Basti d’i miei maggiori udirne questo (Dante, Par. XVI, 43)

Posted on 16 aprile 2011 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese


Personalmente, non ho neppure conosciuto i miei nonni paterni. So soltanto che mio nonno Ignazio era nato a Sciacca (Ag) il 4 maggio 1877, falegname ebanista per almeno da tre generazioni, sposò giovanissimo nel 1906 una ragazza del luogo, Maria Friscia. Da essi nacquero tre figli: Ignazina (1907), mio padre Giuseppe (1909) e Rosalina (1912). La moglie Maria fu falciata dalla spaventevole epidemia spagnola nel 1918, motivo per cui non conservo neppure una fotografia; il marito Ignazio, morì per apoplessia nel 1927. Di conseguenza, mio padre a diciotto anni era già orfano di entrambi genitori e, pertanto, doveva pensare e decidere da solo sul suo futuro.

Sui nonni materni ho qualche idea più precisa, non tanto perché li conobbi di persona, anche se per pochi anni, quanto grazie alle notizie fornite da mia madre ed alle ricerche effettuate da me. Il padre era Filippo Cannavò, nato a Piedimonte Etneo (Ct) il 26 marzo 1877, studiò ad Acireale, dove frequentò il ginnasio liceo “G.Gulli-E.Pennisi”, dove conseguì la maturità classica con ottimi voti nel luglio 1897. Ad Acireale, una cittadina elegante e culturalmente stimolante, si era distinto in attività culturali di un certo rilievo, come il Certamen letterario della famosa ed antica “Accademia Dafnica”. Poi, maturò  l’idea, non peregrina, caso mai poco realistica, di iscriversi all’Università di Roma, nella Facoltà di medicina. A vent’anni, nella città eterna si sente attratto più che dagli studi di anatomia, dal fascino della capitale e dalle sembianze di una piacente dirimpettaia di ottima famiglia. Esplode l’amore passionale latino-siculo: subito le nozze, gli studi di medicina possono aspettare. Intanto, bisogna pur mantenere la famiglia, presto rallegrata dalla nascita del primogenito, Giuseppe.

Ritorna un po’ deluso in Sicilia, sostiene l’abilitazione magistrale (1902), con la quale poteva accedere a più concorsi, non solo nelle scuole elementari, ma anche nell’ambito degli impieghi statali, che allora nell’Italia giolittiana davano decoroso sbocco alle aspettative del ceto medio. Vince, così, il concorso nel Ministero degli Interni come censore (in pratica, educatore ed istitutore dei giovani reclusi) negli istituti di pena minorili, allora chiamato “Regio Riformatorio”.

Come prima sede gli fu assegnato il Regio Riformatorio “A.Angiulli” di S.Maria Capua Vetere (1907). L’antica Capua non era certamente somigliante all’Acireale nella quale aveva trascorso l’adolescenza; gli odori della piana del Volturno (allora fiorivano le concerie e si coltivava la canapa, parecchi ancora lo ricordano) con i suoi acri effluvi di marciume, specie nei mesi estivi, aveva poco in comune con l’olezzo sempre primaverile della piana di Catania, colma di stupendi agrumi, specie delle rinomate arance sanguigne, di palmizi e di fichi d’india, lambita dal mare più azzurro e profumato d’Italia. Subito, per asseriti motivi di salute, si fa trasferire a Napoli, lì almeno c’era il mare e l’aria era non solo più respirabile, ma anche (allora) deliziosa. Fu così che mia madre, la seconda figlia, Lydia, nel 1908, nacque nella città del Vesuvio. Cominciano, però, i trasferimenti d’ufficio, consueti a quell’epoca nelle istituzioni militari, giudiziarie e carcerarie. Da Napoli a Pisa, a Bosco Marengo (Al), poi a Roma, poi di nuovo a S.Maria C.V., dove rimase fino alle quasi imposte dimissioni dal servizio.

Nel 1920 la famiglia fu colpita da un grave lutto, la morte del fratello di Filippo, nonché zio di mia madre, Amedeo, nato ad Acireale nel 1886, studiò presso il Seminario di S.Ignazio, gestito dai Gesuiti inglesi nell’isola di Gozo, molto vicina a Malta, dove conseguì la maturità classica intorno al 1906. Egli era considerato lo studioso asceta, latinista, grecista, biblista e teologo, con la non celata vocazione di entrare in quell’ordine, nel quale con ogni probabilità si avviò agli studi severissimi previsti dalla facoltà universitaria. L’anno dopo, però, cominciò per lui un calvario tra la chiamata militare di leva (1907), i rinvii per insufficienza toracica, l’incorporazione in qualità di s.tenente nel reggimento di fanteria di Macerata (1914), l’invio nella zona di operazioni (maggio 1915), l’aggregazione per motivi di salute al Deposito Aeronautica di Ancora (1916), il congedo per riconosciuta inabilità (1917). Alla fine, aggravatasi la malattia respiratoria, quasi in un eremo, si ritirò a Calatabiano (Ct), dove in amara e malinconica solitudine morì il 12 gennaio 1920, consumandosi lentamente tra gli studi e le preghiere.

Ritornando al nonno Filippo, egli autoritario, burbero benefico, imponente nel fisico, si dava anche il tono della persona almeno per due motivi: uno per la responsabilità del suo delicato ufficio, l’altro perché era fascista ante-marcia, sciarpa del littorio, consigliere comunale di S.Maria e collaboratore diretto del sindaco avv. Eugenio Liguori e del primo podestà avv. Pasquale Fratta, amico stretto delle autorità dell’epoca, dal console della Milizia avv. Alfonso Fusco al segretario del Fascio avv. Edilio Borgia, dal Commissario di P.S. dr. Gabriele Cenami al preside del liceo prof. Alfredo Sabetti, dal direttore del Carcere dr. Andrea Scandurra al direttore del Riformatorio dr. Antonino Tagliavia, dal direttore dell’Ospedale “Melorio” dr. Salvatore Auriemma, dal direttore didattico prof. Stanislao Andreozzi al presidente dell’Opera Balilla avv. Benedetto De Bottis. Non per niente vide con buon occhio il fidanzamento ed il matrimonio (1935) della figlia col giovane siciliano, istruttore dell’Opera Balilla e professore di ginnastica al liceo, vale a dire mio padre Giuseppe.

Dopo il nefasto 8 settembre 1943 e, l’anno dopo, con l’arrivo degli “alleati”, mio nonno fu preso di mira non tanto dalle leggi sull’epurazione, imbastite dagli alleati e dagli antifascisti, quanto dalla malvagità di meschini ed ignobili sicofanti che, pur di infangare la sua cristallina dirittura morale e professionale, si inventarono di sana pianta profitti ed interessi personali dai quali egli era totalmente lontano, al punto che tutti i sammaritani, compresi cittadini semplici e neutrali furono i primi a stupirsi ed addolorarsi. Si svolsero una farsa giudiziaria ed una vergognosa inchiesta amministrativa, inscenate da miserevoli personaggi che spuntarono come funghi dopo il crollo del regime. Non fu appurata neppure un’ombra di irregolarità ma, per accontentare i nuovi padroni, egli, che non aveva fatto il male neppure ad una mosca e non si era mai azzardato di approfittare della sua posizione (cosa che si evince facilmente e contrario), non ebbe nessuna sanzione, ma, per puro dispetto, fu trasferito al Riformatorio di Eboli (Sa). Dopo circa un anno nella nuova sede inospitale, avvertita come iniqua ed immorale punizione, l’età ormai matura, l’assurda e deprimente vicenda vissuta, la lontananza (allora) enorme, i familiari consapevoli della cattiveria subita, gli consigliarono di ritornare “pulito” e vittorioso, ma con una grande malinconia, nel suo amato “Angiulli”, dove, nel giro di alcuni mesi, sbrigò le pratiche di rito e si pensionò dal servizio nel 1948. Nello stesso anno, gli morì l’amata Vittorina; la seguì nella primavera del 1951.

La moglie Vittoria Battaglia, proveniente da una signorile famiglia romana: il nonno era Settimio, compositore di musica sacra che si esibì prima come organista nella Basilica Liberiana, poi come maestro della Schola Cantorum di S.Salvatore in Lauro a Roma (su questo prolifico artista, vedi la sua biografia da me tracciata), il padre era Luigi, maestro elementare e, più probabilmente, impiegato dello stato. Mia nonna nacque a Firenze nel 1880, ma a Roma nel 1899 sposò a diciassette anni il poco più maggiorenne fidanzato Filippo, dimostratasi moglie e madre esemplare, dolce e versata per natura all’arte, provetta pianista, suonava per puro diletto personale in privato ed irreprensibile casalinga. Debilitata da una grave forma di esaurimento, causata dalle sofferenze della guerra e dall’inconcepibile trattamento riservato all’amato marito, morì di polmonite nel 1948.