MIO ZIO, UN RAGAZZO DEL NOVANTANOVE

Posted on 16 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese

 


Giuseppe Cannavò era il fratello (di circa dieci anni più) di mia madre, che lo adorava, pur essendo stati quasi sempre lontani l’uno dall’altra, per varie vicissitudini, talora felici, talora infelici. Da padre siciliano e da madre romana, nacque a Roma nel 1899, dove compì gli studi elementari e medi inferiori; poi, passò a Pisa, dove frequentò le scuole medie superiori e s’iscrisse nell’istituto Tecnico “A.Pacinotti”, fondato poco prima della riforma Gentile, conseguendo, dopo i quattro anni del corso matematico-fisico, brillantemente il diploma. A precisi diciotto anni compiuti, fu chiamato alle armi nell’ottobre del 1917, con l’ultimo contingente della leva obbligatoria, i leggendari famosi “ragazzi del Novantanove”, da utilizzare, purtroppo, dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917). Dopo aver seguito un breve corso di addestramento a Parma da allievo, dove fu nominato sottotenente; con tale grado, passò a Pisa e, nel luglio del 1918, fu trasferito in territorio di guerra, nell’alto Veneto.

Appena il tempo di giungere nella zona di operazioni e di ambientare, sul Monte Grappa, fu sferrata la decisiva battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre – 3 novembre 1918). Il giorno dopo l’inizio dell’avanzata, mio zio “riportò una ferita d’arma di fuoco all’addome”, come recita il foglio matricolare; con ogni probabilità, fu investito dalle schegge a seguito dello scoppio a breve distanza di una granata, lanciata dai nemici. Il ferimento avvenne in località Val Bocchette, sul versante bellunese del Grappa, teatro di furibondo assalto e d’indicibile carneficina. Ricoverato subito all’ospedale di campo, per la gravità delle lesioni, fu trasferito dopo sei giorni (con inaudito ritardo, considerando col senno di oggi i tempi e le circostanze) con teleferiche e mezzi di fortuna passò al campo di Cittadella (Pd), poi all’ospedale militare di Vercelli, dove, mentre era degente, nel frattempo ebbe il sentore, sia per le sue condizioni fisiche, sia per le vaghe e contraddittorie notizie, che arrivavano con comprensibile concitazione, del clamoroso annuncio dell’agognata vittoria del 4 novembre. La sua situazione clinica era ancora preoccupante secondo i medici, tanto vero che furono necessari altri ricoveri, nell’ospedale di Livorno (novembre 1919); poi fu aggregato, in convalescenza, al Tribunale militare di Roma (primavera 1920) e finalmente fu congedato alla metà dell’aprile del 1921. Inutile dire che per molti mesi, pare circa sei, la famiglia rimase all’oscuro della sua sorte e, non senza motivo, lo considerava caduto o disperso.

Per fortuna, si salvò, almeno per il momento, perché qualcosa covava nell’addome crivellato da quella maledetta granata austriaca. In compenso, fu decorato della Croce al Merito di Guerra in data 12 maggio 1919. Seguirono altre decorazioni (Medaglia commemorativa della Guerra, 16.7.1920; Medaglia interalleata della Vittoria, 16.12.1920; Medaglia dell’Unità d’Italia, 19.10.1922). In ogni caso, fu contento di fare ritorno a Pisa, dove nel frattempo, tra servizi e congedi militari, aveva conseguito l’abilitazione magistrale e, diventato civile, il giorno dopo con entusiasmo si dedicò all’insegnamento elementare, prima a Marina di Pisa, poi a Pisa, nella prestigiosa scuola “N.Pisano”, nella quale insegnò fino alla morte. Frattanto, anche seguì i corsi universitari della Facoltà di Economia e Commercio a Firenze, laureandosi in detta materia. Dinamico, versatile, espansivo, amante delle lettere e della musica, ma riusciva in particolare nelle materie matematiche e scientifiche. A Pisa, conobbe e sposò, nonostante la contrarietà (dovuta solo al radicato pregiudizio dell’“eccessiva” latitudine geografica della città della torre pendente) dell’autoritario padre Filippo, una bella e fine donna di Pisa, Albina Cotrozzi, dalla quale ebbe due splendide figlie, Natalia ed Annamaria, che seguirono l’una le materie scientifiche, l’altra gli studi delle lettere, entrambe laureatesi nella Scuola Normale di Pisa, dedicandosi la prima all’insegnamento di matematica e fisica, la seconda all’italiano e latino.

Lo conobbi quando venne a S.Maria con la moglie e le due figlie nel 1949; poi, venne da solo nel 1951 (in occasione della morte del padre Filippo). In seguito, andai a Pisa con mia madre e mio fratello nell’estate del 1956, dove, in una mattina assolata, su una panchina di una villetta, ci raccontò le vicende della guerra, con precisione magistrale, nello stesso tempo col tormento, ancora vivo nel corpo e nell’animo, e con soddisfazione non solo per aver dato il suo contributo alla patria, ma anche con la contentezza di essersi salvato e di aver rivisto i suoi cari che da tre anni lo aspettavano con comprensibile ansia. Lo lasciammo sereno, affettuoso, pieno di vita e desideroso di trasmettere agli altri (familiari, parenti, amici, alunni) il suo enorme bagaglio di esperienza, di sapere, di umanità, di gentilezza d’animo. Ma, all’epoca i viaggi “lunghi” erano rari e la partenza ed il distacco si associavano facilmente ad inconsci pensieri inconfessati ed inconfessabili e non sempre di buon auspicio, che pure si vorrebbero scacciare: non per niente, forse, cantava il poeta francese (E. Haraucourt): “Partir, c’est mourir un peu”…

L’anno dopo, a casa nostra, la sera del 12 ottobre 1957 sembrava uguale alle altre. Avendo finito i compiti noi ragazzi, avendo svolte le occupazioni della giornata i nostri genitori, mancando ancora la televisione, tutti a tavola per la cena intorno alle venti; dopo qualche minuto, bussa il portalettere recando un telegramma; in quei tempi, di per sé il telegramma era un mezzo idoneo e l’unico quasi sempre per trasmettere notizie non buone; quando lo aprimmo, restammo costernati: vi si leggeva una frase laconica, ma sconvolgente: “Peppino operato gravissimo”; il telegramma – poi lo capimmo – conteneva un pietoso eufemismo: esso proveniva da Pisa e Peppino era appunto il fratello di mia madre; in effetti, era già morto di embolia, conseguente ad un intervento chirurgico per eliminare – dopo quaranta anni, sembra quasi incredibile – alcune schegge rimaste nelle sue carni che, come mine vaganti, a dire dei medici, minacciavano di raggiungere organi vitali.

Mia madre, in particolare, da allora la considerò una perdita incolmabile; noi tutti fummo scossi, essendo legati a lui da uno schietto affetto, proprio per una persona non comune; egli ci riempiva di ottimismo e di sicurezza anche con una semplice fotografia, con una sua lettera, con una cartolina illustrata. Per tanti anni, rimanemmo sempre nel dubbio angoscioso: se non si fosse sottoposto all’intervento, forse sarebbe vissuto ancora per molti anni. Ma, la storia (grande e minima) non si poggia su un periodo ipotetico dell’irrealtà.