita della tragedia”, la sua prima vera e propria opera. Dopo vari saggi filologici e filosofici, ebbe l’ultimo incontro con Wagner a Sorrento. Ritornato in Svizzera, lavorò intensamente a “Umano troppo umano” (1878),  ma per le precarie condizioni di salute, si dimise dall’Università di Basilea, passando in Alta Engadina, poi a Riva del Garda, Venezia, Genova, Recoaro, e già nel cd. periodo italiano, si manifestò la malattia mentale di natura maniaco-depressiva.  Il soggiorno in Italia non poteva escludere Roma, Messina. Tuttavia, a Tautenburg terminò la “Gaia  scienza” (1882). Da Lipsia passò a Genova ed a Rapallo, ma nel frattempo si aggravò la depressione senza impedirgli di pubblicare  “Come parlò Zaratustra” (1885). Dopo la morte di Wagner a Venezia, cominciò ad alternare residenza (Sils-Maria d’estate, Nizza d’inverno); negli anni successivi, uscirono “Al di là del bene e del male” (1886), la “Genealogia della morale” (1887) ed a Torino concepì “Crepuscolo degli idoli” (1888), ”Anticristo”, ”Ecce homo” e “Ditirambi di Dioniso”. Per il crollo psichico-mentale,  fu ricoverato in clinica prima a Torino, poi a Basilea, infine ad Jena dove, assistito dalla madre e dalla sorella Elisabeth, morì il 25 agosto 1900. Uscirono postume a cura della sorella “Volontà di potenza” (1906)  ed ”Ecce Homo”(1908).