FIAMMA TRICOLORE ADDIO

Posted on 10 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Da poco (giugno 1960) avevo conseguito l’ammissione al liceo classico, superando (tra parentesi, con la media di 8/10, altri tempi!) uno di quegli esami che periodicamente scandivano i vari corsi di studi riferiti a decenni ormai trapassati. A vivisezionarmi in latino e greco fu il prof. Armando Golia, famigerato per i numeri negativi che assegnava ai compiti, ma al liceo mi attendeva un suo emulo, amabilmente terribile e simpaticamente scorbutico, il prof. Renato Grelle, che adoperava un metodo didattico semplice ed efficacissimo, definibile mnemonico puro, il cui vantaggio – egli cercava di far intendere – stava nel fatto che, dopo aver appreso, bisogna ricordare; non per niente, Dante ammonisce: “non fa scienza / sanza lo ritenere aver inteso (Par.V,41); insomma, una sorta di filosofia didattica, non del tutto infondata.

Tralasciando le divagazioni pseudo-pedagogiche, quell’estate segnò, come tutti ricordano, l’inizio di un’epoca di agitazioni sociali e di cambiamenti politici rilevantissimi. Al governo c’era Fernando Tambroni, democristiano “di destra”, appoggiato esternamente da monarchici e missini. Questi ultimi, definiti nostalgici del fascismo mussoliniano, ma diffusi in tutta l’Italia, raggiungendo grosso modo il 5% dei voti nelle elezioni nazionali, con tutta legittimità politica e formale, avevano indetto un congresso a Genova; nulla di male, ovviamente in un paese democratico, come già si definiva allora il nostro bello stivale. Ma la sinistra che, da allora in poi, di fatto ha comandato in Italia, trovò il pretesto per far cadere il governo. I portuali di Genova armati di uncini e catene, sperimentando, per la prima volta dal dopoguerra, la guerriglia urbana, impedirono al Movimento Sociale di tenere il congresso. Molti gioirono per questo e per la conseguente caduta del governo; pochi intravidero nel fatto una seria minaccia all’assetto politico ed una discriminazione intollerabile. Io, cronico malato di ingenuità e di idealismo, mi collocai tra i secondi e all’inizio dell’autunno, quando ormai si profilava il nuovo indirizzo della politica dello scudo crociato, vale a dire la cosiddetta apertura a sinistra, mi ritrovai insieme ad altri amici nella piccola stanza della sede cittadina del MSI, intitolata al cap. Vittorio Corradini (un ex combattente rumeno, rimasto in Italia dopo la guerra e sposato con la prof. Maria Coci), sita allora in un vicolo, intitolato ad un ufficiale caduto ad Adua, Gaetano Troiano. C’era molto fervore, venne anche qualcuno da Napoli, credo l’on. avv. Gianni Roberti (i napoletani hanno sempre tenuto un piede nella nostra provincia, abbinata alla città del golfo nella circoscrizione elettorale e pertanto considerata una cenerentola).

Così, in quei giorni, nei quali si preparavano anche le elezioni amministrative del 6 novembre nella nostra città, m’iscrissi al MSI. Certamente, a ciò contribuì alquanto nell’agone elettorale la presenza del prof. Renato Grelle, fascista di vecchia data, che anche a scuola, apertis verbis, teneva l’elogium temporis acti, e criticava il degrado (già allora) della vita politica e morale della nazione; in più, nello studio privato, alla parete dietro la sua scrivania, grandeggiava una fotografia incorniciata del duce. Ebbene, egli con un gesto audace, quasi dannunziano, aveva suscitato l’entusiasmo di molti giovani: ad un candidato di estrema sinistra, un certo Morelli, che comiziava in piazza Matteotti accanto al dr. Armando Del Prete, oratore ufficiale e comunista stanilista, vomitava ingiurie contro i “fascisti”, ebbe l’ardire di gridare, quasi da solo, alla presenza di minacciosi “trinariciuti”, levando in alto l’ombrello: “Scendi giù, buffone!” Quello non si guardò dallo scendere dal palco, in compenso arrivò subito la polizia che sedò il “tumulto”, ma del fatto si parlò a lungo e molti giovani, anche per questo, si avvicinarono alla fiamma; qualcuno, a quanto si mormorò, forse lo fece per calcolo, essendo per singolare coincidenza il Grelle suo professore di liceo. Così all’inizio dell’ottobre 1960, alla fine dell’anno “meraviglioso”, compilai l’adesione al Msi.

Da allora fino al 1992, feci per il partito tutto: attaccare i manifesti, annunciare i comizi, ricoprire cariche come segretario, partecipare alle elezioni a tutti i livelli, organizzare manifestazioni politiche e culturali. Seguii l’evoluzione del Msi, dalla gestione di Arturo Michelini a quella – esaltante e proficua al partito – di Giorgio Almirante. In quel periodo, fui eletto consigliere comunale di S.Maria per due volte consecutive (dieci anni), mi candidai alla provincia, alla regione, alla Camera (conseguendo un lusinghiero come terzo non eletto, con oltre 4.000 voti di preferenza). Nel frattempo, la sezione passò in piazza Mazzini, poi nel palazzo vanvitelliano di via Mazzocchi, infine in via Vetraia. Non è possibile elencare le iniziative progettate e portate a compimento in ambito cittadino e provinciale nel corso di più di un trentennio. Mi vorrei limitare a citare la lunga e commossa opera umana e religiosa (1966-1979) di sistemare i resti dei soldati della Repubblica Sociale fucilati dagli anglo-americani nel 1944 a S.Angelo in Formis, la cui memoria è affidata ad un opuscolo, da me curato, che in tre edizioni, raggiunse tutte le città grandi e piccole d’Italia. Certo non ho fatto cose straordinarie, ma per trentadue anni non ho perduto nessun appuntamento con la fiamma, compresa la visita quasi quotidiana nella “sezione”, se non altro per scambiare le idee, per commentare i fatti degli ultimi giorni, per scambiarsi i saluti e gli auguri nelle festività. Lì – anche a casa e per strada – i “camerati”, uomini maturi, coetanei, giovani, semplici, di sani principi, una vera famiglia, sodali, pronti ad aiutarsi. Non posso tralasciare citare i miei maestri – non soltanto di politica – come il prof. Augusto De Angelis, il dr. Alfonso Piccirillo, il sig. Raffaele Dell’Anno, il dott. Mario Ventriglia, il mar. Eugenio Ariani, i sigg. Ignazio Troiano, Biagio Ragucci, Gildo Mattucci, e, tra i coetanei o più giovani, Roberto Tafuri, Pasquale Merola, Antonio Tagliacozzi, ed altri tanti

Poi il “giocattolo” si ruppe tra le nostre mani. Dopo la scomparsa del segretario nazionale Giorgio Almirante, tra Rauti e Fini, prevalse il secondo, considerato dalla “base” il successore naturale della linea almirantiana. Lo conoscemmo la prima volta a Cancello Arnone, in un comizio tenuto da lui nel lontano 1983. Tutti noi eravamo colpiti dalla serrata concatenazione delle argomentazioni e dalla fluida ed avvincente oratoria, anche per l’accento emiliano, il che aggiungeva qualcosa, non solo perché era settentrionale, ma anche perché i deputati dell’Emilia rossa erano mosche bianche e per questo appariva più coraggioso e grintoso.

Nel 1992 si preparavano le elezioni politiche in un clima arroventato, per la crisi della DC, dei partiti alleati e del sistema politico in generale. Ebbene, per una decisione scellerata ed iniqua provinciale e regionale di inserire nelle liste uomini “nuovi”, nulla di male, anzi; ma anche personaggi dal passato politico discutibile, sicuramente, passi anche questo; la cosa più indegna fu di estromettere senza remissione la vecchia guardia del MSI-DN cittadina e provinciale. Nonostante i vari appelli e ricorsi ai livelli più elevati del partito, compresa la segreteria nazionale, ricoperta da Fini, la risposta fu secca ed indisponente; lo stesso Fini non rispose. Così, tutti d’accordo, chiudemmo la gloriosa sezione “V.Corradini” e noi tutti ci dimisero dal Msi. In gran parte, ci ritirammo a vita privata, personalmente sono rimasto un pensatore di destra e studioso anticonformista del regime fascista. Fini, col pervicace progetto di cancellare il partito e le idee del vecchio MSI, ha proseguito il “percorso” compiuto da Fiuggi fino a Bastia, con l’epilogo dell’uscita dal PDL e la formazione di un polo di centro con Casini e Rutelli. Non so da dove uscirà ancora e dove andrà. Lo saprà solo lui.