ÈDIPO o EDÌPO ? DIVAGAZIONI DI PROSODIA CLASSICA

Posted on 10 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Nel corso di mezzo secolo, passato tra studio ed insegnamento, non so da quanti dubbi sono stato tormentato in generale, in specie per i dilemmi provocati dall’accento tonico di alcuni dispettosi nomi propri o comuni italiani di origine greca e confesso che ancor oggi non sono in grado di dire quale sia la loro dizione giusta o almeno probabile. Vezzo tipico professorale (altra cosa è professionale) è la presunzione di possedere tout court la certezza, il dogma, la verità assoluta; i più per fortuna vivono senza dubbi, come se abbiano trovato il sapere confezionato in pacchetti, e di conseguenza sono appagati per aver conseguita la verità. Contribuisce al declino (oggi chiamata riqualificazione) di questa rispettabile categoria, in verità, anche la terminologia, divertendosi qualche (occulto o palese) grigio burocrate ministeriale, bravo a stilare decreti, ordinanze e circolari, a trasformare gradualmente i maestri in professori, docenti, operatori didattici, poco manca che il computer sieda in cattedra al posto  dell’insegnante, con la funzione esclusiva di trasmettere informazioni a scelta degli alunni, così lo Stato, eliminando quella figura ormai patetica e anacronistica, risparmierà milioni di euro (a proposito, non è stato coniato ancora il plurale di questa moneta, delizia e tormento del nostro tempo?).

Venendo al nocciolo della questione, alcune parole sono pronunciate da alcuni in un modo, da altri in altro: Èdipo-Edìpo, Tèseo-Tesèo, nècrosi-necròsi, alopècia-alopecìa. Lecite sono l’oscillazione (comunque innocua, lo garantisco) e la domanda (puramente accademica): chi ha ragione e chi sbaglia? Prima di dare una risposta perentoria  (che dubito esista), risaliamo un pochino nel tempo e riflettiamo su un problema non del tutto peregrino. Se tutte le parole di origine greca passate in latino, e quindi in italiano, fossero come àngelo, profèta, filòsofo, tàlamo, ironìa, pàrroco, Acròpoli, apòlogo, delfìno, plàtano, dèmone, rètore e simili, il cui accento coincide in greco, in latino ed in italiano, dilemma implicito nel titolo dell’articoletto, non ci sarebbe stato bisogno di dispute secolari, di questioni linguistiche e neppure del presente scritto che, forse poco o nulla, contribuirà a risolvere il problema, ma quanto meno tenterà di chiarirne alcuni termini. Ma si dà il caso che ce ne siano tante altre, il cui accento latino diverge da quello greco, per cui in italiano regna sovrana l’incertezza, come in Edipo, Perseo, Eraclito.

Come se non bastasse, per arcani fenomeni prosodici, ci sono parole il cui accento tonico italiano diverge dal latino e dal greco, stranamente concordanti, come Dàrio (gr.Daréios, lat.Darìus) e Arìstide (gr.Aristèides, lat.Aristìdes), oppure coincide col greco non col latino, come Alessàndria (gr.Alexàndreia, lat.Alexandrìa), invece col latino non col greco, come Cleopàtra (gr.Kleopàtra, lat.Cleòpatra).

Con queste premesse, sarebbe impresa ardua stabilire e rispettare regole precise; per fortuna, su un gran numero di termini, l’accordo tacito sembra raggiunto ormai da secoli e nessuno osa mettere più in dubbio se sia giusto chiamare così Omèro, Platòne, Aristòtele, Pèricle, apologìa, filosofìa, Èlena, teàtro, e via dicendo. Non pretendendo di abbozzare un trattatello di prosodia, mi limito a qualche nota di linguistica classica, per cercare le ragioni di una serie di divergenze fonetiche, talora fondate, talora arbitrarie .

 

In via preliminare, giova ricordare che la scrittura e i testi prodotti nel mondo greco precedono di tre-quattro secoli l’ambiente culturale latino. La priorità nelle lettere greche, stante il modesto lessico latino, pone una serie di problemi circa il trattamento delle parole greche da parte dei Latini, specie nell’aspetto fonetico, adattate e talora alterate in rapporto alle loro abitudini linguistiche. Mi sembra opportuno precisare che il passaggio delle parole greche in ambiente italico si è verificato in tempi, modi e criteri diversi.

Con i primi contatti tra Latini, nonostante le resistenze, per utilitarismo aperti alle innovazioni, e Greci stanziati in Italia e Sicilia, le parole greche, furono  alterate in modo arbitrario e perfino storpiate, cambiate di declinazione, di accento, purché assumessero aspetto e suono latini. In Plauto si trovano clamorosi esempi di questa fase di totale anarchia linguistica; il comico di Sàrsina da parole greche derivò voci con suffisso latino aggiunto a casaccio e formò composti ibridi, efficacissimi per le esigenze sceniche, ma gli esiti linguistici sono aberranti, come i sostantivi talèntum (gr.tàlanton), nummus (gr.nòminos), mina (gr.mnà), balaèna (gr.fàlaina), bàlneum (gr.balanèion), funda (gr.sfendòne),  Agrigèntum (gr.Acràgas), Poeni (gr.Fòinikes), Ulìxes (gr.Odyssèus), Hèrcules (gr.Heraklès), Pollux (gr.Polydèukes). Non bisogna confondere, beninteso, queste parole con quelle che nacquero in ambiente italico da comuni radici indoeuropee; senza dubbio, non è facile distinguere le due categorie di parole, ma un’attenta indagine linguistica è in grado di farlo entro limiti di verosimiglianza accettabile.

Nell’età di Cesare e di Augusto, quando la cultura greca si diffonde a Roma, si nota maggior rispetto per la forma; furono introdotte le lettere y e z, le aspirate ph, ch, th, l’uso dei casi greci in molti nomi comuni (la cd. declinazione greca dei sostantivi, come epìtome, sophìstes, màthesis, pòema, hèros, tyrànnis)  e propri (Aèneas, Òrpheus, Pàris, Hèctor, Orèstes, Tèmpe). La tendenza, avviata da Varrone, crebbe nei poeti augustei, per cui sono assai diffusi i genitivi mùsices, Pàllados, Pèleos, gli accusativi hèroa, Pèrsea, pòesin, i vocativi Pèrseu, Achìlle, il genitivo pl.epigràmmaton, il dativo pl.Troèsin, gli accusativi pl.Àrcadas, Cyclopas; inoltre, si usarono i patronimici Scipìadas, Memmìadas. La tendenza ad abbreviare la vocale davanti ad una vocale (correptio iambica), molto diffusa già al tempo di Plauto (deus, fuit), ma aveva già eccezioni nella lingua latina (fìo, dìus) e non impedì ai poeti classici di ritenere le vocali lunghe dei Greci (àer, Aenèas, Medèa). Il criterio “letterario” di trattare le parole greche con rispetto di forma e di prosodia, è agevolmente immaginabile, non fu seguito dal popolo, che continuò a comportarsi senza regole , contribuendo non poco alla confusione in merito.

Con la diffusione del Cristianesimo, la pronuncia del greco si era modificata con l’iotacismo, con la fusione dei dittonghi in un unico suono, con la riduzione del valore della quantità, si conservò l’accento sulla terzultima anche in presenza di penultima lunga (Heràclito, antìfona, diòcesi), attestate anche in Prudenzio. Per tutto il Medioevo si registrò un’oscillazione costante tra la conservazione della dizione letteraria  latina delle parole greche usate dai classici e imparata nelle scuole e la pronuncia popolare e grecizzante delle parole. Infine, dall’Umanesimo al Settecento è usuale la coniazione di termini neogreci ad uso della scienza, con la tendenza a pronunciare le parole greche con i suoni e gli accenti che avrebbero se fossero prima diventate latine e poi passate in italiano, non sempre con assoluta coerenza.

 

Per semplificare e schematizzare, essendo forse opportuno riepilogare, le parole greche passate in latino, agli effetti della posizione dell’accento, si possono dividere in due gruppi:

1. parole nelle quali l’accento si conservò immutato. Si tratta, in genere, di bisillabe parossitone (sphàira-sphaèra, zòne-zòna, thèke-thèca, nàutes-nàuta); polisillabe parossitone con penultima lunga (prophètes-prophèta, Diomèdes-Diomèdes, Aristèides-Aristìdes); polisillabe proparossitone con ultima e penultima brevi (dàktylos-dàctylus, àngelos-àngelus, àtomos-àtomus, Pròdikos-Pròdicus).

2. parole nelle quali l’accento si ritrasse o (di rado) avanzò. Sono queste le parole ossitone (posizione inconcepibile per i Latini) che, se  bisillabe, lo trasportano sulla penultima (koròs-chòrus, pompè-pòmpa, Sapfò-Sàppho, Thesèus-Thèseus); se polisillabe, lo spostarono sulla penultima, se questa era lunga (poietès-poèta, athletès-athlèta) o sulla terzultima, se la penultima era breve (epistolè-epìstula, eklogè-ècloga, mousikè-mùsica, Periklès-Pèricle, Promethèus-Promèteus, filosofìa-philosòphia); le parossitone con la penultima breve lo ritrassero sulla penultima (Elène-Hèlena, Aristotèles-Aristòteles, trago(i)dìa-tragoèdia); le proparossitone con penultima lunga lo avanzarono sulla penultima (tèatron-theàtrum, diàlektos-dialèctus, Menèlaos-Menelàus, Tàranto-Tarèntum, Òmeros-Homèrus).

Infine, per comodità pratica, accludo un raggruppamento di parole greche passate al latino, che seguono i criteri indicati ai fini di una pronuncia plausibile:

a. parole la cui pronuncia è univoca e, quindi, sicuramente corretta, in quanto l’accento greco, latino ed italiano coincidono in pieno: gr.Archìlochos, lat.Archìlochus, ita. Archìloco; gr.Tirtàios, lat.Tirtèus,  ita.Tirtèo; gr.Kallìnos, lat.Callìnus, ita.Callìno.

b. parole la cui pronuncia diverge, è ammessa l’oscillazione, ma è preferibile la pronuncia latina: gr.Oidìpous, lat.Oédipus, ita.Edìpo/Èdipo, pref.Èdipo; gr.Thesèus, lat.Thèseus, ita.Tesèo/Tèseo, pref.Tèseo; gr.Phìlippos, lat.Philìppus, ita.Fìlippo/Filìppo, pref.Filìppo.

c. parole la cui pronuncia è aberrante in quanto non rispettano il latino o entrambe le lingue, ma è diventata usuale (consuetudine linguistica) e conviene lasciare le cose come sono: gr.Aristéides, lat.Aristìdes, ita.Arìstide; gr.filosofìa, lat.philosòphia, ita.filosofìa;  gr.oikonomìa, lat.oeconòmia, ita.economìa; gr.prògnosi, lat.prognòsis, ita.prògnosi; grTàranton,  lat.Taréntum, ita.Tàranto.

Al termine di queste note peregrine, che già farebbero rabbrividire i dotti, rifiutato il troppo artificioso e farraginoso criterio codificato dai Latini e, per questo appunto, poco rispettato dagli Italiani, scartati inoltre l’ignavo alibi della comodità linguistica e, peggio, il capriccio, la gradevolezza fonica, l’abitudine e la pigrizia, la cosa mi era sembrata la più sensata di trascrivere le parole greche, conservando gli accenti originari. Ebbene, avendo fatto un esperimento su un centinaio di nomi  a mo’ di campione, ho ritenuto meglio cestinare tutto, avendo avuto la sensazione che da un lato bisognerebbe rifare i vocabolari e le enciclopedie, dall’altro gli inermi e riluttanti discenti per obbligo giuridico, i docenti dispensatori di scienza esatta per dovere istituzionale, i comuni mortali dotti o indotti desiderosi di conoscenza per vocazione, ammesso pure che molti riconoscano queste parole così accentate, tutti allibirebbero ascoltando Médea, Darìo, Atenà, Cìclope, canòne, chìmera, fàlange, gìgante, matematicà, Sìbilla, tìranno, tragedìa, tàlento, paràdiso, Socràte, Sapfò, Eschìlo, Euripìde, Òmero, Temistoclè, Plàtone, Epìcuro, despòta, Aristofàne, biològo, Pitagòra…Sarebbe davvero inutile e dannoso aggiungere simili stravaganze alle già troppe oggi esistenti nel mondo.