Il Mitreo di Capua Vetere

Posted on 16 aprile 2011 by alberto

 

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Gli uomini dei primi secoli dopo la venuta di Cristo avvertivano un forte bisogno di credere e, poiché la ragione non era capace di formulare una regola sicura di vita, le moltitudini accorrevano in templi in cui erano rivelate le pseudo-verità. I misteri orientali, in effetti, dando l’illusione di una profondità e di una certezza, rassi­curavano le coscienze. Essi si diffusero gradualmente dal basso, presentandosi alle coscienze della massa capaci di far recuperare alle anime la purezza perduta, mediante il rituale e le penitenze. Le abluzioni e le aspersioni con acqua consacrata e con il sangue di una vittima sacrifi­cale avevano l’effetto di rigenerare l’iniziato e di farlo rinascere. Anche la cd. “expiatio” si raggiungeva non più con riti graditi agli dei, ma con privazioni, astinenza, continenza, mortificazione della carne, prove dure e difficili che risol­levavano l’uomo caduto nel peccato e lo riconciliavano con la divinità. Il sacerdote, non più l’intermediario tra individuo e stato, divenne un diret­tore di coscienze, che possedeva il potere di avvici­nare gli uomini agli dei. I conviti sacri ed agapici mantenevano la comu­nione tra gli adepti delle varie sette, fossero esse di Cibele, di Mitra, di Baal. Tutti questi riti pretendevano di rivelare ai loro iniziati il segreto del con­seguimento dell’ immortalità beata, che superava e sostituiva le credenze, terrificanti e de­solanti, dell’aldilà pagano.

Anche a Capua si diffusero per tempo i culti di Cibele e di Serapide, per effetto dei traffici commerciali con l’Oriente; poco dopo, quelli di Iside e di Mitra, documentati da epigrafi e monumenti. Quest’ultimo, il dio persiano della luce, incar­nava tutte le virtù che un soldato romano potesse possedere: guerriero invitto, cacciatore astuto ed abile cava­liere, che seguiva un severo codice d’autodisciplina e d’onore. Il suo innegabile carattere solare lo ha fatto a lungo interpretare come dio-sole, mentre un più approfondito esame filologico ha portato di recente a considerarlo il dio dei patti, in particolare dell’amicizia tra gli uomini e dell’al­le­anza tra i popoli, per cui prende facilmente corpo una simbologia degli opposti (sole-luna, giorno-notte, bene-male, vita-morte, cielo-terra, destra-sinistra).

Il culto di Mitra era assai diffuso in Asia ma, anche se le prove della presenza del mitraismo nel mondo romano risalgono al 67 aC, quando Pompeo sconfisse i pirati cilici, soltanto nel I secolo dC il dio iranico cominciò ad avere largo seguito tra i soldati romani finché, nel III secolo, il mitraismo era probabilmente la re­ligione misterica più diffusa nei territori dell’impero. La prima menzione di Mitra a Roma è nel poeta Stazio; poco dopo Luciano, presentando Zeus afflitto per la concorrenza di altri dei, nomina Mitra tra i rivali più perico­losi, insieme ad Anubi ed Attis; infine, Plutarco lo dipinge nei “Moraliacome una specie di intermediario tra le forze del bene e del male.

Nonostante la popolarità del mitraismo, ben poco si sa dei suoi riti, in quanto gli iniziati dovevano giurare segretezza. Le immagini e le scritte trovate in numerosi santuari di tale religione contribuiscono, tut­tavia, a far luce sulla natura del misterioso dio. Secondo il mito mitraico, il dio Sole ordinò a Mitra di uccidere un grosso toro; egli cacciò, catturò l’animale e lo trascinò in una grotta, dove lo sacrificò a malincuore. Con quest’impresa, Mitra creò il mondo: infatti, quando il sangue del toro morente zampillò sulla terra, da essa scaturì la vita. Dipinti e rilievi raffigurano il grano che spunta dalla coda del toro, per simboleggiare Mitra che porta la vita sulla terra. Eppure, sono pre­senti anche le forze del male: un serpente cerca di bere il sangue della bestia sgozzata, ma il suo tentativo è vano e il bene trionfa. Dopo quest’impresa, il dio Sole e Mitra condivisero un banchetto sacro, costituito dalla carne e dal sangue del toro, dopo il quale Mitra ascese al cielo sul carro so­lare. I fedeli cre­devano che Mitra assicurasse la salvezza e la vita eterna, ma l’inizia­zione non era facile né aperta a tutti; infatti, gli uomini dovevano sottoporsi a prove durissime. Gli iniziandi ve­nivano con ogni probabilità bendati e forse anche marchiati a fuoco. Le inizia­zioni avvenivano in santuari simili a grotte, dove il rituale comprendeva un battesimo e un ban­chetto sacro di carne e vino, in ricordo di quello condiviso da Mitra e dal dio Sole. Una volta ammessi, i seguaci di Mitra si applicavano a seguire la disciplina spirituale e morale.  Alcuni autori cristiani, tra cui Giustino Martire e Tertulliano, si opposero energi­camente al diffondersi di questo culto, considerando non a torto l’eucaristia e il battesimo mitraici come parodie diaboliche delle pratiche cristiane. Nel IV secolo, il mitraismo scomparve in quanto, come molte altre religioni orientali, mentre ormai trionfava il cristianesimo.

Nell’autunno del 1922, durante i lavori di scavo, effettuati per con­solidare le fondamenta di un edificio privato, a S. Maria Capua Vetere fu scoperta una cripta stu­pendamente affrescata, dedicata al dio Mitra. Purtroppo, le infiltrazioni d’acqua e gli interventi non sempre tem­pestivi dagli anni Sessanta in poi hanno quasi irrimediabilmente compromesso gli affreschi di uno dei monumenti, fino a qualche decennio fa, meglio conservati del culto del dio persiano, risalente al II sec. dC. Esso consta di un vestibolo rettangolare, sottoposto di circa m. 4 al livello stradale, orientato in dire­zione sud-nord, lungo m. 9.70, largo m. 3.40 ed alto m. 3.30, che im­mette nell’aula cultuale vera e propria di pari altezza, orientata in dire­zione est-ovest, misurante m. 12.80 x 3.40; la volta a botte è dipinta a stelle, alternate rosse e blu, ad otto punte; sulla parete di fondo, ad occi­dente, si notano l’altare, co­stituito da un podio alto poco più di un metro, e il grande affresco semi­circolare (diam. di base m.3.40, alt. m.2.70) raffi­gurante Mitra che uc­cide il toro (Mitra tauroctono). Il dio, in costume orientale e col berretto frigio, è rappresentato nell’atto di immergere la spada nella cervice di un bianco toro; un cane, genio del bene, si avventa al collo dell’animale, un lungo serpente, genio del male, si lancia a lam­bire il fiotto di sangue che sgorga dalla ferita, mentre uno scorpione morde i genitali del toro; in alto a sinistra il sole, vicino al quale svolazza un nero corvo, emana un raggio che rende Mitra onnisciente e a destra la luna brilla di fioca luce riflessa; in basso la terra (Tellus con i capelli verdi) e il mare (Oceanus barbato con chele d’aragosta sul capo), di cui Mitra è padrone assoluto; ai lati, due dadofori, Cautes con la face alzata (sol oriens), Cautopates con la face abbassata (sol occidens). Lungo le pa­reti laterali si trovano i banchi per i fedeli, al di sopra dei quali si intrave­dono affreschi alquanto deteriorati, che rappre­sentano, sul lato settentrio­nale, i gradi dell’iniziazione, il mystes nudo ac­compagnato dal mystago­gus e dal sacerdote, il corriere del sole (heliodromus), Cautes, il soldato (miles) e, sul lato meridionale, Cautopates, lo scorpione, il miles con due torce, il mystes e il pater. Incastonato su questa parete si nota un piccolo bassori­lievo marmoreo, raffigurante Eros e Psiche, che per M.J. Vermaseren avreb­be un significato simbolico, in quanto l’amore illumina e guida l’a­nima nel suo tragitto verso l’aldilà. Dall’altare parte un canaletto che raccoglieva il sangue degli ani­mali sacrificati, convogliandolo in un pozzetto. Sulla parete orientale si vede la luna su una biga tirata da due cavalli. Il mitreo di Capua è uno dei pochi, che rechi la tauroctonia di Mitra in affresco, in quanto la maggior parte sono in marmo a bassorilievo.

Il culto di Mitra, come detto, si diffuse notevolmente in età flavia (69-96 dC), trovando terreno favorevole. Il principale veicolo di diffusione nell’impero romano fu l’esercito, ma anche i mercanti asiatici vi contribuirono; per questo mo­tivo, i monumenti di tale culto si trovano nelle località sedi di guarnigioni mili­tari, di porti e nei centri di grossi traffici commerciali; nel caso di Capua anche la presenza di gladiatori e marinai.  Da Girolamo apprendiamo che i gradi dell’iniziazione erano sette: corax (corvo), nymphus (crisalide), miles (soldato), leo (leone, animale sa­cro a Mitra, a dire di Tertulliano), perses (persiano), heliodromus  (corriere del sole), pater (padre). Nel numero dei gradi, che è lo stesso dei pia­neti tradi­zionali, si può individuare l’influsso astrologico mesopotamico, che pare una coloritura peculiare del mitraismo in occidente. Il culto di Mitra non era ostacolato dall’autorità politica che, come è noto, lasciava ai sudditi piena libertà religiosa; invece, era fortemente combat­tuto dagli apologisti cristiani, i quali giustamente vedevano in esso un’imitazione dia­bolica del cristianesimo. Alla fine, fu vietato da un editto di Teodosio (394).